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I PRIGIONIERI DI DAGORLAND

Federica Leva
 


Seconda posizione al Premio Silmaril Racconto 2006

"Per aver saputo creare un racconto che si insinua perfettamente in quei pochi angoli bui lasciati dalla narrazione tolkieniana senza stravolgere il racconto del professore; per aver saputo regalarci con maestria - e non è la prima volta - un profilo psicologico complesso e completo di quella che potremmo definire una comparsa nella Terra di Mezzo senza per questo farne un martire ma mantenendo il suo ruolo di malvagio, secondo posto a Federica Leva con I prigionieri di Dagorland"


 

Anno 3434 della Seconda Era.

Fra i fumi della battaglia, il vento venefico che soffiava da Mordor trascinava con sé l’odore della morte. Le vaste distese che s’allargavano sulla Piana di Dargolad erano chiazzate di sangue vermiglio; e tutt’intorno, la sera era maculata dagli aspri roghi dei saccheggi. Calibran, capitano dell’esercito dei Noldor, s’abbassò la visiera sugli occhi, e si volse a conteggiare quanti Elfi e Uomini erano sopravvissuti al massacro. Non più d’una dozzina, calcolò: Anárion, figlio di Re Elendil, Alto Re dei Dúnedain, due giovani arcieri, e qualche guerriero di Eldar. Sollevò un braccio per chiamarli a raccolta, e riprese a correre verso le trincee alleate.

«Ritiriamoci!», gridò. «I Re hanno ancora bisogno di noi. Se moriremo, cadremo onorevolmente nel nome dell’Alleanza e della libertà!»

E moriremo, pensò, saltando nella corsa i cadaveri a terra – amici d’un tempo e nemici d’una notte feroce. Ma se Gil–galad ed Elendil avessero respinto l’avanzata delle truppe di Sauron, il loro sacrificio non sarebbe stato vano. Erano scesi in avanscoperta per aprire la strada ai loro sovrani, e molti Orchetti erano caduti, travolti dall’impeto della cavalleria o trafitti dalle frecce degli Elfi. Elendil aveva disperato di riabbracciare il figlio, quand’erano partiti per la battaglia; ma sorte peggiore avrebbe investito ogni terra abitata, se gli eserciti dell’Erede di Melkor avessero celebrato la vittoria calpestando le insegne dell’Alleanza.

Un urlo, alle sue spalle, lo costrinse ad inciampare s’un cavallo azzoppato e a voltarsi.

«Gli Orchetti!», gridò Anárion, puntando la spada oltre i fuochi delle trincee. E scostando un ciuffo di capelli insanguinati dagli occhi, Calibran vide il nugolo fetido d’un drappello nemico caricare su di loro, le orrende zanne snudate nel muso disumano.

Fuggire sarebbe stato vano. Erano stanchi e appiedati, e nessuno li avrebbe potuti soccorrere, su quella pianura di morte. Gil–galad combatteva lontano, la sua lancia rutilava lampi alginanti nel grigiore del meriggio, ed Elendil stava disimpegnando sin troppi nemici con Narsil, la terribile spada forgiata da Telchar di Nogrod.

Anche se avesse suonato il corno di soccorso, nessuno avrebbe più potuto salvarli, ormai. 

Si volse a fronteggiare la carica degli Orchetti. «Se i Signori del Giorno e della Notte chiedono che la morte ci colga ora, per mano di quelle bestie maleodoranti», ruggì. «Ebbene, li esaudiremo… Ma non prima d’aver battezzato questo campo con il loro malefico sangue nero!»

Alzò la spada, viscida di sangue, e i compagni gli si strinsero attorno.

«Combattete da Elfi», riprese Calibran. «Che le nostre vite possano essere ricompensate e benedette dalla libertà!»

La terra tremava, sotto i suoi piedi; ancora pochi passi, e gli Orchetti li avrebbero accerchiati. Fissò gli occhi in quelli del capitano dei nemici, e si preparò a contrastarlo. La scimitarra dell’Orco calò a colpire, e il brando di Calibran scintillò, spezzandosi in due pezzi. L’urto lo scagliò a terra, e ancora la sciabola lo cercava, incalzante, sollevando zolle d’erba attorno al suo viso. Rotolando fra i fiori schiacciati, Calibran afferrò l’elsa della spada, ormai ridotta ad un moncherino, e tentò goffamente di difendersi. Ma non v’era più alcuna speranza di salvezza. L’Orchetto lo incastrò fra le gambe pelose, uno stivale premuto sulla mano armata, e lo sovrastò ruotando con spietata lentezza la scimitarra fra le zampe possenti. Sogghignava, un riso orrendo, e la bava acida cadeva a bruciare la pettorina dell’elfo, laddove batteva il cuore. Morirò, fremette Calibran, immobilizzato. Abbatterà l’ascia sul mio volto e berrà il mio sangue dalle mani, in gesto di trionfo, e quel che di me resterà inviolato diverrà concime per fiori. Tentò di liberare la mano intrappolata dal piede dell’altro, invano. E la lama calò. Ma non lo uccise. Gli strappò la cotta di maglia e gli abiti elfici, snudando la pelle chiara, e lo  sguardo dell’Orco cambiò. Gorgogliò qualcosa ai compagni, in un linguaggio oscuro, dopodiché l’afferrò per il collo, gli colpì la mano armata con un calcio, facendolo gemere di dolore, e lo trascinò in ginocchio sul prato per legarlo. Tossendo, stordito, Calibran vide che altri tre compagni venivano rialzati a forza e catturati. Non intendono ucciderci, riuscì a pensare, mentre le corde gli martoriavano i polsi robusti. Perché? Il capitano degli Orchi gli fissò una corda attorno al collo, come se fosse stato un toro da macello, e la strattonò per assicurarsi che non si spezzasse.

Andiamo, comandò con un cenno, e gli altri iniziarono a correre, con il loro usuale passo rapido, cadenzato, instancabile, e Calibran fu costretto a seguirli. Non seppe per quanto tempo marciarono attraverso i boschi e le colline della Terra di Mezzo, ma la notte venne e sfumò nell’alba, e un altro giorno li scortò nel suo triste grigiore. Era discesa nuovamente la sera, quando si fermarono. Calibran quasi non s’accorse di dove vennero gettati, ma gli parve che un pagliericcio secco gli pungesse il viso, quando crollò a terra. Avrebbe voluto dormire del sonno degli elfi – un rincorrersi di bei sogni che ristorava la mente –, ma riuscì soltanto a spalancare lo sguardo sull’oscurità d’una notte inviolabile, mentre il corpo urlava di dolore come quello d’un misero umano morente.

