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LE
NOZZE DI ÉOWYN Daniela “Giledhel”
Éomer, nell’intento di dominare il cuore in tumulto, neppure in quella lieta occasione abbandonò fronte accigliata e piega severa tra le sopracciglia. Tutti gli occhi scrutavano, benevoli, la bella coppia costituita da Éowyn e Faramir i quali, davanti alla corte e al popolo, si apprestavano a promettersi amore e unione fino alla morte. Il Sovrintendente, l’uomo più importante di Gondor dopo il Re, portava sul viso la profonda commozione di trovarsi accanto alla donna amata, provando al contempo un forte senso di solitudine perché padre e fratello erano invisibili, altrove. Sul lato destro del salone, ornato di fiori e tralci di foglie, tuttavia Imrahil, fratello di sua madre, seguiva con un sorriso d’affetto la cerimonia, con i figli Lothíriel e Amrothos, e la loro presenza attenuò la sua ansia. Fece scivolare la mano sinistra lungo il fianco toccando un lembo del mantello di velluto blu che gli copriva le spalle e volse il capo leggermente verso Éowyn alla sua destra, poi a Éomer il quale si apprestava a interpretare un ruolo importante. “Ascoltate tutti, miei Signori e Dame, le parole e osservate i gesti che nostro padre Éomund avrebbe compiuto: Faramir, principe d’Ithilien, Sovrintendente di Gondor, in questo stesso luogo mesi fa chiese a mia sorella di sposarlo. Ora, con i buoni auspici miei, di re Elessar, del principe Imrahil e dei nostri amici, i fidanzati davanti a noi tutti completano il giuramento. Non solo l’affetto mi muove a dichiarare che raramente donna e uomo di tale valore si incontrano e si onorano a pari grado. Buone radici e buone premesse presiedono alla loro felicità. Éowyn lascerà, andandosene, un vuoto grande in me e nel nostro popolo; siamo generosi nell’affidare le sue mani a quelle dello sposo, seppur degno di lei, perché ci priviamo di un gioiello di impareggiabile valore. Così avrebbero pensato i nostri genitori, anche re Théoden si sarebbe separato da lei con dolore, tanto gli era cara: ella avrà sempre a Rohan dimora con il suo sposo e i figli che verranno, sarà sempre prediletta e ricordata con gioia. Abbiamo provveduto alle aride e necessarie incombenze riguardanti la sua dote nei giorni scorsi, ma voglio ora farle un dono esclusivo, da fratello a sorella amatissima: un decimo dei puledri nati nelle scuderie reali, ogni anno, le verrà riservato e inviato nell’Ithilien per costituire il nucleo forte della cavalleria nell’esercito di Gondor. In nome dell’affetto e dell’alleanza che secoli fa strinsero Éorl e Círion sulla cima dell’Halifirien, attraverso me, Éomund e Théodwyn, Signori dell’Estfalda, ti chiedono di amarla e proteggerla sempre, Sovrintendente Faramir.” A quest’ultima frase del discorso pronunciato da Éomer, si levarono voci festose augurando concordia e fertilità; la musica di cetre, arpe e flauti, lieve e morbida, prese ad accompagnare i gesti che si susseguirono, semplici e solenni. Faramir strinse la mani della sua sposa, dopo aver infilato all’indice sinistro l’anello consunto e splendido con cui, di padre in figlio, i Sovrintendenti avevano onorato le loro spose con promesse di amore e fedeltà. Éowyn pareva una statua di neve, appena toccata dalle dita della primavera, così sottile e pallida, nel bel vestito turchese, a leggeri ricami d’argento; un velo impalpabile posava sulle tempie candide, sulle trecce dell’acconciatura elaborata, trattenuto da un diadema di filigrana e perle, dono dei Sovrani di Gondor. Nessuno avrebbe immaginato il tumulto in lei, sotto l’aria impeccabile e seria che le segnava il volto: solo Éomer afferrò un brano della sua emozione e glielo disse a bassa voce, quando accennò un abbraccio: “Puoi lasciarti andare, sorella, abbiamo finito la parte più difficile!” Eppure Éowyn ancora non osava guardare apertamente Faramir, che non le lasciava la mano e rispondeva alle frasi di felicità rivolte loro dai numerosi invitati. “Che cosa succederà quando rimarremo soli? Nella stessa stanza e non ci sarà più nessuno? Non posso, non oso guardarlo. Avrei dovuto rimanere qui accanto a Éomer.”, pensava Éowyn, spaventata e commossa. Dopo il banchetto, iniziarono le danze e le narrazioni e solo a serata inoltrata gli sposi furono liberi di lasciare la festa che continuò senza di loro: così venne per lei quel momento. * * * Éowyn