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L'OMBRA IN AGGUATO

Jabbz

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Traduzione di Susanna Riccardi


 

Parte Prima

 

Eorlan non aveva dormito molto nelle ultime settimane perché qualcosa aveva continuato ad tormentarlo durante il sonno. Ancora una volta si svegliò sudato e ansante ma, notando la moglie che lo guardava con espressione preoccupata, sorrise nel tentativo di riassicurarla.

“Eorlan, caro, non riesci a dormire?” la voce era bassa, mitigata dalla stanchezza.

“Sto bene. Riposa amore mio, domani sarà un gran giorno.”

L’uomo non aveva intenzione di tornare a dormire, non con i ricordi del sogno che lo seguivano persistentemente. Il solo problema era che non li rammentava con esattezza, come se i dettagli fossero scivolati via al momento in cui aveva aperto gli occhi. Gli tornavano però in mente le continue immagini e gli odori di un campo di battaglia, gli uomini, elfi e orchi che giacevano morti o in fin di vita al suolo. Ricordava la voce che lo chiamava, quasi in tono di comando, e infine l’improvviso rigore nell’aria che gli gelava anche l’anima. E tuttavia si era svegliato comunque in un bagno di sudore.

Eorlan si alzò dal letto, chinandosi a dare un bacio lieve alla moglie prima di lasciare la stanza. All’esterno, si fermò a guardare il cielo notturno. La notte era calda, più del normale, e questo lo metteva leggermente a disagio. Si allontanò dalla casa indossando solo la tunica e dalla luna ancora alta nel cielo, verso sinistra, comprese che doveva essere all'incirca mezzanotte. C’era qualcosa di diverso nel cielo notturno, come se l’oscurità avesse assunto una tinta rossastra.

“’Sera Capitano Bastone. Non riesce a dormire? Qualcosa sta per succedere questa notte, signore.” Era una delle sentinelle dirette alla ronda attorno alle mura della città. Eorlan fissò l’uomo con sguardo torvo, dal momento che “Bastone” era un nome con il quale non gli piaceva particolarmente essere chiamato, mentre questi proseguiva dopo un breve cenno di saluto. Si chiese se anche gli altri erano tormentati da sogni simili ai suoi o se era solo un suo problema.

Guardò di nuovo in alto e un'altra volta sentì un senso di disagio. “Si, questa è una notte di sventura, ne sono certo. Il cielo è tinto di rosso: questa notte è stato versato del sangue.” Un pensiero lo colpì all’improvviso e lo fece scattare di corsa verso i cancelli a guardare l’esterno dall’alto delle mura.

 

* * *

 

Eorlan ripensò a quando, appena ragazzino, correva nei boschi a caccia di piccoli animali. Una volta, aveva scagliato una freccia e udito il grido di dolore dell’animale, ma non lo aveva visto cadere. Quello era stato il momento di cominciare a cercare delle tracce, perciò Eorlan aveva rallentato il passo e aveva trovato alcune impronte. Si era voltato verso il padre, che lo seguiva dappresso, in attesa che ispezionasse il terreno.

“Eorlan, usa gli occhi. E’ proprio dietro quel cespuglio, non vedi?” Suo padre si era inginocchiato a terra vicino a lui e aveva indicato un po’ oltre il cespuglio, da dove si intravedeva, seppur in modo impercettibile, la testa del coniglio. Eorlan era corso più velocemente possibile verso l’animale morto e lo aveva tirato fuori dal cespuglio, notando la freccia che sporgeva dal suo fianco.

“Ben fatto figliolo, hai ucciso la tua prima preda. Portiamolo a casa.” Eorlan aveva guardato sorridendo suo padre e il fratellino che stava dietro di lui. Aveva afferrato un bastone e iniziato a pungolare il fianco del coniglio, per vedere se si sarebbe mosso, ma, con disappunto, il corpo era rimasto floscio. Allora aveva continuato, ancora ed ancora, nel tentativo di far muovere il coniglio e svegliarlo.

“Padre? Ho ucciso il coniglio. L’ho ucciso!” Più ci aveva pensato e più Eorlan si era sentito triste. Aveva preso una vita, quella di una bestiola innocente che non aveva fatto del male a nessuno. Era tornato accanto al coniglio, sul terreno, e aveva provato dolore alla vista della freccia ancora conficcata nel suo fianco. Lo aveva pungolato ancora, nel vano tentativo di ridestarlo.