 * * *

Quando si riprese, scoprì ch’era stato rinchiuso in una cella assieme a due arcieri dell’avanguardia e al figlio minore di Elendil. Due torce ardevano, infisse in un muro di terra battuta, fendendo con lingue incerte il gelo e l’oscurità d’una notte perenne. Comprese allora di trovarsi a molte braccia di profondità dal suolo, in un sotterraneo d’Orchetti. Non erano stati legati, e sebbene la cella fosse minuta e il soffitto basso, avrebbero potuto alzarsi in piedi, se le forze li avessero sorretti. Si sollevò a sedere, trafitto da spasimi di dolore. Le gambe e le braccia gli dolevano, e la camicia era ancora strappata, laddove l’Orco l’aveva colpito. Si guardò nel riflesso d’un bacile d’acqua sporca, e si passò una mano sul volto tumefatto, sui lunghi capelli infangati. Alla corte di Gil–galad, pensò, amaramente, nessun Elfo si sarebbe aggirato in simili condizioni. Gli Elfi celebravano la grazia, l’eleganza e la leggiadria… Qualcuno, prima che lasciasse la sua casa, gli aveva detto che la guerra deturpava gli animi e le menti degli Uomini, perché gli Uomini erano semplici e deboli, e schiavi della violenza e della brama di dominio; ma non aveva forse il medesimo mostruoso potere anche sulla tempra ancestrale degli Elfi? Siamo ridotti come Uomini, o persino ancor peggioUn prigioniero, che sia figlio d’Elfi o di mortali, è pur sempre un uomo in trappola, trasfigurato nell’ombra patetica di quel che è stato un tempo …

Un gemito lo distrasse, e distolse l’attenzione dal bacile. A pochi passi, Anárion si contorceva s’un pagliericcio insudiciato, invocando nel delirio il nome del padre. Era sudato e incosciente, e quando Calibran gli si trascinò accanto, per bagnarlo con l’acqua del bacile, comprese ch’era in preda ad una febbre infettiva. «Un Re», mormorò Calibran. «Un Re degli Uomini potrebbe risanarlo. Le mani di Re sono mani di guaritore» E notando che un arciere lo fissava stranito, scosse il capo e si scusò: «Pensavo a fior di labbra, Mafalar. Un Re degli Uomini potrebbe lenire le nostre ferite, se volesse. Ma dove trovarne uno, in questa tana d’Orchi?»

«Ti preoccupi di cercare un Re, quando siamo prigionieri nel grembo più oscuro della terra?», replicò Mafalar, stupefatto. «Ero certo che ci avrebbero uccisi. Perché non l’hanno fatto? E cosa ci accadrà?»

Calibran scosse il capo, e con un lembo della tunica tamponò le ferite al volto e alle braccia del figlio di Elendir. «Gli Orchetti hanno fama d’essere creature spietate», considerò, a mezzavoce. «È raro che raccolgano nemici, sul campo di battaglia. Di solito, preferiscono dar sfogo alla loro bestialità, e uccidere…» Anche il secondo veterano s’avvicinò, inquieto. «Dunque…?», intervenne, ed ancora una volta Calibran scosse la testa, impotente. «Non so perché ci abbiamo risparmiati, Eölir», ammise. «Ma non ho fiducia nella loro clemenza»

«A Lindon si raccontava che mangiassero carne umana», riprese Mafalar, con disgusto. «Pensi che vogliano cibarsi di noi?»

«Per la barba dei saggi, Mafalar!», esclamò Eölir. «Siamo Elfi, non Uomini!»

«Credete che ai servi di Sauron importi se siamo Uomini o Elfi?», replicò Calibran. «Se ci hanno portati qui, intendono usarci per qualche scopo ignobile. Hanno rapito il signore di Minas Anor. Forse vogliono donarlo a Sauron o barattarlo con la vita d’altri prigionieri, o quella di suo padre»

«Ma perché graziare anche noi, che siamo solo guerrieri?», insistette Mafalar, e sulla sua voce cadde il silenzio. Calibran posò una mano sul volto di Anárion, rovente di febbre, e i suoi occhi tradirono timore… timore che la morte gl’invadesse le membra e lo rapisse per sempre dal mondo dei vivi. Gli sfuggì un sospiro, e gli sedette accanto. Re Elendir gli aveva sempre preferito Isildur, il primogenito, ma Calibran aveva scorto l’ultimo abbraccio in cui s’erano stretti, re e principe, prima di scendere in battaglia, la mano del sovrano che sfiorava affettuosamente i capelli del figlio, come se fosse stato ancora un ragazzo. Se Anárion fosse morto, il signore di Númenor ne avrebbe sofferto atrocemente; ed anche Isildur sarebbe andato incontro alla battaglia con il cuore rigonfio di dolore.

Un’ora più tardi, il capitano degli Orchetti aprì la porta della gabbia di ferro in cui erano rinchiusi. Gettò sul terriccio qualche tozzo di pane rubato dalle scorte dei soldati depredati in battaglia, e volse lo sguardo su tutti i prigionieri; ma si soffermò su Calibran ancor più che su ogni altro viso. Socchiuse le labbra, come per parlare, ma subito le richiuse, e si voltò con stizza, quasi che quel gesto lieve, appena percettibile, l’avesse degradato al pari d’un Elfo. S’allontanò bofonchiando, il passo pesante, e per molto tempo nessuno tornò a visitarli. Poi il capitano ritornò, scortato da tre Orchetti vigorosi, ed entrò nella cella afferrando Anárion per il collo. Il principe s’accasciò gemendo fra braccia pelose, e Calibran s’alzò in sua difesa:

«Sta morendo. Lasciatelo!», ingiunse.

Grugnendo, il capo degli Orchi lo respinse sul pagliericcio, fissandolo con ira. «Taci!», gl’intimò, con voce gutturale, e Calibran sbatté gli occhi, stupefatto: aveva sempre creduto che gli Orchetti non conoscessero il linguaggio degli Uomini e degli Elfi…

Anárion fu trascinato nelle stanze delle torture e i compagni lo udirono urlare per tre giorni e tre notti. Infine, quando il silenzio era calato da tempo anche sulle risa selvagge degli aguzzini, venne riportato, ancora vivo, nella cella, e là gettato sulla paglia come un rifiuto per cani. Il capitano degli Orchi additò Eölir, ed anche lui subì gli strazi fra i bracieri e i ferri roventi. Svenne dopo un giorno, e in sua vece venne prelevato Mafalar, che andò incontro alle sofferenze con l’orgoglio incorruttibile dei Númenoreani. 

Calibran sedette fra Anárion e Eölir, accudendoli nel loro sonno agitato. Il primo a riprendersi fu Eölir, che maledisse a gran voce la propria viltà; poi anche Anárion riaprì gli occhi, e il suo sguardo appannato cercò quello del capitano dei Noldor. Mormorò, un soffio flebile, il suo nome, e Calibran gli posò gentilmente la mano sul capo, per rassicurarlo. Quanti anni aveva quell’uomo bruno, che aveva visto nascere in un reame lontano dal suo, in un tempo in cui anche la memoria faticava a dissipare le nebbie dell’oblio? Non lo ricordava, ma sapeva che aveva quattro figli e due città sotto il proprio dominio; eppure, ai suoi occhi era ancora il giovane principe che era solito accoglierlo con un abbraccio, nel cortile del palazzo, quando si recava in visita a re Elendir. Quattro figli, una tempra da leone, e uno sguardo così limpido, pensò Calibran, con simpatia. E, curvandosi su di lui, sussurrò: «Sono qui, Anárion. Come stai? La tua mano è fresca. La febbre ti ha lasciato?»

Anárion annuì, stancamente. «Mi hanno costretto a bere qualcosa, un intruglio melmoso», sussurrò. «Era disgustoso… ma avevano paura di perdermi, e dovevano assicurarsi che vivessi, per parlare…»

«Cosa vogliono sapere? Posizioni degli eserciti? Piani di battaglia? Le condizioni delle salmerie?»

«No… Sono certi che mio padre sia morto, e mi hanno torturato perché l’ammettessi»

«Tuo padre… morto?», ripeté Calibran, perplesso. «Era ancora in vita, quando siamo stati legati e costretti a lasciare il campo di battaglia. L’ho visto combattere e tenere a bada molti nemici, mentre noi affrontavamo gli Orchetti»

Anárion chiuse gli occhi, sfinito. «Ne ero sicuro», bisbigliò.

