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TEMPESTA

Celebcùen


 

Il vento si alzava tutte le sere al calar del sole, il cielo si trasformava in una rossa ferita aperta e dall’ovest giungevano le nuvole. Coprivano l’orizzonte, lentamente, strisciando, ma con intenzione, come se cercassero di nascondere qualcosa. E fra la gente c’era chi sussurrava che quelle nuvole avevano una forma, la forma di aquile, che il sibilo del vento che correva avanti e che solo che riusciva a piegare il fumo che usciva senza posa dalla sommità del Tempio di Armenelos, era il loro grido, il grido delle aquile. E poi…poi le nubi raggiungevano la terraferma e scaricavano la loro ira su Númenor per tutta la notte.

Mirôzîr guardò verso ovest e le vide giungere anche quella sera. Ribollivano e rotolavano con una forza spaventosa, estendendosi da nord a sud con riccioli d’oscurità che davvero suggerivano la forma di grandi ali, sotto le cui piume evanescenti lampi rossi e bianchi guizzavano senza posa. Una nuova tempesta era in arrivo.

La gente per le strade affrettò il passo, desiderosa di rifugiarsi nelle proprie dimore prima che la tempesta si scatenasse su di loro. Ma Mirôzîr non era diretto verso casa.

L’uomo si strinse nel mantello scuro e pesante e voltò le spalle alle nuvole in arrivo. C’era una festa alla Corte del Re quella sera e lui era stato invitato.

Il viso di Mirôzîr s’incupì, così com’era successo quando aveva ricevuto l’invito. Era stato un capitano di vascello, una volta, con contatti a Pelargir, a Umbar e persino nelle terre degli Haradrim. E sì, aveva commerciato anche con gli Elfi del Lindon, anche se questo non l’aveva mai ammesso con nessuno, men che meno ultimamente. Quando la flotta commerciale del Re era divenuta una flotta armata, Mirôzîr aveva guidato alcune di quelle navi attraverso il mare, fino alla Terra di Mezzo. Aveva anche combattuto per il Re… e questa non era cosa che ricordasse volentieri.

Ma ormai era molto tempo che le navi del Re non solcavano più i mari, perciò quale poteva mai essere il motivo di quella convocazione?

Il vento soffiava aspro e arrabbiato contro di lui. Spazzava le strade con furia, come se cercasse di ripulire qualcosa di fetido.

Quando il capitano raggiunse il centro della città si fermò, alzando gli occhi al Tempio.

Un edificio indubbiamente impressionante che s’innalzava altissimo, al di sopra di tutti gli altri edifici e di giorno la sua ombra toccava chiunque, dovunque andasse. La cupola d’argento ancora scintillava, in alcuni punti, specie lontano dallo sfogo che si apriva proprio alla sommità di essa e che era diventato nero e lurido davvero in fretta. Uno sbuffo di fumo ne usciva anche in quel momento. Del resto non cessava mai, nemmeno un istante. E mentre Mirôzîr guardava, il vento afferrò quella piuma oscena, la piegò, contorcendola, e riuscì a dissiparla, seppure solo per un momento.

C’era una sensazione strana, inquietante nell’aria. Come la vibrazione prodotta da mille voci che gridassero assieme e che pure non riuscissero a farsi sentire.

Rabbrividendo, Mirôzîr superò il Tempio, camminando veloce.

Molte persone entravano ed uscivano dal Tempio ogni giorno, ed erano sempre più numerose. Molte di quelle persone non ne uscivano mai. Mirôzîr non vi era mai entrato e aveva tutte le intenzioni di non entrarci mai.

Il Donatore di Libertà. Il semplice piano di Mirôzîr era di resta fuori dai suoi piani.

Il Palazzo Reale non era lontano, ora. Il capitano affrettò il passo contro il vento che rinforzava.

 * * *

Phalzimar non era un guerriero. Non era nemmeno un vero cortigiano. Era un uomo d’affari e il suo commercio erano i soldi e la persuasione. Un tipo d’uomo molto prezioso per il Re, forse anche più prezioso degli altri due tipi. Quando Mirôzîr lo vide venirgli incontro con il suo caratteristico sorriso lupesco stampato in viso, pesò che era stata una pessima decisione quella di venire… ma anche la migliore che avesse mai potuto prendere.

