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Festivaletteratura
Come mi accade molto spesso, nonostante la vicinanza di Mantova al luogo dove vivo, anche quest’anno avrei probabilmente mancato il Festivaletteratura per una serie di motivi contingenti… non fosse che ho scoperto che avrebbe fatto alcuni interventi Neil Gaiman. Il disinteresse del Festival per i fantasisti è ben noto a qualsiasi fan del fantastico, perciò mi sarebbe dispiaciuto enormemente non poter partecipare a questo evento, specie considerata la mia ammirazione per Gaiman. Era in un primo momento sembrato che Gaiman avrebbe partecipato a due incontri, uno il venerdì sera, per un pubblico di adulti, e uno il sabato pomeriggio, per un pubblico di ragazzi. Il venerdì pomeriggio mi era precluso: non sarei mai riuscita ad arrivare in tempo neanche scapicollandomi a Mantova appena uscita dal lavoro, in quanto all’incontro con i ragazzi, mah.. so per esperienza che tendono tutti a somigliarsi e a essere in generale piuttosto prevedibili. Così, pur con rammarico, stavo decidendo di rinunciare, quando Beor, spulciando il programma, s’è accorto di un terzo intervento, che si sarebbe svolto tardi il sabato, a conclusione della giornata di lavori del Festival. Un incontro organizzato dai ragazzi volontari. Era un segno! Bisognava andare!!!! Così, fra macchina e treno, io e Beor (nessun’alto del gruppo è riuscito ad aggregarsi, sfortunatamente) siamo arrivati a Mantova nel tardo pomeriggio di sabato 8 settembre. La città, come sempre nei giorni del Festival, traboccava di gente e c’erano stand ed iniziative ad ogni angolo. Ammetterò che il clima del Festival mi è sempre molto piaciuto, così frizzante e perfino un po’ caotico. Ammetterò però anche che l’edizione che mi è piaciuta di più è stata la prima a qui ho partecipato, che doveva essere la seconda o la terza. Allora c’era qualcosa di ruspante e più spontaneo nel Festival, o così m’è sembrato, qualcosa quasi di casalingo. Adesso mi sembra una macchina per appuntamenti con un programma perfino troppo nutrito per i quattro giorni di Festival. E se è vero che ovunque ti giri succede sempre qualcosa, è vero anche che ora vengono programmati cinque o sei eventi allo stesso orario, costringendo così il pubblico a fare una scelta e a perdere necessariamente qualcosa, in quella che mi sembra una corsa forsennata ad offrire sempre di più. Non so, un po’ mi dispiace che sia andato perso quel senso di goliardia che m’è tanto piaciuto nelle prime edizioni. Riusciti a parcheggiare la macchina miracolosamente proprio in Piazza Viargiliana, dove si sarebbe svolto l’incontro con Gaiman, ci siamo fatti un giretto. Proprio lì in Piazza Virgiliana, sotto la tensostruttura appositamente allestita, c’era un incontro per ragazzi con due autrici che si possono in certo modo considerare ‘fantasiste’ (curioso come il fantastico per i ragazzi, qui in Italia, sia ‘tollerato’ più che quello per adulti, ma non intendo fare una polemica qui!). Si trattava di Marina Morpurgo, autrice della serie di Sofonisba, e Celia Rees, autrice dell’ormai celeberrimo Il viaggio della strega bambina. Ho ascoltato un po’ degli interventi, ma non avendo sentito gran parte del dibattito facevo un po’ fatica a seguire il filo dei discorsi. Mi ha però colpita una cosa: la professionalità di approccio dell’autrice inglese rispetto alla rusticità dell’autrice italiana. Non lo dico come critica. Piuttosto m’è sembrato che la Rees avesse molta più dimestichezza con l’incontro con il pubblico. Capiva le domande al volo, rispondeva con spigliatezza e pertinenza, mentre l’autrice italiana arzigogolava l’intervento, come se davvero trovasse difficile parlare della propria opera e di se stessa. Ovviamente questo può dipendere dal carattere, non lo metto in dubbio. Mi chiedo però se l’abitudine degli autori anglofoni di incontrare il proprio pubblico non giochi un ruolo altrettanto