«Ma allora, perché…?», iniziò Calibran, e Anárion si sforzò di sollevarsi a sedere. «Credono che il Re sia morto, e che sul campo lotti qualcuno che gli assomigli», riprese. «Ma mio padre è vivo. Se fosse morto, lo saprei. Gli Orchetti, però, hanno trovato fra le mie mani qualcosa che gli appartiene… Qualcosa da cui, è noto, non s’è mai separato. Per questo sono convinti che l’Alto Re di Dúnedain sia caduto in guerra, e basterebbe affidare questa calunnia ad un Uomo o ad un Elfo, per disseminare panico e orrore fra le nostre schiere»

«Panico e orrore», osservò Calibran, preoccupato. «A volte son più micidiale d’un esercito oscuro. Cos’hai risposto, mio signore? Hai difeso il nome di tuo padre, o hai ceduto all’efferatezza delle torture?»

Sul volto di Anárion veleggiò un sorriso: «Un figlio di Re invoca la morte, piuttosto che sopravvivere sotto l’ignobile manto della menzogna. Ho giurato che mio padre vive, ed ha al suo seguito Uomini di nobile stirpe, capaci di ricacciare le tenebre oltre i crinali della notte. Quelle bestie non porteranno a Sauron l’annuncio del disfacimento dell’Alleanza»

Eölir ascoltò in disparte, con pesante cipiglio. «A me è stato imposto di rivelare i segreti dei capitani», disse. «Ma non un gemito è scivolato fra le mie labbra. Il mio corpo, però, mi ha tradito, accasciandosi miseramente ai piedi d’un braciere, dopo una sola notte di travagli»

«Non maledirti», lo consolò Anárion. «Quei supplizi avrebbero ucciso dieci Uomini robusti. Anch’io sono sopravvissuto perché sorretto da qualche forte medicamento. Non angosciarti, ti ripeto. Siamo ancora vivi, e se riusciremo a raggiungere le armi o a stordire le sentinelle, potremmo pianificare una fuga»

«Che Mafalar resista agli strazi!», implorò Calibran, afferrando le sbarre della cella. «Io saprò difendermi, e tacerò perfino il mio nome. Ma se non tornassi, o se tardassi a riprendermi, non esitate, fuggite! La guerra non è ancora finita, e Sauron dev’essere sconfitto, questa volta e per sempre!»

«Sì, ed io devo restituire a mio padre il suo dono, affinché sappia che sono vivo, e che la sua benedizione mi ha preservato dalla morte»

Calibran si volse, e l’aiutò a sedersi sulla paglia infangata e arrossata di sangue raggrumato. «La sua benedizione ti ha custodito come l’ala tesa d’una colomba», convenne. «E il suo dono è stato propizio. Posso chiederti di cosa si tratta, mio signore?»

Ancora una volta, Anárion sorrise, e la sua voce s’ovattò ad un sussurro perché nessuno, nemmeno Eölir, potesse udire: «Un dono che nemmeno tu potresti immaginare, capitano. Quando sono stato catturato, stringevo fra le mani la sua dama più preziosa, e la figlia più spietata delle nostre terre: Narsil, la spada più bella e potente che un uomo abbia mai maneggiato. Ha voluto donarmela perché mi proteggesse in battaglia; ora voglio riconsegnargliela, perché con essa possa affrontare il nemico, oltre le Terre Nere, e sconfiggerlo»

Calibran boccheggiò, esterrefatto. Tanto grande era il dono che il re aveva elargito a suo figlio!

«Hai posato le mani su Narsil», bisbigliò. «Un privilegio immenso. Dov’è, ora?»

Il principe scosse il capo. «Lo ignoro. Forse gli Orchetti se la stanno contendendo, come bottino di guerra, o desiderano farne dono al loro signore»

«Che nessuna lama di Re possa sfiorare Sauron, se non per nostra volontà!», sibilò Calibran e Eölir lo guardò, sorpreso. «La ritroveremo, Anárion, e poi fuggiremo da qui. Eölir… Hai forze sufficienti per camminare?»

«Posso andare ovunque, se mi comandi di vivere», giurò l’Elfo, sorridendo. Tuttavia, a bassa voce, soggiunse, come fra sé: «Ma servirò a qualcosa anch’io, che sono così miseramente crollato dopo poche ore di tormenti? Ah, me ignobile e infelice…!»

«Allora dovremo…», iniziò Calibran, ma quel momento un clangore risuonò, nel cunicolo, e gli Orchetti buttarono Mafalar nella cella. Era ricoperto di sangue e sudore, e gli abiti lo rivestivano in miseri brandelli. Ma era cosciente, e ancora riusciva a reggersi sulle gambe, seppur vacillando.

Calibran s’alzò, sfidando il capitano nemico con lo sguardo. «Non ho paura», disse, offrendosi ai suoi guerriglieri, ma gli Orchetti si volsero, quasi non avesse parlato, e con gran rumore d’armi e di catene lasciarono il sotterraneo.

Calibran deglutì a fatica, stupefatto. Anche i compagni lo guardarono sorpresi. Il capitano s’addossò alle sbarre della cella, respirando con affanno. «Perché?», sfuggì alle sue labbra. «Perché?»

 * * * 

Quella notte, la fame e i pensieri lo costrinsero a vegliare. I compagni s’agitavano, nel sonno, qualcuno gemeva. Ma i suoi occhi erano spalancati, nell’oscurità più fitta. Anche le torce erano state spente, e nessuno si muoveva, oltre i corridoi. Erano i soli prigionieri sopravvissuti, e di certo quella cella era stata un tempo un dormitorio per Orchi. «Questa razza inumana», rifletté Calibran. «Non è rinomata per la sua pietà. Perché siamo stati risparmiati e condotti quaggiù? Perché svelassimo il segreto di Anárion? Ma allora… E il cuore lo martellò selvaggiamente, sotto la tunica strappata. Perché evitarmi gli strazi della tortura? Perché evitarla proprio a me?

Si posò una mano sul cuore, sullo stemma tracciato sulla sua pelle, un intreccio di stelle bianche che lo legava nella vita e nella morte a Re Gil–galad, la Stella di Fulgore. Gliel’aveva inciso suo fratello Malibran, molti anni prima, quand’era entrato nell’esercito dei Noldor come cadetto. Malibran era già luogotenente, a quel tempo, eppure s’appartava sovente al fiume con espressione infelice, come se la vita non avesse per lui alcun’importanza. Al contrario, nelle vene di Calibran scorreva l’impazienza di vivere, d’assaporare i piaceri della pace e della guerra, e quel giorno, mentre Malibran gli decorava la pelle con le polveri brillanti dei fiori elfici, aveva esclamato, concitato: «Ora serviremo insieme il nostro signore. Ne sei lieto, fratello mio?». Malibran aveva sorriso, d’un sorriso amaro, e poco tempo più tardi era scomparso senza lasciar nessuno scritto, nessuna spiegazione. Per secoli Calibran l’aveva atteso, invano; e mentre le vite degli uomini appassivano, accanto ai reami immortali degli Elfi, in lui s’era affievolita sempre più la speranza di ritrovare il fratello in vita.  