“Mirôzîr,” lo salutò l’uomo, giungendogli accanto.

Il capitano ricambiò con un cenno del capo.

“Sono felice di rivederti, dopo tanto tempo,” aggiunse Phalzimar, invitando l’altro a seguirlo, con un gesto elegante della mano.

Mirôzîr non poteva certo dire altrettanto, quindi si limitò a ricambiare  con un cortese sorriso di circostanza.

S’incamminarono per un maestoso, cupo corridoio, con un soffitto alto e dipinto ed enormi finestre che a tratti s’illuminavano della rabbia della tempesta. Solo alcune candele illuminavano il percorso, ma davanti a loro s’intravvedeva già la luce della Sala delle Feste. Mirôzîr notò che altra gente faceva la loro stessa strada, gruppetti di uomini, alcuni dei quali riconobbe essere capitani di vascello. Come lui.

“E’ davvero passato molto tempo dall’ultima volta che ti abbiamo visto a Palazzo,” proseguì Phalzmar, con un tono che per qualche motivo disturbò Mirôzîr.

“E’ passato molto tempo da quando il Re ha davvero avuto bisogno di capitani di vascello ai suoi comandi, del resto,” fece notare Mirôzîr. “La flotta dorme da tempo nel porto di Andunië, se ho inteso bene.”

“Ciò che dici è vero, la flotta ha dormito per un lungo tempo,” ammise Phalzimar, in tono colloquiale mentre passeggiava lentamente lungo il corridoio crepuscolare, senza voltarsi verso il capitano al suo fianco. “Del resto perché il nostro grande Re dovrebbe ancora interessarsi della Terra di Mezzo? Una terra barbarica, dove vivono solo Uomini senza valore ed Elfi infidi.”

Mirozir lanciò un’occhiata di sottecchi al cortigiano, il cui tono non aveva cercato di dissimulare, né tanto meno di nascondere il proprio disprezzo. Non disse nulla.

“Abbiamo già avuto tutto quello che potevamo desiderare da quella Terra,” proseguì Phalzimar, ancora senza guardare verso di lui. “Certo, ci sono ancora Uomini che navigano fin laggiù, per costruirvi i loro palazzi e i loro domini insignificanti. Uomini senza valore, che non possono nemmeno essere considerati veri númenóreani, se vuoi la mia opinione.”

“Ma non sono poi molti,” commentò Mirôzîr guardando anche lui di fronte a sé. “Non c’è davvero molta gente a cui potrebbero interessare i servigi di un capitano di vascello, oggi come oggi.” Non gli piaceva affatto la piega che stava prendendo la conversazione.

“Ah! Ne ho sentito parlare, vero?” disse Phalzimar, in tono mieloso. “Ti sei ritirato in una fattoria nelle campagne di Armenelos, o questo è quanto ho sentito.”

Mirôzîr gli lanciò un’occhiata diffidente. Un lampo illuminò le finestre, disegnando ombre nere e crude sul viso duro del cortigiano. Perché quest’uomo si era preso al briga di informarsene?

“Ma sei ancora giovane,” proseguì Phalzimar, serafico. “Potresti ancora comandare una nave, no?”

“L’hai detto tu stesso, mio signore,” replicò Mirôzîr, asciutto. “Non ci sono molti uomini che ancora prendono il mare, e sono ancor meno quelli che poi tornano a Númenor. Sono solo un capitano. Non ho mai posseduto alcuna delle navi che ho comandato. E non è nei miei piani lasciare la mia terra.”

“Perciò perché non comprare una fattoria con i soldi guadagnati, e lasciare per sempre la costa per rifugiarsi nell’interno. Non è così?”

Così da non sentire il richiamo del mare da lontano, certo. A meno che un gabbiano solitario non si spinga fino al cuore della campagna a cantare il suo richiamo malinconico nel cielo che non sa di salsedine, il che, ne sono grato, non succede tanto spesso. Cosa sono questi strani discorsi?  Si chiese Mirôzîr, a disagio.

