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UNA GHIRLANDA D'ARGENTO E ACCAIO

Kielle

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Traduzione di Sarah Zama


MEFAs 2005 - Prima posizione, Il Silmarillion: Feanor e i suoi figli, The Ainulindele Award
 


 

Non toccava lo Specchio da anni.

Usato? Sì. La fonte di acqua pura che sgorgava dal cuore del Caras Galadon, il bacile d’argento sul suo piedistallo finemente intagliato; questo era lo Specchio che portava il suo nome e che l’aveva sempre servita a dovere.

Ma lo Specchio vero e proprio, quello non lo toccava mai. Versava l’acqua cristallina dalla brocca d’argento, questo sì. Soffiava sull’acqua per risvegliare increspature e visione, sì. Guardava nelle sue profondità e guidava altri nel farlo, sì, certo.

Ma toccare lo specchio vero e proprio…

Avvisava sempre chi guardava di non disturbare l’acqua. Nessun elfo avrebbe mai osato disattendere il suo avvertimento, e nessun ospite (per quanto pochi ormai fossero) aveva mai pensato di chiedere perché. Toccare l’acqua? Avrebbe disturbato la visione, naturalmente. Spezzare la tranquillità dell’acqua era spezzare l’incantesimo stesso. Era logico, nessuno l’aveva mai messo in dubbio.

Avevano ragione. Avevano anche torto. Toccare lo Specchio, vedere ciò che doveva essere visto unicamente…

Lo Specchio mostrava molte cose: alcune buone, altre cattive, alcune belle, altre terribili. Ma uno specchio è comunque uno specchio e un riflesso è comunque un riflesso… anche se riflette luoghi e tempi lontani. Nello specchio non puoi vedere quello che c’è dentro alla tua testa… o al tuo cuore.

Ma se ti avvicini oltre, lo Specchio si avvicina di più a te.

Lei stessa aveva osato fare una cosa simile solo due volte da quando lo Specchio esisteva: una volta quando esso era nuovo e lei cercava di capirne le effettive possibilità, e un’altra volta durante il periodo più fulgido di Lothlòrien. Innumerevoli brevi anni del Sole erano già trascorsi da quel giorno. Lei non li aveva contati, dal momento che era stata sua intenzione non ripetere mai un simile errore.

Eppure…

Eppure ora era qui, di fronte al bacile d’argento, da sola, il manico dell’elegante brocca freddo nelle sue mani. Per la terza volta. Tre era il numero della sorte, del resto. Tre pietre, tre anelli…

La Compagnia se n’era andata, giù per il corso dell’Argentaroggia su tre veloci barche bianche. Viaggiava con loro l’ultima speranza per la Terra di Mezzo e lei aveva fatto tutto ciò che il suo considerevole potere le permetteva di fare per vedere quella speranza proseguire sicura sul suo cammino. Se avessero avuto successo, Lothlòrien sarebbe stato condannato. Se avessero fallito, tutto sarebbe stato condannato. In ogni modo, ciò che lei aveva fatto per loro era sicuramente stato il suo ultimo atto d’altruismo per questo mondo. Certo questo era abbastanza per lavare il sangue dalle sue mani.

 * * *

Con la sua consueta grazia, Galadriel raccolse l’acqua dalla fonte e la versò lentamente, quasi pensosamente, nello Specchio. L’acqua d’argento cadde liscia come vetro, senza tradire quel tremito che lei impedì alla propria mano di mostrare.

Tutto doveva essere perfetto, tutto doveva essere normale. Lo Specchio non doveva sospettare nulla…

Galadriel aggrottò la fronte e scacciò quel pensiero. No. Lo Specchio non aveva una sua volontà. L’aveva creato lei stessa, con le sue mani, lavorando con pazienza alla luce della Luna, cantando dolcemente per legare il metallo puro e infonderlo del suo potere. Rifletteva quello che era nel passato, nel futuro, nel cuore delle persone. Esso non giudicava, non puniva. Semplicemente rifletteva,

-- la colpa

e il riflesso non poteva mentire. Un riflesso non era un’implacabile accusa di

-- omicidio

azioni terribili, a meno che quelle azioni non fossero scavate nel cuore di chi

-- uccise i suoi simili

osava interrogare le profondità dello Specchio.

L’acqua era calma, adesso. Rifletteva serenamente il cielo stellato, nonostante fosse solo pomeriggio nel Bosco D’oro. Galadriel si accorse di stringere ancora la brocca, così la depose con attenzione nel suo consueto luogo di riposo, risvegliando solo un lieve tintinnio d’argento contro la pietra. Quindi si fece avanti, come aveva fatto innumerevoli volte, per guardare nello Specchio.

 * * *

Sangue. Non aveva mai visto tanto sangue. Non aveva mai visto davvero del sangue prima d’ora, se non per un ginocchio sbucciato dal gioco e per un graffio causato da un utensile sfuggito di mano alla forgia. Era un colore così intenso, quasi vivace… che si riversava a fiotti dalla ferita di qualcuno con il quale lei aveva spesso riso a un banchetto, e scendeva lungo la lama del suo pugnale, fino sulla sua mano, e lei non riusciva a liberarsi, perché aveva sentito la lama stridere contro l’osso quando l’aveva istintivamente diretta in alto, alla gola, e se avesse di nuovo grattato a quel modo uscendo, lei sapeva che avrebbe potuto gridare…

Lo Specchio d’argento rimaneva silenzioso davanti alla sua Signora, indifferente all’orrore. Lo sguardo di Galadriel era rivolto all’interno di se stessa. Non aveva bisogno che lo Specchio le mostrasse questo. Questo, lo ricordava. Questo lei l’aveva visto con i suoi stessi occhi.