Cercò d’addormentarsi; non poteva sapere cosa gli avrebbero riservato i carcerieri, quando avessero riattizzato le vampe delle torce. E d’un tratto, mentre ondeggiava nel limbo del sonno, gli parve d’udire un canto lontano, un’antica ninna–nanna che la balia soleva cantargli prima che s’addormentasse:

Gil–galad, Gil–galad, Stella di Radianza
      Per gli Elfi soavi radunati in danza
      Custodisce Valya, rosa di zaffiro
      Dono di Celebrimbor, mesto il sospiro

 Perché, a distanza di tanti anni, alla mente gli ritornava quel ritornello ormai dimenticato? Si rigirò sul pagliericcio, turbato. E a poco a poco quel canto gli penetrò nei sensi, ridestandolo, ed ancor prima che i sogni si dissolvessero seppe d’udirlo con le sue orecchie elfiche, e non con malinconie della memoria. Rimase in ascolto, trattenendo il respiro nel silenzio assordante della notte. Una voce possente cantava in falsetto, poco lontano; era un canto trattenuto, timoroso, appena sussurrato e tuttavia sin troppo imponente, nella fissità del silenzio. Qualcun altro è racchiuso quaggiù?, balzò nel cuore di Calibran. Un guerriero Noldo… Chi può mai essere? Dopo aver ripetuto ancora una volta il ritornello, la voce si spense, e sul sotterraneo discese una taciturnità assoluta, irretita soltanto dai respiri degli Elfi addormentati.

Il mattino seguente, quando le torce vennero accese e gli Orchetti fecero irruzione nella cella, maltrattando i prigionieri, i vapori del sonno s’erano ormai dispersi, e Calibran credette d’essere stato vittima d’un miraggio. Ma quella notte il canto ritornò, e non fu il solo ad udirlo. Anárion gli sfiorò il braccio con la mano, e i suoi occhi dardeggiarono nell’oscurità, volgendosi verso di lui:

«Anche tu lo senti?», bisbigliò. «È un canto delle tue terre. Talvolta lo intonavano i bardi raminghi, quando giungevano a corte, nelle sere d’inverno. Chi c’è, laggiù? Un prigioniero?»

«Lo ignoro», rispose Calibran. «Ma vorrei scoprirlo»

Scivolò verso la porta a sbarre, e bisbigliò per attirare l’attenzione dell’elfo, che subito tacque, impaurito. «Ascoltami», implorò Calibran. «Chi sei? Da dove vieni?»

Qualcuno trasalì, oltre la notte, ma nessuna risposta giunse in segno d’amicizia o conforto. E Calibran insistette: «Siamo fratelli della stirpe di Feanor. Rivelaci il tuo nome, non aver timore. Sei nato a Lindon?»

Ma ancora una volta gli rispose il silenzio. Anárion scosse il capo: «Forse qualcuno l’ascolta, e non può parlare», suppose, e Calibran annuì. E difatti poco più tardi furono accecati dalla vampa sferzante di una torcia, e oltre la gabbia apparve il brutto muso del capo degli Orchetti.

«Dormite, finché potete, stolti!», ingiunse, fissandoli con collera terribile. «Ancora una parola, e vi trascinerò nelle celle più basse, dove mai è giunto il tepore del fuoco e il gelo vi azzannerà, vorace. Laggiù esiste solo una lunga, immensa notte di tenebra, e non basteranno i canti, a confortarvi, né i vostri abiti fatati a riscaldarvi!»

I due tacquero, e l’Orchetto s’allontanò, scrollando infastidito la grossa testa pelosa. E quando i passi svanirono, in lontananza, Calibran sussurrò:

«Se laggiù è imprigionato un altro Elfo, lo libereremo, e lo porteremo con noi nella fuga», e Anárion assentì, piano. «Se mai riusciremo a lasciare questo posto», soggiunse poi, sconsolato.  

* * *

«Non conosci il suo nome, la purezza del suo cuore!», protestò Eölir, pestando un pugno sulla paglia. «E se fosse un nemico? Un ribelle, un rinnegato del nostro sangue? Cosa t’assicura che sia un elfo buono?»

 «Nulla e nessuno», ammise Calibran, volgendo le spalle al lucore della torcia accesa nel corridoio. «Ma potresti lasciare questo luogo e fuggire verso la libertà con la consapevolezza d’aver abbandonato ad infelice sorte un figlio della tua terra?»

Mafalar intervenne, pensoso: «Non sappiamo come fuggire, capitano. Il ferro della cella è troppo pesante per poter essere piegato, e non abbiamo armi. Tu parli di fuga: ma come potremo sfuggire agli Orchi, se neppure sappiamo dove siamo stati gettati?»

«Siamo ad un giorno di distanza dalla Piana», valutò Calibran. «E queste sono grotte scavate nel grembo della terra». Posò una mano sulla parete fredda, e subito la ritrasse, come se fosse stata di lava rovente. «Questo è senz’altro il territorio di Sauron», riprese. «Toccatelo! Anch’esso ci è ostile, come se percepisse le nostre origini al solo tocco della mano. Di più non so però dirvi. Ma questo vi chiedo, guardandovi negli occhi, uno ad uno: siete davvero rassegnati a perire qui, come larve di vermi, e a languire, in attesa di conoscere quale sorte ci sarà riservata? Gli Orchetti stanno temporeggiando; ma non appena avranno ricevuto l’ordine d’ucciderci, non esiteranno ad obbedire. Ed allora rimpiangeremo la codardia che ha frenato i nostri passi, quest’oggi»

Anárion passeggiò – solo pochi passi, tant’era ristretto lo spazio della prigione – davanti al capitano, le mani intrecciate dietro la schiena. Eölir si mordeva le labbra, incerto, e Mafalar teneva lo sguardo abbassato, e non era possibile penetrare nei segreti della sua mente.

«Perdonaci, capitano, ma la nostra sorte è ormai tracciata», disse poi Eölir, stancamente. «Se non moriremo quaggiù, non troveremo comunque salvezza sulle insidiose montagne che portano a Mordor. Siamo soltanto in quattro, e lassù vivono i Servi di Sauron, e la luce del sole non squarcia mai i fumi caliginosi sparsi ovunque dall’Oscuro Signore…»

«E tu che dici, Mafalar?», disse Calibran, con fermezza. «Approvi i timori di Eölir?»

Il guerriero non rispose, ma non sollevò lo sguardo; e Calibran comprese. «Dunque, è così?», sussurrò sgomento. «Il potere nefasto di questo posto ha operato in tal modo, sulle vostre menti? Bevendo il vostro coraggio, prosciugando in voi il ricordo della casa e il desiderio della pace? Voi, che siete andati incontro al nemico con audacia, e non avete temuto i fuochi della tortura!»

«Siamo stremati dalla fame e dal freddo», disse Eölir. «E non abbiamo più speranza di riabbracciare le nostre famiglie, ormai»

«Ah, se possedessi lo Zaffiro del mio signore! Allora potrei sperare di riportare un po’ di senno, nel vostro cuore. Ma già guardate al vostro destino come arieti da macellare, dimenticando che nelle nostre vene scorre un sangue nobile, un sangue immortale, che è nostro dovere preservare ed onorare!»

E così dicendo si gettò a sedere in un angolo, senza rivolgere loro né uno sguardo, né una parola. Neppure Anárion osò avvicinarlo, e trascorse il suo tempo inginocchiato lontano, avvolto nel mantello lacero e nei propri pensieri. Ma il suo non era il volto di colui che accetta senza protestare la propria sorte.

Fu così, separati ed accesi da pensieri rabbiosi, che li trovò il capitano degli Orchetti, quando venne a portar loro gli avanzi d’un animale che avevano abbattuto, quel giorno.

«Che avete, voi due?», li additò. «Avete discusso?»