Raggiunsero infine la Sala delle Feste, dove la luce dei molti candelabri e degli occasionali bracieri trasformava la notte in giorno. Gente vestita elegantemente parlava e danzava nella grande sala, e non era certo difficile riconoscere le vesti più sobrie di diversi capitani di vascello fra i colori sgargianti dei cortigiani. Phalzimar si ferò e si voltò finalmente a guardare Mirôzîr in viso.

“E se le cose fossero cambiate?” chiese quietamente, con gli occhi duri come ossidiana. In qualche modo al sua domanda non suonò affatto tale.

Mirôzîr sostenne il suo sguardo.

“Che intendete dire?” chiese, cautamente.

Un sorriso ferino si dipinse sulle labbra sottili di Phalzimar.

“Noi númenóreani abbiamo solcato i mari per secoli, eppure non tutte le rotte sono state esplorate,” c’era una luce inquietante nei suoi occhi. “La Terra di Mezzo non ha nessun valore, ma altre terre ci aspettano aldilà del mare. Il Re sta preparando una nuova flotta e gli servono capitani preparati e fedeli per guidarla.”

Mirôzîr non disse nulla. Non si mosse affatto. Non permise ad un singolo muscolo del suo viso di tremare.

All’improvviso la musica sembrò troppo alta, rumorosa, ed egli desiderò di uscire subito all’aria aperta, fosse anche nella tempesta che vedeva flagellare la città oltre i vetri spessi delle grandi finestre.

“Un’offerta davvero… inaspettata,” disse infine, con voce molto bassa.

“Inaspettata, la definisci?” Phalzimar inarcò le sopracciglia in un’espressione di sorpresa assolutamente falsa. “Capisci o no che cosa ti sta offrendo il tuo Re?”

“Certo,” soffiò Mirôzîr, guardando l’altro dritto negli occhi. In effetti capiva anche di cosa il Re lo stesse privando.

“Bene.” Phalzimar sorrise. Un sorriso minaccioso. “Non devi rispondere subito. La notte è ancora giovane, perciò divertiti. Parleremo di nuovo più tardi.”

Si allontanò velocemente, quasi scivolasse sull’acqua, dirigendo verso un altro dei capitani presenti nella sala.

Gli occhi di Mirôzîr avvamparono appena l’altro gli volse le spalle. Il capitano strinse i denti e i pugni, ma non fece null’altro, tranne dirigersi, lentamente, pesantemente, verso una delle finestre. Vide altri capitani parlare fra loro concitatamente, altri sussurrare con sguardi cupi sul viso. Altri ancora se ne stavano da soli in disparte, come lui, a pensare.

Guardò fuori dalla finestra, escludendo la festa alle proprie spalle.

Le aquile erano giunte e lavavano la città con scrosci furiosi, eppure il rumore della tempesta riusciva appena a penetrare nella Sala delle Feste attraverso il vetro spesso, e veniva poi quasi del tutto ingoiato dal brusio dalle chiacchiere e dalle musica troppo forte.

Aveva tentato in tutti i modi di restar fuori dagli intenti del Donatore di Libertà, pensò Mirôzîr cupamente. Eppure, alla fine, era stato agguantato anche lui.

  * * * 

“Capitano Mirôzîr?”

Mirôzîr si girò di scatto e si trovò di fronte un giovanotto. Un ragazzo vecchio o un giovane uomo con il viso pallido, che lui non aveva mai visto. Eppure quegli occhi…

Il ragazzo sorrise amichevolmente.

“Non credo possiate ricordarvi di me. Ero solo un bambino quando visitaste la mia casa l’ultima volta.”

Mirôzîr allora sorrise.

“Alêth figlioli Umar,” disse come saluto.

Il ragazzo annuì brevemente.

“Sì. E’ gentile da parte vostra ricordare il mio nome.”

“Sei lontano da Andunië. Ma non sei un po’ troppo giovane per essere un capitano di vascello?” chiese Mirôzîr in tono paterno.