importante. Beor mi ha poi anche fatto un po’ da cicerone per le strade della città. Era il tramonto e c’era una luce stupenda, con i palazzi rossi di mattoni stagliati contro un cielo azzurro e terso come si vede raramente qui nella Bassa. Verso le otto siamo andati a cena in una pizzeria, e abbiamo fatto quattro chiacchiere letterarie mentre mangiavamo. Ci siamo accorti dell’orario quasi per caso e siamo subito fuggiti alla Piazza Virgiliana, scoprendo che, nonostante mancasse ancora mezz’ora all’incontro, c’era già molta gente. Dietro di noi c’erano tre ragazzi che erano chiaramente degli sfegatati di Gaiman. Ehh… credo che avere la possibilità di incontrare il proprio autore preferito sia una delle cose più belle che possono capitare ad un lettore. L’incontro è iniziato in orario. Gaiman è salito sul palco dove era stato allestito un trono di cartapesta. Nella prima parte dell’incontro è stato affiancato da due volontari che gli facevano delle domande, mentre nella seconda parte è stato circondato da figuranti che interpretavano i personaggi della sua serie a fumetti Sandman. M’è parso che la cosa lo divertisse. E lui è stato estremamente disponibile, non si è mai limitato a dare una risposta concisa alle domande che gli venivano fatte, ma sempre ha elaborato sulla risposta, in un evidente desiderio di trasmettere al proprio pubblico un messaggio e una sensazione. E’ anche, indubbiamente, un relatore brillante. Il dibattito si è aperto con una lettura tratta da Stardust, riguardante il primo incontro d’amore fra i due protagonisti, e Gaiman ha esordito dicendo che non c’è nulla di meglio che trovarsi in un paese straniero, a sedere su un trono di cartapesta davanti al proprio pubblico e sentir leggere scene di sesso in italiano. E quando ha sentito al traduzione (del per altro molto bravo giovane traduttore) ha commentato: “Perfino sesso suona meglio in italiano!” Sono state fatte molte domande piuttosto interessanti (sotto questo punto di vista l’incontro m’è sembrato davvero molto soddisfacente) e Gaiman ha risposto spesso con lunghe e particolareggiate risposte. Cercherò di riportare quello che ricordo al meglio, in ordine sparso. Gli è stato chiesto come si definirebbe con cinque aggettivi. Lui ha risposto: ‘untidy’ (disordinato), ‘imaginative’ (fantasioso), ‘forgetful’ (sbadato), non riesco proprio a ricordare il quarto aggettivo, ma riguardava sempre la sua creatività, e ‘very very very lazy’ (davvero molto pigro). Quando ha sentito al traduzione ha commentato: “Ah, si traduce così? Pensavo che very very very lazy si traducesse con qualcosa tipo lazyssimo”. Gli è stato chiesto, visto che è un autore multiforme, che si esprime con vari media, quali sono secondo lui le differenze fra scrivere romanzi, scrivere copioni per il fumetto e scrivere copioni per il cinema. Gaiman ha dato una lunga risposta molto complessa ed interessante. Ha iniziato dicendo che ogni media ha i suoi pregi, con i quali può esprimere un concetto al meglio, e i suoi difetti, e a volte accade che i pregi e i difetti siano esattamente la stessa cosa. Una delle caratteristiche fondamentali del fumetto, per esempio, è che l’autore ha tutto sotto controllo: sa come il lettore riceverà ogni personaggio, perché questi non hanno solo una loro personalità e una loro storia, ma anche un loro aspetto che il lettore riceve dall’autore. L’autore è praticamente sicuro che il lettore leggerà ogni rigo e sa perfino quando il lettore girerà pagina, a che punto della storia. Che sembrano piccole cose sciocche, ma sono in realtà molto importanti. In un romanzo il controllo dell’autore è molto minore. Per esempio, nonostante l’autore descriva il personaggio, non può mai essere sicuro che quello che lui vede nella propria testa sia quello che poi ‘vedrà’ anche il lettore, e questo è sia un pregio che un difetto. Non può mai essere sicuro che il lettore legga proprio ogni parola, perché l’autore