Gli Elfi tacquero, ma Calibran s’alzò ed afferrò le barre che lo separavano dal carceriere:

«Cosa avete intenzione di fare, di noi?», lo sfidò, il viso contro quello deforme dell’Orco. «Torturarci ancora? Ucciderci?»

«Quando riceveremo l’ordine, diventerete il cibo più prelibato delle nostre scorte», gli assicurò l’Orco, sogghignando. «Incendieremo la vostra cella e poi vi sgozzeremo come maiali, e sarà divertente sentirvi urlare di dolore…Non siate impazienti che arrivi quel giorno»

«Ammazzerai anche me?», volle sapere Calibran, e l’Orchetto lo fissò perplesso.

«È naturale. Perché lo chiedi?»

La voce di Calibran s’abbassò. «Perché mi hai risparmiato la ruota e i ferri roventi», rispose, e l’altro ebbe un lieve sussulto… ma forse fu soltanto il guizzo della torcia che recava in mano.

«Non c’è nessun debito, fra noi», sibilò. «Non sei stato interrogato perché gli altri avevano già confessato quel che volevamo sapere. Sei troppo curioso, capitano. E non guardarmi negli occhi, o te li caverò con le unghie!»

Li lasciò, e voltandosi Calibran vide la collera ardere sul volto di Mafalar.

«Mente!», fremette. «Nessuno di noi gli ha rivelato alcunché. Di certo ti è stata riservata una sorte più crudele della tortura… e solo i Valar sanno di che si tratta! Forse hai ragione, dovremmo tentare la fuga. Ma come?»

Ma Eölir taceva, in disparte, ed evitava d’incrociare lo sguardo con i compagni. Poco più tardi Mafalar gli sedette accanto, e per molto tempo parlarono a sussurri, ma né Calibran né Anárion poterono cogliere le loro parole.

Ritornò la notte, e le torce vennero nuovamente spente. Calibran vegliò a lungo, in attesa del canto notturno, e quando temette che il prigioniero non avrebbe levato la propria voce, intonò una ballata che amava cantare da ragazzo, quando scendeva al fiume a pescare con i fratelli più grandi. Era un canto a più voci, e d’un tratto qualcuno gli rispose… era il prigioniero lontano, la sua voce, bassa e pastosa, s’era unita alla sua, più squillante, ed anche gli altri elfi si destarono per ascoltare. Alla fine, Calibran s’accorse d’avere il volto rigato di lacrime. Quanti ricordi erano racchiusi in quelle poche strofe! Il calore del sole sulla pelle, le risa degli Elfi, i morbidi capelli delle fanciulle aperti nel vento…

«Chi sei?», domandò ancora, con voce rotta. Ma non s’attese una risposta, e la risposta non venne. Lasciò trascorrere qualche tempo, poi s’asciugò il volto e s’alzò.

«Riesci a sentirmi?», riprese, e questa volta dal fondo del corridoio giunse un flebile: «Sì»

Acceso dalla speranza, Calibran riprese: «Dove siamo?»

«Ai confini di Mordor»

«Dove sei stato catturato?»

La voce esitò. «L’ho scordato» Ma senza arrendersi, Calibran insistette:

«Conosci le sorti della Battaglia di Dargolad?»

«Gli eserciti dell’Oscuro Signore sono stati sconfitti. Le milizie dell’Alleanza sono in marcia verso la valle di Golgoroth per assediare la roccaforte di Sauron»

Anárion esultò. «Mio padre e Isildur sono laggiù! Dobbiamo raggiungerli al più presto»

Calibran gli accennò di tacere: «Non svelare i nostri progetti», gl’intimò, sottovoce. «Eölir ha ragione, non sappiamo chi sia. Eppure, il mio cuore mi suggerisce che è un amico» E a voce alta, riprese, ordendo un blando inganno: «Che ne è stato dei Re dei Noldor e Númenor?»

«Sono vivi… così è stato detto, anche se…», e qui la voce s’incrinò. «Anche se si sussurra che re Elendir sia caduto sulla piana, e che sia stato poi sostituito da Isildur per rassicurare gli animi dei guerrieri»

«Perché lo pensi?»

«Sono voci raccolte fra gli Orchi», rispose l’altro, impacciato. «Altro non so… Ora taci, non posso più parlare. Addio»

«No, aspetta!», gridò Calibran. «Dimmi il tuo nome… Chi sei?»

Ma l’altro s’era rintanato nel silenzio, e non levò più la voce, per quella notte. Il mattino seguente, gli Orchetti vennero nella cella e costrinsero i prigionieri a seguirli in un cunicolo fetido, che serpeggiava in numerose ramificazioni a molti piedi di profondità dalla terra. Quando giunsero contro una parete di terra e roccia, li legarono con catene alle caviglie e consegnarono qualche semplice strumento da lavoro, vanghe e picconi, ed ordinarono di scavare.

«Vi abbiamo lasciati riposare abbastanza a lungo», tuonò il capitano, frustando l’aria con una verga tagliente. «Adesso dovete lavorare. Per questo, e per nessun’altra ragione, vi abbiamo concesso la grazia della vita»  

Anche alcuni Uomini erano stati portati laggiù, e avevano volti afflitti, disfatti dalla percosse e dalla paura. Rivolsero agli Elfi uno sguardo spento, senza più speranza. Se anche loro, ch’erano possenti ed immortali, erano caduti nelle trappole del Nemico, allora forse non avrebbero mai più rivisto la bellezza sfolgorante del sole.

Per sette giorni e sette notti gli Elfi abbatterono la roccia e il terriccio, addentrandosi fin dentro le viscere di Mordor. Calibran poteva sentire il potere dell’Oscuro Signore vibrare sotto le sue mani, e Anárion aveva la certezza d’avvicinarsi, passo dopo passo, a suo padre Elendir e a suo fratello Isildur. Mafalar lavorava imprecando fra i denti, il bel volto elfico annerito dalle polveri e dal sudore; ma Eölir pareva rassegnato alla schiavitù, e quasi più non parlava, mentre apriva la via ai nemici, accanto ai compagni.

Durante quei giorni di fatica, Calibran non udì più il canto del prigioniero. Forse era solo troppo stanco, per restar veglio ad attenderlo; oppure lo sventurato Elfo non era stato portato nelle grotte, e languiva ancora in solitudine presso i Cancelli Neri. Ma una notte – o era giorno, Calibran ormai non sapeva più distinguerli – il canto ritornò, oltre le cortine tremule d’un sogno. Sognava di giocare in cerchio con le sorelle e i fratelli, da ragazzo, e lui era nel mezzo, ed ascoltava le loro allegre romanze… cantavano per lui, ed era la sua festa. «Oggi lasci la fanciullezza per divenire un membro della corte del Re», gli disse la sorella più bella, baciandolo sulla guancia; e Malibran gli s’avvicinò e sorrise: «Sì, e dovrai portare le sue stelle, sulla pelle. Vieni, e le traccerò per te, così come tu le hai incise su di me, quand’ho compiuto il rito di passaggio, tre anni fa…»

Ed allora una nenia cadenzata si diffuse nel sogno, e Calibran increspò le palpebre, agitato dalle nostalgie dei ricordi. Si rigirò nel logoro mantello ch’era diventato il suo giaciglio, e gli parve che quella litania gli fosse vicino. Rimase in ascolto, e con un brivido di gioia riconobbe la voce dell’elfo senza volto, e s’alzò a sedere. Gli Orchetti dormivano lontani – o s’erano impegnati in altre laide faccende –, e di certo nessuno li vegliava, se il prigioniero osava librare quel canto nella notte. Per qualche tempo ascoltò senza fiatare; poi elevò la voce in controcanto, e il passato tornò a riavvolgersi su se stesso, riportandolo ai tempi felici della gioventù. Quando la musica si spense, s’alzò, e, badando a non far rumore con le catene, si spinse quanto più poté vicino all’altro elfo. Strisciò lentamente contro il muro, tastando la roccia e la terra con le mani e le spalle, e quando fu certo d’essere ormai accanto allo sconosciuto – poteva udirne il respiro, nel gelo della caverna – le catene si tesero, e non poté più compiere un passo. Ma sottovoce, sussurrò:

«Chi sei, tu che conosci i canti del mio passato?»