Il sorriso disparve dal viso del giovane.

“Non sono troppo giovane per essere il capo del mio casato,” replicò amaramente.

Mirôzîr s’irrigidì. Qualcosa gli pesò sul cuore.

“Umar è…”

“…morto,” concluse Alêth per lui, alzando il mento con orgoglio. “Cinque mesi fa. Il Donatore di Libertà si è accanito troppo duramente contro di lui.”

 “Che intendi dire?” chiese cupamente.

Alêth ghignò, ma in modo triste.

“Non vi ha ancora parlato?” chiese, facendo un breve cenno del capo verso Phalzimar, che stava ora voltando loro le spalle. “Il Re ha bisogno di navi per la sua nuova flotta. Noi ne avevamo quattro, ricordate?” Stirò le labbra in quello che solo un audace avrebbe potuto definire un sorriso. “Ricordo di avervi visto al timone dell’Ala del Gabbiano. Era la vostra favorita.”

“Era una nave, come tutte le altre,” lo corresse Mirôzîr, asciutto. Il che non era affatto vero, ma il capitano cominciava a sentirsi a disagio non meno che con Phalzimar. Sentiva la pelle del collo pizzicargli come se qualcuno lo stesse fissando.

Alêth annuì stancamente. Tristemente, quasi, mentre incrociava lo sguardo di Mirôzîr, per poi distogliere il proprio e avvicinarsi alla finestra. Fissò l’oscurità della tempesta. La pioggia frustava il vetro facendolo vibrare. Alêth alzò il viso come se potesse sentire la sferza di quella pioggia su di esso. E Mirôzîr desiderò la stessa cosa: gocce d’acqua sul viso. Era una bella sensazione, che gli era stata molto famigliare un tempo. Uscire, andarsene lontano, da quel luogo soffocante e anche dalla volontà del Re.

“Il Donatore di Libertà,” sussurrò Alêth, gli occhi ancora sul cielo tempestoso. “Non ha donato nulla a noi. Si è preso una delle nostre navi, poi un’altra e poi un’altra. Poi si prese mia sorella, solo perché parlò in difesa di mio padre. Si prese suo marito e i suoi due figli. Ci prese la lealtà dei nostri servitori, che denunciarono mio padre per timore di essere presi a loro volta. Dissero che mio padre era amico degli Elfi.” Si voltò solo leggermente verso Mirôzîr. “Voi conoscete la verità,” disse, davvero piano. E all’improvviso il suo giovane viso s’indurì. “E poi si prese anche mio padre. Non all’improvviso, nelle ore più buie della notte, nascondendo il proprio viso. Ma lentamente, pezzo per pezzo. Ero con lui quando…”

Mirôzîr trasalì, pensando che Alêth stesse per cadere, perché vacillò, improvvisamente. Solo dopo un attimo realizzò che il giovane si era semplicemente chinato in avanti per appoggiare la fronte contro il vetro. Aveva chiuso gli occhi, il suo volto era ancora più pallido, il suo respiro leggermente più veloce.

“Mi chiese di promettergli una cosa,” disse in un sussurro appena percepibile da Mirôzîr, che gli era accanto. “Ma non fu difficile promettere. Mi disse: Non dargli l’ultima nave. Prometti! Se rinunci a quell’ultima nave, la nostra famiglia non sarà più nulla.” Si volse verso l’uomo più anziano, gli occhi due schegge di pietra nera. Se rinunci a ciò che Ilúvatar ci diede, ciò che Egli diede a noi soltanto, non saremo più Uomini. E non saremo nemmeno Elfi. Non saremo niente di niente!”

“Zitto!” sibilò Mirôzîr tra i denti, afferrando Alêth per un braccio, spiando attorno, preoccupato. Il ragazzo non distolse mai lo sguardo, ma lo guardò dritto negli occhi. Le sue ultime parole erano state meno di un sussurro, quasi solo un movimento delle labbra.

“Te lo dico in memoria dell’amicizia che portavo a tuo padre,” Mirôzîr gli sibilò dritto in faccia. “Non parlare mai contro il Donatore di Libertà.”