sa perfettamente che ci sono lettori che saltano le parti descrittive per ricominciare a leggere là dove qualcuno riprende a parlare. Non c’è nessun controllo sul momento in cui il lettore girerà pagina, cosa che succede sostanzialmente in modo casuale. Una cosa che quando scrive romanzi gli manca molto è la possibilità di creare il silenzio. In un fumetto ci possono essere pagine (e lui ha ammesso che sono le sue preferite) dove compare solo un personaggio che pensa, ed è il lettore che deve capire o interpretare quel silenzio. In un romanzo questo non può essere fatto, perché per descrivere il personaggio che pensa l’autore dovrebbe comunque utilizzare delle parole, cioè lo stesso mezzo che utilizza in tutto il resto del romanzo. Per quanto riguarda il film, poi, il controllo che l’autore ha sul testo è minimo. Egli scrive il copione, mettendolo giù secondo quelle che Gaiman ha definito ‘condizioni perfette’, come se stesse comunicando un piano di battaglia, appunto in condizioni perfette. Così diciamo che l’esercito si troverà sulla tal collina il giorno dopo, con un tempo soleggiato, e compirà una carica in tal modo. Invece poi quando il giorno dopo l’esercito si troverà sulla tal collina, pioverà, e la carica sarà rovinata dall’ufficiale in prima linea che cade e si rompe una gamba e tutto questo influenza l’andamento del film e della storia. Che non è sempre per il male. Questa è una di quelle cose che è sia pregio che difetto del film. Perché può accadere per esempio che l’autore metta un personaggio in secondo piano, in una ripresa, e l’attore o l’attrice che interpreta quel personaggio abbia una faccia e una personalità così interessante che è vero peccato lasciarla sullo sfondo, così autore e regista cominciano a pensare come quel personaggio può esser sfruttato meglio e ancora una volta la trama del film cambia. Gli è stato poi chiesto se abbia mai sofferto di blocco dello scrittore e come ne sia uscito. Gaiman ha risposto: “In realtà io non credo che il blocco dello scrittore esista. In tutto il mondo gli scrittori parlano di questo stato semi-mistico in cui non riuscirebbero a scrivere, ma quale significato ha? I giardinieri non soffrono di blocco del giardiniere. I suonatori di violoncello non soffrono di blocco del suonatore di violoncello. E quando io ero giornalista non potevo certo permettermi di soffrire di blocco del giornalista, perché se questo fosse accaduto il mio editore si sarebbe trovato un buco bianco nella pagina in cui sarebbe dovuto comparire il mio articolo e io sapevo perfettamente che lui l’avrebbe riempito con il mio numero di telefono, così che tutti i lettori si potessero lamentare con me! In realtà quando si verifica quello che comunemente viene definito blocco dello scrittore ciò che accade veramente è che la storia non funziona. Qualcosa non sta andando nel modo giusto e l’autore capisce che ciò che sta scrivendo è falso, non è verosimile. Quindi ciò che bisogna fare è capire perché ciò che stiamo scrivendo suona falso, analizzare la storia più in profondità, capire cosa i personaggi vogliono davvero fare. Molto spesso si tratta semplicemente di abbandonare il lavoro, andarsene a letto e il giorno dopo ti sveglierai con le idee molto più chiare. A volte però ti serve molto più tempo. A me è successo che passassero anche quattro o cinque anni prima che riuscissi a capire che cosa era andato storto in una storia, ma poi ad un certo punto ho capito. E sempre è successo che le cose mi si chiarissero rileggendo quello che avevo già scritto, perché la storia è già lì, il suo nucleo e il suo significato, e facendo molta attenzione a ciò che è già stato scritto si finisce per capire che cosa suona falso e perché ed è quindi possibile proseguire.” Una della ragazze sul palco poi ha detto: “Sappiamo che tieni un blog,” e lui, con sguardo spaurito ha alzato le mani, dicendo: “Sì, sono colpevole! Sono un blogger”. Gli