Anche l’altro parlò sottovoce, un fruscio quasi inudibile: «Il mio nome non allevierà le tue pene. Non chiedermelo, così come io non ho mai chiesto il tuo»

«Questo però puoi confidarmelo: sei un Uomo o un Elfo?»

«Non ho risposte neppure a questa domanda. Sei una creatura curiosa, e la curiosità è perigliosa, quaggiù»

 Calibran sospirò: «Hai risvegliato in me ricordi sopiti, che m’invogliano a vivere. Se non ho ceduto allo sconforto, lo devo anche a te»

L’altro parve ridere… d’un riso basso e teso, e amaro.

«Non mi devi niente, straniero. Ora torna a dormire. Canteremo ancora domani»

E così fu, e ancora una volta Calibran gli s’accostò, distante un braccio, o forse due, oltre un paravento di rocce franate, e gli parlò. Così fece nelle sere a seguire, e scoprì ch’era stato nelle sue terre, quand’era giovane, ed aveva conosciuto Re e Elfi di nobile stirpe. «Dunque, sei anche tu un Elfo», concluse Calibran, e l’altro gli concesse un flebile: «Forse, se così ti piace credere»

Poi una notte vennero sorpresi da una guardia, e Calibran venne rigettato ruvidamente fra i compagni. «Cosa volevi fare, stupido Elfo? Rubare le armi?», ringhiò l’Orchetto, e lo colpì sulla schiena con una frusta pungente. Poi se andò ridendo a gran voce. Calibran non seppe cosa ne fu dell’altro prigioniero, non udì né urla né colpi di scudiscio. Anárion lo cercò nell’oscurità, e l’afferrò al braccio: «Le armi?», ripeté, affannato. «Calibran, non le hanno ancora consegnate al nemico! Fra le spade e lance raccolte sul campo ci dev’essere anche Narsil. Non posso lasciare che sfidi la battaglia fra le zampe di queste bestie, o che decori la sala della torre di Sauron… Perché si trova ancora qui?»

Lo scoprirono il giorno seguente, e fu Eölir a giungere con quell’inattesa notizia:

«Ho sentito gli Orchetti parlarne fra di loro, mentre pranzavano», disse, concitato. «Le truppe dei Re stanno presidiando la zona: per questo siamo costretti a scavare come talpe, per raggiungere di nascosto la Torre Oscura. Nessuno ha potuto lasciare i Cancelli neri, dopo la sconfitta delle forze di Sauron. Ma ora tutte le creature della terra, Uomini, Elfi, Orchetti e i grandi uccelli dei cieli si stanno radunando a Barad–dûr per stringere il Fabbro dell’Anello sotto assedio, o, ahimè, per presidiarlo»

 «Là si combatterà la battaglia definitiva», intuì Calibran, e gli occhi gli brillarono d’eccitazione. «Dovremo scendere in campo anche noi, accanto ai nostri sovrani»

Anárion annuì, anch’egli smosso da un fremito di calore: «Sì, e mio padre dovrà innalzare Narsil, nel radunare i suoi cavalieri sotto la stella a sei punte. Dove sarà stata nascosta?»

Per qualche giorno spiarono gli Orchetti, i loro movimenti, le sacche che portavano con sé, Finché non scoprirono che al seguito si trascinavano, avvolto in larghe cinghie di cuoio, un pesante forziere. Il Capitano aveva scelto alcuni Orchetti per quella mansione, e sovente s’aggirava per accertarsi che il lucchetto fosse ben chiuso, e che nessuno avesse cercato di forzarlo.

«Conterrà qualcosa di prezioso», suppose Anárion, un giorno, mentre bevevano una brodaglia melmosa ch’era tutto il loro pasto. «Ori, bottini dei saccheggi… oppure…»

«Armi», concluse Mafalar, e il principe annuì. «E Narsil», soggiunse. «Dovremo cercare di liberarci di queste catene, e fuggire. Calibran verrà, e anche Mafalar. E tu, Eölir, che farai?»

Ma la baldanza s’era già spenta, nell’arciere. Abbassò lo sguardo, e non rispose, e in quel momento, i nerbi schioccarono, ed Elfi e Uomini dovettero rialzarsi sulle gambe stanche e riprendere il lavoro.

Fuggire… Era un sogno agognato, ma come fare? Gli Orchetti ritiravano gli attrezzi da scavo, dopo il lavoro, e non avrebbero avuto armi per liberarsi. Calibran palpeggiò la roccia, e la studiò con cipiglio. Era dura, ma frammista a terra umida. Nelle vicinanze scorreva un fiume… Lo poteva sentieri con i raffinati sensi elfici. Forse non erano troppo lontani da uno sbocco sotto il cielo. Gli Orchetti avevano tracciato un percorso in salita, per aggirare una distesa di rocce sotterranee. Se volevano scappare, non avrebbero avuto occasione più propizia. Con la pietra si potevano rompere le catene, ma come avrebbero potuto lasciare quel budello a fondo cieco, e raggiungere il fiume? Lo ignorava, ma sapeva a chi chiedere qualche informazione; e pregò tutti i Figli di Ilúvatar di ritrovarlo, e di rubargli una confidenza che per lui e i suoi compagni avrebbe avuto il sapore della libertà.

«Dove siamo?», chiese quella notte all’Elfo delle sue terre.

«Ancora lontani dalla Torre», bisbigliò lo sconosciuto, a pochi passi da lui.

«Ma stiamo risalendo verso i campi», osservò Calibran.  «È possibile raggiungerli, da qui?»

La voce esitò: «Perché lo chiedi propri a me?»

«Perché tu sai cose che noi non possiamo conoscere. Se sei un prigioniero, puoi vivere con gli Orchetti, e rubare i loro segreti. Se non lo sei, potrai ancor più facilmente aiutarci a lasciare questo posto»

«Sei un folle, straniero!», s’inalberò la voce, e per un attimo fuggevole Calibran pensò d’averla già udita, in passato. «Non t’aiuterò, né ora, né mai! Perché dovrei?»

«Perché nelle tue vene scorre il sangue della mia razza e non mi sei nemico, ne son certo»

«Che tu possa ardere nella Montagna del Fuoco!», ruggì l’altro. «Ti sono nemico più d’ogni altra creatura! Perché parli così?»

Calibran indugiò. «Non lo so», rispose. «Ma so di potermi fidare di te»

«Sbagli!»