Solo allora il giovane esitò, ma lo stesso aggiunse: “L’Ala del Gabbiano è ancora mia. La darò a chi potrà farne un degno uso. Non la vorreste guidare verso un porto sicuro?”

Mirôzîr scosse la testa, incredulo, lasciando andare il braccio del giovane.

“E se rifiutassi?”

Alêth trattenne il fiato, spalancando gli occhi. Il suo viso pareva quello di un fantasma, adesso. Boccheggiò, ma alla fine trovò il fiato per rispondere: “Allora… allora la distruggerò. Non permetterò mai che lui l’abbia, non m’importa cosa intende offrirmi!”

Mirôzîr scosse di nuovo il capo, tristemente.

“Sei folle, ragazzo,” disse. Eppure qualcosa si muoveva dentro di lui, facendogli male.

Si avvicinò alla finestra e guardò fuori. La notte era nera come la pece e furiosa. Alêth gli era accanto, silenzioso e turbato. “Quale uomo può mai rifiutare ciò che il suo Re gli offre?” si chiese, quasi dimentico del giovane. “Specialmente quando quello che gli sta offrendo è la Libertà?”

 * * *

Il tuono ancora brontolava nel cielo e la pioggia ancora cadeva, sebbene meno rabbiosamente.

Alêth camminava per le vie di Armenelos stringendosi nel proprio mantello fradicio. I capelli chiari gli pendevano sulle spalle e sul viso, aderendogli bagnati alla testa, alla fronte, sugli occhi. Camminava a testa bassa, sentendosi solo. Come del resto era.

Era rimasto alla festa ancora un po’ sperando di riuscire a parlare a Mirôzîr di nuovo, ma il capitano lo aveva intenzionalmente evitato. Alêth aveva indovinato un profondo turbamento in lui, ma non tale da fargli riconsiderare la sua prima risposta. Alla fine il giovane aveva deciso di andarsene.

Mentre però dirigeva all’uscita, Phalzimar lo aveva intercettato. Una luce minacciosa e furente negli occhi, gli aveva intimato di consegnare la nave, subito, di sua volontà, o avrebbero trovato altri modi per farlo ragionare. Un sibilo cattivo, che nessuno oltre Alêth aveva potuto sentire.

Allora il giovane era esploso e gli aveva gridato in faccia che l’Ala del Gabbiano non sarebbe mai appartenuta a nessuno all’infuori della sua famiglia. Tutti si erano voltati a guardarlo. Facce bianche e inquiete di dame e cavalieri, sguardi cupi di cortigiani. Visi turbati di capitani di vascello induriti dal tempo, e Mirôzîr, la cui espressione tradiva un misto di rabbia e timore.

Alêth aveva voltato loro le spalle e se n’era andato senza mai voltarsi indietro.

Non si domandava cosa avrebbe fatto ora, perché lo sapeva perfettamente, così come aveva perfettamente saputo che trovare un capitano per la sua ultima nave era un’impresa disperata dal principio. Perciò sarebbe tornato ad Andunië, avrebbe distrutto l’Ala del Gabbiano, perché lui da solo non sarebbe mai stato in grado di comandarla, e poi avrebbe mosso verso un altro porto… se glielo avessero permesso. Sapeva che non sarebbe stato facile. Anche adesso lo stavano seguendo. Non sentiva nulla, non percepiva nulla, però lo sapeva. Perciò, quando infine si fermò in una strada buia come le altre, e la sua mano si spostò sull’elsa della spada come di propria iniziativa, Alêth non si domandò cosa gli stesse prendendo. Semplicemente, seguì il proprio istinto.

Si voltò di scatto, spada in pugno, e vide due ombre uscire dalle ombre più scure della città. Sagome appena percettibili, due uomini completamente vestiti di nero. Non era facile distinguerli. Alêth inghiottì a vuoto, togliendosi i capelli bagnati dal viso con un gesto veloce e nervoso. Era dolorosamente consapevole della pioggia che gli entrava negli occhi, di quanto scivolosa fosse la presa della sua mano sull’elsa e di quanto poco i suoi piedi potessero contare sulla pavimentazione scivolosa della strada. Sapeva di non poter sconfiggere questi due uomini, ma sapeva anche di non avere nessuna intenzione di farsi uccidere stanotte!