hanno chiesto come mai si è risolto a farlo. Lui ha detto che la cosa è iniziata quasi per gioco. Non è mai riuscito a tenere un diario, sebbene ci abbia provato innumerevoli volte. A casa ha diversi diari con un’annotazione al primo gennaio, una al due gennaio, metà annotazione al tre gennaio, e poi per qualche motivo l’annotazione successiva è al diciotto aprile. Ma con il blog è diverso. Aveva cominciato a tenerlo appena concluso di scrivere American Gods, e aveva pensato che sarebbe stato carino tenere informati i suoi lettori su tutte le fasi che intercorrevano fra la fine della scrittura di un libro e la sua pubblicazione. E aveva scoperto così che sul blog c’è sempre qualcuno, e che questo qualcuno, chiunque sia, sa cose che lui non sa. E che quindi quando vuole sapere qualcosa basta che lo posti sul blog, e nel giro di un paio d’ore avrà la risposta. E’ come una magia! American Gods è stato pubblicato nel luglio del 2001 e per Gaiman la funzione del blog si era esaurita alla fine dell’estate di quell’anno, tanto che aveva deciso di chiudere il blog attorno al 2 o il 3 di settembre 2001. Ma poi era venuto l’11 settembre, e lui non se l’era sentita di smettere, perché vedeva che alla gente piaceva leggere il suo blog e non gli sembrava giusto privare la gente di qualcosa che gli piaceva specie in quel periodo. Così aveva continuato e ancora lo sta facendo. “Non so per quanto continuerò ancora a farlo. Può darsi che alla fine di quest’anno smetterò. Può darsi che andrò avanti altri sette anni. Può darsi che continuerò finché morirò… anche se non è che sto pianificando di morire, eh!” Poi gli è stato chiesto se il suo personaggio Delirio (Sandman) è davvero stato ispirato dalla sua amica Tori Amos, come qualcuno sostiene. Ha risposto che in realtà lui ha creato Delirio prima di conoscere Tori Amos, però è vero che qualcosa di Tori è in Delirio. Ha ricordato una volta che era a Minneapolis e anche Tori Amos era là e stava facendo un concerto. Lui è andata a trovarla dietro le quinte e lei quando l’ha visto gli è corsa incontro tutta eccitata e gli ha detto: “Neil, stai andando forte! Vedo i tuoi libri dovunque! Hai un gran successo!” e lui ha detto: “Si, lo so.”. E lei: “Anch’io sto andando forte! C’è un sacco di gente al concerto! E’ un successo!” E lui: “Sì, lo so.” E lei: “Penso che dovremmo correre in cerchio e poi saltare su è giù!” e così si sono messi a correre in cerchio e saltare e su giù e lui ha pensato: “Cielo! Credo che ruberò questa frase e la farò dire a Delirio, perché è perfetta!” Così, anche se Delirio non è stata ispirata da Tori Amos, in realtà quando poi lui l’ha conosciuta, Tori ha in qualche modo plasmato un personaggio che per molti versi già le somigliava. Gli è stato chiesto che cosa salverebbe dalla distruzione, se potesse scegliere solo tre cose. “Prima di tutto, i miei gatti. Non potrei non salvarli, perché mi farebbero un gran casino, se non li salvassi. E se anche non lo facessi e loro scomparissero dalla faccia della terra, so già che ricomparirebbero spontaneamente e mi farebbero ugualmente un gran casino. Quindi è meglio salvarli fin dall’inizio. Poi salverei La Tempesta di Shakespeare, perché è una delle cose più belle che esistono al mondo. L’ho letta quando ancora ero molto piccolo e non avevo alcuna idea che avrebbe avuto un’influenza così importante nella mia vita. Ho disseminato Sandman di citazioni dalla Tempesta, proprio perché credo sia una delle cose più belle che esistono al mondo. Poi? Devo dire ancora una cosa? Una terza cosa? Dunque, fatemi pensare… ah! L’arcobaleno! Uno non ne ha mai troppi di arcobaleni!” Poi ha parlato un po’ di come sono nate alcune sue storie. Per esempio ha parlato del copione per MirroMask, un film d’animazione diretto dal suo amico Dave McKean. La cosa strana di quel film è stata che, mentre normalmente c’è all’inizio un copione, poi si cerca di tirare su un budget