«Conosci i canti delle mia infanzia, e mi hai restituito ricordi che hanno rafforzato la mia volontà. Mi sei amico, lo so»

«Non saranno né i canti dei Noldor né le stelle che porto sulla pelle a legarmi a te,   Elfo!», sputò lo sconosciuto, e Calibran spalancò gli occhi, nell’oscurità, paralizzato dallo stupore. Aveva detto: «Che porti sulla pelle» o «Che porto sulla pelle»? Soffocò nelle proprie parole, sbalordito e a fatica riuscì a biascicare: «Sei anche tu un Elfo di Gil–galad? Ma non siamo più in molti ad aver tatuato sul cuore il suo simbolo… In nome degli Ainur e del grande Ilúvatar, chi sei?»

E oltre la cortina di terriccio gli giunse un suono flebile, un’implorazione: «Oh, Calibran…» Non chiedermi altro parve pregare, e Calibran s’addossò alla parete di terra, senza più forze: «Quella voce… quanti secoli sono passati, d’allora? Tu che canti nella notte, confortandomi delle mie pene, tu che conosci i sogni del mio cuore e porti su di te le stelle della radianza… tu sei Malibran, mio fratello!»

«No!», sibilò l’elfo. «T’illudi, non è così … Tuo fratello è stato qui, molto tempo fa, ma è morto… morto!»

«Perché menti?», singhiozzò Calibran, ma l’altro lo interruppe con veemenza: «Non mento! E tu dovresti dimenticare quel giovane che ti è stato amico e fratello, un tempo. Cercarlo ancora non ha alcun senso. I morti non tornano, neppure se in vita sono stati Elfi… Ora ascoltami, perché dopo questa notte non c’incontreremo più. Abbattete la parete di terriccio alla vostra destra, e fatelo adesso, mentre gli Orchetti son lontani ad ubriacarsi e giocare con gli astragali rinsecchiti. Avete qualche ora di tempo, vi basterà. Troverete un’altra caverna, dove scorre un fiume. Seguitelo, e raggiungerete le immense volte del cielo. Ma ricordate: nella terra di Mordor non risplende mai il sole! Fumi tetri e caliginosi ingrigiscono il volto e i capelli, scacciando il ricordo della luce…»

Dopodiché, Calibran udì alcuni passi risuonare, nella grotta, e comprese che l’Elfo l’aveva lasciato. Svegliò i compagni, e iniziarono ad abbattere con le nude mani la muraglia verso il fiume. Da lontano si udivano le grida e le risa degli Orchetti, e quando riecheggiavano più forti osava battere con una pietra dura sulle catene che l’imprigionavano l’uno all’altro. Dopo un’ora riuscì a liberarsi, e per primo affrancò Anárion, poi Mafalar; quindi, sciolse i ceppi ad Eölir, che lo guardò sorpreso, ed allora erano ormai in prossimità della caverna adiacente. Perché gli Orchetti hanno voluto che sterrassimo un’altra strada?, si domandò Calibran. E una risposta lo colpì con la violenza d’un fulmine: perché ignoravano l’esistenza d’un’altra grotta. L’elfo senza volto l’aveva taciuto, e loro avevano proseguito s’una via errata, più lenta e faticosa… la schiavitù accanto alla libertà… Dunque, li aveva condotti fin là per offrir loro una speranza di fuga…

Le mani erano sporche di terriccio e le unghie sanguinavano, quando ricaddero nella caverna del fiume. Allora Calibran accese una torcia, e le fiamme s’infransero sulle limpide e fresche acque come il sole a mezzanotte. «Risaliamo il corso del fiume», disse. «Lassù vi sono altre grotte. Sentite come il gorgoglio dell’acqua riecheggia fra le stalattiti? Ci siamo tutti? Anárion, Mafalar… dov’è Eölir?»

Si guardarono attorno, e s’accorsero d’essere rimasti soli.

«Quel dannato traditore!», imprecò Mafalar. «Dev’essere sgusciato via mentre abbattevamo la terra con le ultime spallate. Dove può essere andato? Ad avvisare gli Orchetti della fuga?»

«Vile!», inveì Calibran, stringendo i pugni. «Dobbiamo andare, Anárion. Mi rincresce per la spada di tuo padre, ma non possiamo indugiare. Seguitemi»

Risalirono una scalinata di rocce naturali, e attraversarono una stanza tempestata di pietre luccicanti e granelli di ghiaccio. Mantenevano un passo sicuro, affiancando il chioccolio del fiume. Ma d’un tratto Mafalar si volse, e rimase in ascolto. «Passi!», esclamò. «Qualcuno ci insegue»

«Eölir?», domandò Calibran, speranzoso, ma l’elfo scosse il capo. «No, son passi possenti, passi d’Orchetto»

«Dannazione! Affrettiamoci, dunque!»

Non erano armati, ed erano spossati dalla lunga prigionia e dalla fuga. Cercarono di risalire quasi correndo, ma la falcata dell’Orco era più vigorosa, e quando entrarono in una grotta chiusa s’accorsero d’essere in trappola. Calibran stava per spegnere la torcia quando il muso del mostro apparve fra le volte di roccia; ed allora celarsi nell’oscurità sarebbe stato inutile.

«Ti riconosco», disse, con fermezza. «Sei il capitano degli Orchi»

«E tu, un Elfo coraggioso», rispose l’altro, e non v’era sarcasmo, nella sua voce. «Lo siete tutti. Ma che vedo? Manca il quarto compagno. Si è attardato al fiume?»

«È venuto ad avvisarti della fuga», l’accusò Mafalar, senza timore. «Sei venuto sin qui da solo per fermarci? Anche se siamo stanchi e disarmati, combatteremo sino all’ultimo respiro pur di morire da Elfi liberi!»

L’Orchetto rise, d’un riso quasi umano, e Calibran socchiuse gli occhi, scosso da un presentimento. Dove aveva già udito quella risata?

«Son venuto a… Non so perché vi ho inseguito. Ma non per fermarvi. Volevo rivedervi ancora una volta… l’ultima volta…»

Era la voce della notte, e lo sguardo dell’Orco si posò, quasi con dolcezza, su Calibran. Il capitano scosse più volte il capo, un caparbio rifiuto. «No», mormorò. «No…» I compagni lo fissarono senza capire, ma i suoi occhi erano fissi in quelli dell’Orco.

«Ti dissi che non v’erano debiti fra noi, ricordi?», sussurrò l’Orco, e l’elfo chiuse gli occhi. «Tu mi hai restituito i ricordi, ed io ti ho donato quel poco di me che ancora potevi ricordare e amare»

Calibran si portò una mano al cuore, trattenendo a fatica il pianto. «Com’è possibile? Cosa ti è successo, per ridurti così?»

«È una lunga storia, e non ho tempo per raccontarla», rispose Malibran. «Posso solo dirti che il potere dell’Unico Anello mi trovò un giorno, mentre mi compiangevo specchiandomi in un lago, rimpiangendo la bellezza che non avevo e la forza ch’era d’ogni altro, fuorché mia. Portavo sulla pelle il segno del Re, ma ero un soldato senza valore. Mentre mi specchiavo in quelle acque calme, Sauron levò la sua mano su di me, e lo splendore dell’Anello m’accecò, le sue lusinghe mi corruppero il cuore, ed esso divenne la mia sola brama. Tesi la mano nelle tenebre che l’avvolgevano, e quelle divennero la mia pelle. I miei pensieri scivolarono fra le mani dell’Oscuro Signore, ed egli li estinse con il suo fiato crudele. Fece di me un capitano di creature diaboliche, e m’insegnò a vivere come nessun Elfo avrebbe mai immaginato. Rimosse da me coscienza del mio nome, ma non poté offuscare del tutto il ricordo dei miei giorni più felici. Per questo, quando ti ho colpito, sulla Piana di Dargolad ed ho visto le stelle che t’avevo tatuato sul cuore, quand’eravamo ragazzi, ti ho riconosciuto… E non potevo più ucciderti»

«Per questo mi hai preservato dalle torture», comprese Calibran. «E sei venuto ad accarezzarmi i sogni, quando le torce si spegnevano… Avvicinati, fratello mio, lascia che ti guardi. No, non ritrarti nelle ombre, vieni…»

«No!» Un urlo che fece tremare le cupole delle grotte. «Non è  più tempo per le nostalgie!», ruggì Malibran, irritato. «Il mio volto di Orco dovresti ben conoscerlo. Non cercare sotto queste sembianze i tratti d’un elfo scomparso da secoli… Non farlo, falliresti»

«Ma tu sei mio fratello… T’ho cercato tanto a lungo… Non posso perderti adesso», balbettò Calibran, e Malibran sorrise.