I due uomini si fecero avanti insieme, sebbene uno rimanesse appena dietro l’altro. Il pallore dei loro visi e l’occasionale scintillio delle loro lame era più o meno tutto quello che Alêth potesse effettivamente vedere di loro. Non sentiva quasi nulla a causa dello scrosciare della pioggia.

Il primo uomo lo attaccò rapido come un gatto, ma Alêth era pronto, e sebbene si ritrovò subito ad indietreggiare sotto il furore dell’altro, non si stava però ritirando, ma rispondeva colpo su colpo.

Non aveva mai combattuto per la propria vita. Era terrificante, come aveva immaginato… ma anche eccitante. I suoi sensi parevano all’improvviso infinitamente affinati e il mondo si svegliò, divenendo terribilmente vivo. Alêth sentiva il rumore della pioggia più chiaro e forte di quanto avesse mai sentito, e adesso sentiva anche qualcuno muoversi in quella pioggia, sebbene non fosse vicino abbastanza da essere pericoloso per lui. Almeno per il momento. Poteva vedere il viso del proprio avversario tanto chiaramente da fargli pensare che fosse vicinissimo, molto più vicino di quanto effettivamente fosse. Poteva vedere l’espressione su quel viso e leggerla: anche l’assassino sentiva qualcosa, qualcosa che non si era aspettato, e si domandava perché il suo compagno non gli stesse dando man forte.

Alêth invece non se lo domandò. Non aveva certo energia da sprecare in speculazioni. Anche perché quando il suo avversario realizzò di essere solo, divenne improvvisamente più feroce. Il suo attacco si fece ancora più serrato e Alêth dovette riconoscere in un attimo terribile di sgomento quanto egli fosse superiore a lui.

Eppure non fu l’abilità dell’assassino che quasi gli costò la vita. Fu la scivolosità della strada. Alêth si sentì cadere anche se non realizzò mai di aver perso l’equilibrio. Sentì il terreno duro impattare contro la sua schiena, ma non distolse mai lo sguardo dal proprio avversario. Era stato il primo insegnamento di suo padre quando gli aveva messo una spada in mano: non distogliere mai lo sguardo. E così lui fece. I suoi occhi non videro dove cadde la spada, ma le sue orecchie lo sentirono. Allungò una mano per afferrarla, vedendo l’avversario torreggiare trionfante sopra di lui, e nel momento in cui pensò: Non sarò mai veloce abbastanza, qualcosa passò negli occhi del suo assassino. L’uomo impallidì. Persino Alêth poté sentire qualcuno avvicinarsi attraverso la pioggia. L’assassino si voltò e in quel momento Alêth afferrò la spada e lo colpì, veloce come un lampo, dritto al cuore.

Il giovane trattenne il respiro e fu come se per un momento il mondo intero avesse cessato di vivere. La pioggia era silenziosa, l’assassino era immobile. E poi Alêth tirò il fiato, l’uomo cadde insieme alla pioggia e il giovane vide un uomo con una spada in mano di fronte a lui.

E sorrise.

“Mirôzîr,” disse. E allungò una mano aperta verso di lui.

Il capitano l’afferrò, aiutandolo ad alzarsi.

“E’ meglio muoversi,” disse cupamente. “Di certo qualcuno sta seguendo anche me.” E sogghignò all’improvviso. “Non credo che Phalzimar abbia preso bene la mia risposta.”

“Hai cambiato idea,” constatò Alêth. “Perché?”

Mirôzîr esitò, ma poi incurvò le labbra.

“In memoria dell’amicizia che portavo a tuo padre,” rispose. “Una volta mi disse: C’è solo una persona che può davvero darti la Libertà.

E Alêth sogghignò a sua volta, perché sapeva come concludeva la frase: “Te stesso.”

 

 FINE


© Celebcùen 2006