“Svegliati! Svegliati! Mi dispiace, non volevo ferirti.” Eorlan si era inginocchiato e aveva avvicinato la testa al corpo dell’animale, abbastanza da percepirne il battito del cuore, ma non aveva udito niente. Il ragazzino aveva continuato a scuotere e pungolare il corpo, come se avesse potuto riportarlo in vita.

“Eorlan, è morto. Portiamolo a casa.” Suo padre aveva parlato con voce severa, ordinandogli poi di smettere di colpire il coniglio.

“Si, andiamo Bastonatore!” Era stato il suo fratellino a richiamarlo, dandogli il soprannome di Bastonatore. E proprio da suo fratello la storia era stata messa in circolazione, finché l’intera città aveva cominciato a chiamarlo Bastone. E ogni volta che qualcuno usava quel nomignolo, Eorlan ricordava ancora il dolce coniglietto che aveva ucciso…

 

* * *

 

Non c’era niente lì, solo le proprie paure che giocavano scherzi alla sua mente. Le sentinelle alzarono gli sguardi, sorprese dal rumore di passi in corsa alle loro spalle, e tennero pronte le armi. Riconoscendo il loro capitano, però, si limitarono a salutare e a tornare alla ronda. Non avevano idea della cupa ombra che si stava avvicinando, nascondendosi nella oscurità stessa.

Eorlan sapeva di non poter fare niente altro quella notte e così decise saggiamente di rientrare. Tornò sui suoi passi, osservando ancora il cielo e le stelle che parevano essersi allineate sopra la città e che avevano la forma di un occhio.

“No. Sauron è stato sconfitto. L’anello distrutto. Ci sarà pace, ora, gioia e niente più angoscia. Non sopporterei di perdere qualcun altro.” E tuttavia, nel suo intimo, Eorlan si chiese se era davvero felice della pace. Era un uomo d’azione, un uomo che aveva bisogno di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per sentirsi appagato.

Rientrò in casa, il più silenziosamente possibile, e tornò a letto. Sua moglie dormiva serenamente, le rughe di preoccupazione rimosse dal suo volto mentre inspirava ed espirava piano.

“Potrei restare ad osservare questa bellissima donna per tutta la notte” Eorlan era fortunato ad avere una moglie e il ricordo del loro primo incontro gli tornò alla mente intanto che si stendeva accanto a lei.

Era tornato, sfinito dalla battaglia insieme ai pochi sopravvissuti della sua compagnia, attraverso le porte di Meduseld. Lei era proprio al lato della strada e gli aveva gettato petali di fiori, salutando. Mentre guidava le truppe attraverso la folla. Eorlan non era riuscito a smettere di fissarla, la sua dolce Mendolin. Era di dieci buoni anni più giovane di lui e aveva avuto i lunghi capelli rossi ondeggianti sulle spalle mentre lo aveva seguito lungo le strade di Meduseld. L’aveva amata già da allora.

“Riposa, mio dolce tesoro. Non lasciare che le preoccupazioni di quest’uomo ti nuocciano.” Le carezzo dolcemente i capelli e la guardò respirare. Poco dopo, anche lui si addormentò, con la mano ancora tra i capelli della moglie.

 

Parte Seconda

 

Eorlan aprì gli occhi e scoprì di trovarsi in un altro mondo.

Sto sognando. Riconosco questo posto. Si guardò attorno ma tutto ciò che vide era nebbia. Era dappertutto e gli si incollava addosso mentre camminava, facendolo sentire umido e a disagio.

Non riusciva a sentire il terreno sotto di sé, non sentiva niente del tutto: era come se stesse camminando in aria. Eorlan non sapeva dove stesse andando, o se stesse effettivamente andando da qualche parte, ma era certo di aver quasi raggiunto la sua destinazione… o forse era essa ad aver raggiunto lui.

La nebbia scivolò via lentamente e l’uomo vide nubi oscure prenderne il posto. L’atmosfera si fece più cupa e l’aria più calda e umida, tanto che lui cominciò a sudare abbondantemente. Eorlan sapeva cosa sarebbe successo ma rimase comunque sorpreso dal puro odio che lo riempì sin nel profondo mentre la voce tuonava e riecheggiava nella sua testa. Tu sei mio. Vieni da me!” Era la stessa voce di tutti gli altri sogni, con le stesse parole e provocava le medesime sensazioni di paura e ripugnanza. In genere, a questo punto si sarebbe svegliato, ma qualcosa continuava a trattenerlo in quel mondo buio.