«Non siamo più fratelli, ormai. Tu sei un Elfo, io un Servo dell’Anello. Ci legano soltanto qualche ricordo e le ballate della nostra infanzia, ma nulla più. Il tuo destino si consumerà alla valle di Golgoroth, il mio nella Torre Oscura. Serviamo padroni diversi, ormai. Almeno in questo, nella lealtà al nostro signore, siamo rimasti fratelli»

«Dunque non sei venuto per scortarci fuori, per restare con noi?», disse Calibran, rassegnato, e Malibran scosse il capo, un cenno di diniego. «No, Calibran. Non potei più vivere da Elfo, dopo tanti secoli trascorsi nelle tenebre. Ma volevo rivederti un’ultima volta. Lo vedi, sono ancora debole, come quando ti lasciai… ma consapevole di non poter compiere più un passo al tuo fianco»

Calibran tese le braccia, la richiesta d’un abbraccio, ma Malibran lo respinse: «Non m’ascolti, dunque? Quel tempo è morto, per sempre! Va’, ritorna sotto il cielo, tu che ancora lo ami, e…Ah!»

Un fiotto di sangue nero gli sgorgò dalla spalla, e cadendo a terra Malibran scoprì Eölir, aggrappato ad una pesante spada, la rabbia che gli deformava il volto.

«Muori, Orco!», gridò, e sollevò il brando con due mani, per colpire ancora, ma Calibran fu lesto a trattenerlo, respingendolo a terra: «Fermo!», gridò. «Pazzo, vuoi uccidere mio fratello?»

Eölir sbatté le palpebre, incredulo. «Tuo fratello, capitano? Sei tu il pazzo…»

«Gli Orchetti di Sauron sono Elfi corrotti dalla malvagità», spiegò Calibran, inginocchiandosi accanto a Malibran. «Begli elfi ridotti a creature miserevoli e senza scrupoli… Ti fa male, Malibran?»

«È solo un graffio. Sopravvivrò. Ma sta’ lontano. Il mio sangue è veleno, per te»

Si raddrizzò senza fatica e scosse la grossa testa pelosa. «Un tempo ne avrei pianto. Sauron ha fatto di me una creatura temprata nel ferro e nella lava rovente»

«E te ne compiaci, vero? Che grande guerriero saresti potuto diventare, se avessi creduto nel tuo valore!»

«Non ne ero persuaso, a quel tempo; e la mia volontà era debole»

«È la volontà a dar forza ad una creatura», convenne Calibran. «E la tua, ahimè, ora obbedisce alle bramosie dell’Oscuro Signore. Addio, Malibran. Forse c’incontreremo ancora, e ancora, ci affronteremo sul campo di battaglia»

«E ancora una volta», sorrise l’Orco. «Ti sconfiggerò»

«È da vedersi, fratello. Addio»

L’Orco grugnì un saluto, e con un cenno del capo si congedò dagli altri Elfi; poi ridiscese il letto del fiume, e i suoi passi di dispersero in lontananza. Fu allora che Calibran s’avvicinò ad Eölir, reggendo la torcia in mano:

«Perdona la mia irruenza, amico mio. Ma il sangue di quella creatura aveva lo stesso nome del mio, un tempo»

«L’hai chiamato fratello…»

«Lo è stato, un tempo», rimpianse Calibran, e Anárion intervenne, per rincuorarlo: «Non potrà più tornare da te, ma con questo gesto ha voluto salutarti, e dirti che non ti ha dimenticato…»

«Ha sfidato il suo drappello, per favorirci la fuga», la voce di Calibran vibrò di commozione. «Aveva previsto i nostri gesti, le nostre intenzioni, e ci ha protetti»

«Mi racconterete ogni cosa quando ci fermeremo a riposare.», l’interruppe Eölir. «Ma prima, Anárion, vorrei consegnarti questa…» E gli tese la spada con cui aveva attaccato Malibran; e il Principe urlò di gioia:

«Narsil!»

«Ho colpito le sentinelle con le pietre, e rompere la serratura non è stato difficile»

«E noi che pensavamo a te come ad un traditore!», esclamò Calibran, avvilito. «Potrai mai perdonarci, Eölir?»

Eölir sorrise: «Sono stato posseduto dalla tristezza molto a lungo», disse. «I vostri timori avevano ragione d’esistere. Ma quando mi hai liberato dalle catene, poco fa, ho capito che non potevo cedere alle insidie dell’Oscuro Signore. Anch’io ho una stella da onorare, e il mio sire è ancora vivo, ed ha bisogno anche di me» Poi dalla tunica lacera trasse un’altra spada e un paio di stiletti. «Non ho trovato archi», si scusò. «Ma questi basteranno a difenderci. Ed ora andiamo. Sauron ha avuto il cuore e la mente di Malibran, ma non avrà anche la mia devozione. Sono stato fragile troppo a lungo, ma la vostra caparbietà mi ha scosso dall’incertezza… Sono un Elfo di Númenor, e non cederò mai alla debolezza degli Anelli del potere. Mostraci la strada, capitano, e usciamo di qui!»

 * * *

Dieci giorni più tardi si ricongiunsero agli eserciti che stringevano in assedio la roccaforte di Sauron. Per sette anni combatterono con valore, affrontando gli Spettri dell’Anello, nani e uomini ribelli, Orchetti ed altre infami creature del Signore Oscuro. Tutti, eccetto Calibran, perirono durante le terribili battaglie di quel tempo. Il capitano non rivide mai più suo fratello Malibran, e negli anni successivi all’ultima battaglia si pose al servizio di Meneldil, figlio di Anárion, nella cittadella di Minas Anor, e divenne il capitano del suo nuovo esercito. Eölir, ritrovato il senno e l’ardimento, cadde da eroe durante una ricognizione, al terzo anno; Mafalar fu ucciso da un Nazgûl, in un’infida imboscata, dopo cinque anni d’assedio. Di Anárion, le sorti sono tristemente note: trovò la morte nella valle di Golgoroth, ma morì da eroe, perché la sua caparbietà aveva restituito a Elendil la forte Narsil, più tardi conosciuta come la Spada che fu Rotta. Il Re la portò al fianco durante il lungo assedio, e molte volte quel ferro saldo gli si fece scudo della vita, ma non poté salvarlo nell’ultima battaglia, quando si spezzò com’egli cadde. Ma quel moncone di spada, impugnato coraggiosamente da suo figlio Isildur, tagliò l’anello dal dito di Sauron, e in quel momento le Forze Oscure urlarono la loro disfatta.

L’Anello ritornò nel mondo degli uomini, e la Seconda Era ebbe fine.

 

FINE

 © Federica Leva 2006