Era una lunga storia terribile, che lei non cercava mai di ricordare. Non era stata colpa sua. Lei era semplicemente (se semplice era parola che si adattasse a chi aveva camminato alla luce degli Alberi) la figlia del fratellastro di un uomo che aveva fatto un giuramento terribile. Un giuramento che aveva portato esilio, tradimento, guerra e morte… intessuti della maledizione terribile caduta su coloro che erano stati così accecati dalla vendetta da giungere ad uccidere il propri fratelli.

Il mare era divenuto rosso di sangue elfico ed innocente nel porto di Alqualondë.

non poteva muoversi, non poteva distogliere lo sguardo mentre la luce si spegneva negli occhi del suo bellissimo cugino e poi il pugnale le era stato strappato di mano ed egli (Telemél, Telemél era il suo nome) le cadde rantolando fra le braccia e il sangue le coprì le spalle e il seno e lei gridò, e non le importava perché tutti, tutti, tutti stavano gridando…

Gli splendidi capelli biondi di Galadriel le coprirono il viso quando le nocche delle sue mani sbiancarono stringendo il bordo del bacile. Lei non avrebbe mai dovuto essere là. Ma suo padre non poteva infrangere il giuramento fatto al proprio fratellastro, e i suoi figli non l’avrebbero mai condannato all’esilio da solo.

Era stato solo un caso che il suo gruppo fosse rimasto indietro, sfuggendo così alla maledizione. Ma sfortunatamente c’era affetto fra i figli di Fingolfin e quelli del suo fratellastro. Artanis – perché allora non era ancora Galadriel – e Orodneth erano corsi avanti per ridere e scherzare con i propri cugini. Figli di una terra idilliaca dove l’omicidio era stato inventato solo pochi giorni prima, erano finiti a capofitto nel mezzo di una battaglia contro i loro stessi parenti.

L’unica figlia di Fingolfin era alta come un uomo e forte dopo aver passato anni alla forgia di famiglia, ma non era un soldato. Non portava alcuna spada. Ma sulla spiaggia di Alqualondë, confusa e spaventata, aveva estratto il proprio pugnale per difendersi.

… sapeva che tutto ciò era sbagliato, ma aveva sentito gridare che erano stati i Teleri ad iniziare tutto – che la gente del mare aveva attaccato i Noldor – ma per quale motivo? Perché? I Teleri non indossavano armature e solo pochi impugnavano spade, il che voleva dire… ma quello non poteva essere, semplicemente non poteva, perché se fosse stata la sua gente a vibrare il primo colpo (per quale motivo? Perché?) lei non avrebbe ucciso (assassinato) uno dei parenti di sua madre per difendersi (assassinato) dopotutto, e… oh, oh, ma il sangue sul suo pugnale (assassinato!), il sangue sulle sue mani (ASSASSINATO!), quel sangue non sarebbe mai stato lavato via, mai, mai , mai…

E poi Orodneth le fu accanto, la spinse via, e lei vide che la sua spada era lucida e pulita. Non c’era sangue. Non c’era sangue sulla spada di suo fratello, non c’era sangue sulle sue mani, né sulla sua anima.

A differenza di lei.

Lo Specchio era ancora sereno come la Luna stessa. Con uno sforzo, Galadriel tornò indietro da memorie di millenni passati e guardò il disco d’argento incontaminato di fronte a lei. Non aveva mai rivelato a suo fratello che il sangue che l’aveva coperta quel giorno era stato solo colpa sua, ma lei lo sapeva. Lei lo sapeva. E non lo dimenticava. Non avrebbe mai potuto dimenticare.

Non avrebbe mai potuto.

Strinse le labbra, pensierosa. Aprì le mani ancora avvinghiate al bordo del piedistallo e le scosse, facendo attenzione, per liberarle dai crampi, e afferrò il marmo tanto forte da lasciare lividi sulla propria pelle.

Questa sarebbe stata la terza volta. Il suo terzo gioco con la sorte. E sì, tre era il numero della sorte… tre pietre, tre anelli, tre barche veloci spinte lontano dal destino…

“Proviamo di nuovo,” mormorò Galadriel. “Lasciami vedere se infine ho fatto abbastanza per meritare il perdono.”

E, senza provocare nemmeno un’increspatura, lasciò scivolare le proprie mani nell’acqua fredda e limpida.

Per un lungo momento la Signora del Bosco rimase immobile, silenziosa, e mentre il sole faceva risplendere i suoi capelli d’oro e scaldava la sua veste di seta, lei distolse lo sguardo. Il fondo piatto del bacile era freddo contro i suoi palmi, l’acqua lambiva delicatamente i suoi polsi.

Infine, lei guardò di nuovo.

Lo Specchio non giudica e non assolve. Alla fine è uno specchio, nient’altro che uno specchio. Riflette, riflette molto più che un normale specchio, ma quello che mostra è vero. Se però ti avvicini oltre, lo Specchio si avvicina di più a te.

E se tu puoi perdonare te stesso…

Galadriel ritirò le mani e le asciugò attentamente contro le proprie maniche. Poi, calma e regale come una regina, se ne andò.

Dietro di lei, l’acqua dello Specchio scintillava rossa del sangue di un innocente.

 

© Kielle 2002