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PREGHIERA DI UN ORCO

Mageani

Traduzione di Susanna Riccardi


La mia lama preme sul suo cuore. Se spingessi, se addossassi poco più il mio peso sull’impugnatura, egli morirebbe.

Osserva il suo volto, segnato dalle ombre scure delle foglie, pallido nella notte bagnata dalla luna. Guarda i suoi occhi splendenti come stelle che mi scrutano, che mi vedono premere una lama arrugginita sul battito accelerato del suo cuore. In attesa che mi rilassi. In attesa , di una via di fuga.

Non prevedeva di trovarsi qui, abbandonato sotto la lama di un essere grottesco, una lama assuefatta alla malvagità e all’odio. Sotto l’ombra nera di una mutilazione di rigonfiamenti ossei – un corpo e un’anima che stridono in troppi punti di vista spezzati. Qualcosa che avrebbe dovuto essere angosciato della propria meschinità.

Non si aspettava di giacere sulla schiena, nel fango umido, ad osservare i miei occhi segnati dal tempo decidere il modo del suo viaggio verso Occidente: lasciarlo proseguire verso tetri vascelli, oscillanti in un porto stagnante, le vele ammainate contro l’orizzonte o costringere il suo spirito a fuggire sopra le acque, dritto alle lunghe sale di Mandos?

Ecco il mio ostaggio.

Ami il tuo figlio prediletto, Padre? Il tuo primogenito?

Ti addolora vederlo giacere all’ombra di un mostro?

Ma se io premo, se spingo la mia lama nel suo cuore, la sua anima si innalzerà sopra le immense onde scure per precipitarsi poi nella casa di Mandos. Lentamente, molto lentamente nel tempo, egli sarà purificato; gradualmente sarà risanato e questa notte si perderà in una nuova vita.

Che ne è del tuo prediletto, Padre? Ti importa appieno di lui? Lo salverai da questa morte transitoria, solo e circondato dall’odio?

Aiutalo, Padre. Salvalo. Provami che ami almeno uno dei tuoi primogeniti, uno dei tuoi figli.

Hai rinnegato gli altri: abbandonati nell’oscurità di un abisso spalancato, inghiottiti, lasciati soli.

Abbiamo urlato, Padre. Non ci hai udito gridare il tuo nome? Non ci hai sentiti gemere, angustiarci, implorare il tuo abbraccio, il tocco della tua voce, un sussurro appena percettibile che ci mostrasse la tua consapevolezza? Che ci rivelasse che siamo ancora tuoi figli, che non siamo stati dimenticati?

Il fuoco crepitava sotto la schiena. La caverna era scura, un calore incandescente ci soffocava e bruciava la pelle, ci carbonizzava la gola. Ci siamo tesi e lo sforzo crepitò all’aria. Tu non sei venuto. Non eri lì.

Le mura ci gelarono la pelle. Sepolti per un migliaio di notti insonni in file, serrate come morse, di corpi grondanti sangue. E tu non sei venuto, non eri lì.

Siamo stati gettati sulle rocce, pazzi di rabbia, con arti spezzati, ossa frantumate, pelle scorticata. Trafitti, percossi, incatenati, accecati, tagliati a pezzi e distrutti l’un l’altro.

La nostra voce ti ha invocato, Padre. I tuoi prediletti ti imploravano con voci che echeggiavano, lamentose tra le mura, ma tu non hai risposto.

E quando i nostri figli vennero al mondo abbiamo capito che ci avevi abbandonato. Abbiamo visto le bestie corrotte, le creature mostruose che si dimenavano lacerando i nostri corpi e abbiamo compreso ciò che eravamo diventati.

Ci avevi abbandonato.

Hai reso orfani i tuoi figli e li hai lasciati inermi in una terra di spine, fuoco e inedia, di una grande bestia in attesa di divorare.

Cosa eravamo per essere dimenticati? Cosa eravamo per essere rinnegati?

Non eravamo anche noi i prediletti? I tuoi primogeniti?

Mi svegliavo nelle acque splendenti e vedevo il tuo sorriso in cielo. Mi alzavo sotto le stelle e udivo la tua carezza nel gorgoglio dei ruscelli. Quando siamo nati, il suono della tua risata ci veniva trasportato dal vento, Padre.

Ma quando ti ho implorato il vento ha iniziato ad ululare, i cieli si sono oscurati. Non mi amavi?

Guarda ora, ho fatto sgorgare del sangue. Egli mi osserva. Se premo poco più la lama, morirà. Fratricida: ucciderò un fratello.

E non sarà il primo.

Ti rattristi per questo figlio prediletto?

Non si aspettava di essere qui, di giacere sulla schiena in vista del porto stagnante.

Osserva il giovane viso. Non si è mai svegliato nelle prime acque, non è nato al mormorio dei ruscelli. Osserva il viso vecchio centinaia, migliaia d’anni.

Ma non vecchio quanto me.

Io ero il primo dei primogeniti.

Se egli muore… se premo la lama nel suo cuore, volerà verso le Sale di Mandos e sarà risanato.

Mandos accoglierebbe me?

Guarda: è’ veloce. Ho allentato la lama e lui ha colto l’occasione.

Guarda. Ora io giaccio qui, con il viso segnato dalle ombre scure delle foglie. Egli fissa il naso sfregiato, la pelle carbonizzata. Scruta la storia di odio profondo scolpita nei miei occhi e tiene la mia stessa lama contro la mia gola.

Potrei prendergliela.

Osserva adesso il tuo prediletto: se solo premesse poco più la lama contro la mia gola, ucciderebbe un fratello.

Fratricida.

Ma egli raggiungerà la riva occidentale, sarà risanato e, con il tempo, perdonato.

Osserva il tuo prediletto, Padre, quello che giace al suolo. Guarda oltre il viso sfregiato dagli anni, gli occhi segnati dalla guerra, lo scempio. Oltre i millenni di morte, degenerazione, umiliazione. Assisti una bestia che divora e spazza via le lacrime, il sangue, la tortura dei figli.

Guardami, Padre, guarda il tuo prediletto, il primogenito che soffoca tra gli spessi strati di un odio stagnante. Guarda il figlio che hai generato, quello che avrei dovuto essere, non ciò che sono diventato.

Osserva: egli ha fatto la sua scelta, i suoi occhi lo rivelano. Premerà la lama.

Potrei prendergliela ma non credo lo farò.

E quando egli spingerà la lama, sarò morto.

Raggiungerò la riva occidentale?

Sarò risanato?

Accoglierai un figlio smarrito?

 

© Mageani