e alla fine si gira il film, per MirrorMask è successo il contrario: quelli della Hanson Film lo hanno chiamato un giorno dicendo: “Neil, abbiamo 4.000.000 di dollari per produrre un film fantasy, ma sappi che ne sono serviti 14 per produrre Labyrinth 20 anni fa. Intendiamo chiedere a Dave McKean di dirigerlo lui, e sappiamo benissimo che con questo budget non possiamo permetterci di chiedere a te di scrivere il copione. Ma non ti andrebbe di darci almeno qualche idea?” E lui aveva risposto che se Dave McKean avesse diretto il film, lui avrebbe scritto il copione. Il problema è stato che in quel periodo il dollaro si è molto svalutato e loro hanno perso quasi un terzo dei soldi semplicemente trasformando i dollari in sterline. Perciò il problema era che quando lui faceva una proposta, McKean invariabilmente rispondeva: “No, Neail, quello non ce lo possiamo permettere.” Perciò lui pensava che alla fin fine, McKean avesse tirato fuori un ottimo film, considerato che non aveva soldi per farlo. “Io sono stato agli studi della Pixar. Loro hanno una stanza che è cinque volte questo padiglione tutta piena di computer e tecnici che si occupano semplicemente della creazione visiva dei personaggi. Dave aveva un’unica piccola stanza con un paio di computer e un tecnico per fare tutto. Mi ricordo che a un certo punto avevano quattro computer, li avevano chiamati John, Paul, George e Ringo e i computer si parlavano fra di loro. Poi hanno pensato che servisse un quinto computer. L’hanno chiamato Yoko… e i computer non si sono più parlati fra di loro.” Ci sono state anche delle domande dal pubblico. Ne ricordo due in particolare. Una riguardava Sandaman, un ragazzo ha chiesto come mai in Italia questa sua opera è stata pubblicata in maniera tanto strana, con volumi sballati, prima gli ultimi, poi i primi, poi mischiati. Gaiman ha risposto: “Ne sai più tu di quanto ne so io. Ma una cosa posso dirla: quando nel 2001 è cominciata la pubblicazione di Sandman, l’Italia è stato l’unico paese al mondo che non ha voluto pubblicare le copertine di Dave McKean, non so per quale motivo. Ho avuto l’impressione che gli editori italiani pensassero di sapere che cosa il pubblico vuole, meglio del pubblico stesso, e anche se tutti i lettori si alzassero in piedi e dicessero: noi volgiamo questo, daccelo! Gli editori italiani ancora penserebbero si sapere loro meglio del pubblico cosa il pubblico vuole. Quello che posso suggerirvi è di provare a scrivere. Nell’era di Internet persino gli editori meno disponibili sono costretti a rispondere, molte volte. Scrivete loro e dite cosa volete… e io vi supporterò da dietro le quinte!” Poi gli è stato chiesto qual è il ricordo più bello che ha di Douglas Adams (l’autore di La guida intergalattica per gli autostoppisti) e se gli fosse piaciuto il film che era stato tratto dalla Giuda. Lui ha risposto che il film non è così brutto come temeva, e non è bello quanto sperava. Riguardo a Douglas, ha molti bei ricordi di lui, il più strano dei quali (e lui per qualche motivo è particolarmente legato a quel buffo ricordo) riguarda un episodio che è successo a casa di Douglas mentre stava scrivendo la Guida. Gaiman era nello studio di Douglas e lo stava aiutando nel lavoro, quando è comparsa la matrigna di Adams dicendo che voleva fare un bagno. E’ andata al piano di sopra ma dopo un po’ è scesa tutta agitata, dicendo: “Ma Douglas, dove sono finiti gli asciugamani?”, e lui ha risposto: “E cosa ne so!” e Gaiman in quel momento ha pensato: “Ah, ecco! Douglan Adams, l’uomo che non sa dove sono finiti gli asciugamani!” La serata si è conclusa con la canonica sessione di autografi. Io mi sono fatta autografare Nessun dove, che com’è noto si svolge fra la metropolitana di Londra e un mondo immaginario sotto la metropolitana stessa. La dedica è: “Sarah… mind the gap!” Che fuori di testa!!! Celebcùen
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