All’improvviso, Eorlan vide davanti a se rigogliose pianure e verdi colline. Il cielo era ancora nero a causa di una pioggia violenta, con bagliore di fulmini e assordante rumore di tuoni.

Si potevano udire grida di uomini in marcia, canti di guerra e il clangore di scudi e lance mentre l’esercito si avvicinava e passava attraverso Eorlan che potè così avvertire l’anticipazione della battaglia, sentire nel sangue il desiderio di lacerare e combattere e la voglia di uccidere. Improvvisamente questa era per lui la cosa più importante e sembrava che i suoi occhi si fossero aperti sulla realtà della sua anima più nascosta. Poco dopo, Eorlan vide che i vessilli che fremevano al vento portavano il nome “Bastone”. “Questo è il mio esercito. Gli uomini combattono e muoiono per me. Questo è ciò che significa essere veramente potenti.” Poi la voce parlò ancora, la visione dell’esercito svanì e lui si ritrovò in una stanza buia.

Eorlan sedeva sopra un ampio trono e lentamente i suoi occhi si abituarono all’oscurità. Alla sua sinistra poteva scorgere delle gabbie, con dei prigionieri all’interno. Alla sua destra si trovava una sedia vuota, presumibilmente per la sua amata moglie Mendolin, ma la donna non si vedeva da nessuna parte. “Dove sei, mia adorata? Dove sei andata?” Eorlan riusciva a malapena a scorgere qualcosa davanti a sé ma riuscì comunque ad intravedere due massicce guardie ai suoi lati che impugnavano scimitarre e indossavano un’armatura rosso sangue. Alle loro spalle c’era l’insegna dipinta in bianco di un bastone biforcuto.

“Bastone? E’ tutto mio, io ho il potere qui.” Si scoprì a sorridere e provò una sensazione di calore avvolgere il suo corpo alla realizzazione che ciò che lo circondava, il potere e la gloria, poteva essere suo. Sì, era un pensiero molto allettante, ma non del tutto.

L’uomo sapeva che mancava qualcosa o, cosa più importante, qualcuno. Sì, qualcuno gli stava parlando, promettendogli il mondo, ma Eorlan non sapeva a quale prezzo. Sentì qualcosa dentro si sé, una forza, che fino ad allora era rimasta sopita, crescere e risvegliarsi nonostante l’odio che provava dentro. Sì, si stava avvicinando alla fonte dei sogni e delle visioni.

Eorlan vide la sala del trono sparire davanti ai suoi occhi per lasciare il posto a nubi scure. Avvertì di nuovo il calore, un calore secco e opprimente. Guardandosi attorno scoprì di trovarsi a pochi metri dalla cima ad un vulcano attivo. Eorlan fu colto dal panico per un momento ma riacquistò la calma quando si rese conto di essere certo, seppur inconsciamente, che non avrebbe sofferto.

“Tu sei mio. Vieni da me, trovami e riceverai un potere immenso.” La voce rimbombò nella sua mente e qualcosa dentro di lui rispose al richiamo. Eorlan percepì il potere e la rabbia e l’odio. Oh, il flusso di odio lo attraversò, consumando il suo cuore come un fuoco la stoppia. Avvertì la forza inconscia svegliarsi a divorarlo e prima di rendersene conto Eorlan stava vincolando la propria fedeltà a questa imponente creatura dell’oscurità.

Ora sapeva cosa doveva fare.

Eorlan si svegliò e fissò direttamente negli occhi la sua amata moglie Mendolin. Mia dolce, preziosa sposa. Spero tu possa perdonarmi.” Si alzò ed incominciò a impacchettare alcune provviste, il tutto continuando a fissare la donna.

“Dove vai a quest’ora, amore?” La sua voce era dolce, ma non abbastanza da calmare il fuoco nel suo cuore.

“Vieni da me. Vieni ora.” Eorlan lanciò un’ultima occhiata alla moglie prima lasciare la propria casa. Chiedendosi se avrebbe mai fatto ritorno.

 

© 2004 Jabbz