licenziò con un cenno la sua donna di compagnia, intimandole con dolcezza il riposo, e con ansia entrò nella sua camera di ragazza. Mentre si svolgeva la cerimonia, avevano preparato il letto nuziale con ricchi tessuti, pellicce e cuscini; vasi ricolmi di fiori stavano sul tavolo, un’essenza profumata esalava consumandosi nel braciere. Rimase in piedi accanto al letto chiedendosi che fare, paralizzata dal disagio, e quasi non udì la voce di Faramir che, dietro l’uscio, le chiedeva permesso di entrare. E fu di fronte a lei, libero dagli indumenti cerimoniali, semplicemente un uomo dal volto sorridente, alta figura di fascino e parole di saggezza nel cuore. Le si avvicinò commentando lieve la festa, la grande autorevolezza di Éomer, la gioia che tutti avevano manifestato e intanto le toglieva il diadema e il velo leggero, le cingeva con dolcezza le spalle in un abbraccio. Le si allentarono le trecce, caddero le forcine dorate che le trattenevano, e ai baci dello sposo Éowyn dischiuse le labbra senza proferire parola. Accarezzava con timidezza i capelli lucidi e forti di Faramir, poi cominciò a passargli le dita fra le ciocche folte meravigliandosi del suo stesso ardire. * * * Dopo qualche tempo Éowyn, esausta per i festeggiamenti e i baci dello sposo sulla bocca, collo, braccia morbide, anche sulle mani, dorso e palmo, si abbandonò sul guanciale, il volto arrossato seminascosto dalle trine a nascondere l’ampio sorriso di felicità. Faramir rimase seduto sul letto, il dorso appoggiato all’alta testiera intagliata con maestria. Si era tolto i calzari e la ricca giubba di velluto, rimanendo in camicia e brache. Éowyn invece calzava ancora le scarpe di broccato blu dal piccolo tacco dorato, indossate per la cerimonia, e si teneva in posizione a metà sporgente dal bordo del letto; Faramir allora gliele tolse e, afferrandole con dolcezza le gambe, le accomodò sul letto coprendo i piedi nudi con il lenzuolo di lino. “Sei stanca, distenditi. Dormirò accanto a te se vorrai, oppure davanti al camino sulla pelliccia d’orso: non posso andare altrove perché i costumi delle nostre genti non lo permettono, non saremmo compresi, tuttavia non forzerò i tempi del tuo pudore, Éowyn. Ci abitueremo all’intimità, dolcemente, crescerà la conoscenza intima fra noi, fra i nostri corpi così come ci siamo scambiati i primissimi ricordi d’infanzia e di gioventù, con molti altri pensieri che ci accomunano. Finché non sentirai in te di aver accettato pienamente l’amore, anche di passione, fra noi, bacerò solo le tue belle labbra, come già è successo e dormirò fraterno accanto a te..”, le disse con voce tranquilla e sicura Faramir, accarezzandole i capelli. Ancor di più Éowyn fu certa che non poteva esserci per lei migliore compagno di vita, forte di sensibilità e comprensione. Si slacciò nodi e bottoni che trattenevano il corpetto trapunto di gemme dell’abito nuziale e rimase, più libera, con la sottoveste di rigida tela apprettata e la lunga camicia sottile ornata di trine; poi, scivolò tra le lenzuola, togliendosi anche la sottoveste che lasciò cadere sul tappeto. Ancora in soggezione, tuttavia sorrise a Faramir e lo pregò: “Rimani accanto al mio sonno, dormi con me, mio Signore.” * * * Faramir dormiva supino, il volto seminascosto dal braccio destro levato a proteggerlo, quando all’alba il nitrito gioioso di un puledro la svegliò. Lo contemplò a lungo, emozionata: il taglio lungo degli occhi chiusi, le palpebre traslucide e le ciglia scure, il naso dritto e ben proporzionato, narici perfette nel bel volto sereno. La corta barba castano chiaro ombreggiava le labbra e le guance; ciocche ondulate e fitte di capelli forti si allungavano fino all’attaccatura delle spalle. Leggero il respiro filava dalle labbra socchiuse. Gli vide intorno al collo un laccio d’oro con un piccolo ciondolo e, aguzzando la vista, capì che aveva la foggia di un cigno: forse era un ricordo di sua madre, principessa di Dol Amroth.. Non si trattenne e sfiorò il ciondolo con un dito leggero. Gli occhi di Faramir, mare grigio e azzurro di un mattino autunnale sotto il vento, si aprirono e la guardarono: vi era gioia in essi e profondo amore. Éowyn, confusa e incantata da quello sguardo, desiderò allora che le si svelasse presto il mistero dell’amore profano. Scoprirono la bellezza dei loro corpi, com’erano venuti alla luce, e capirono quanto dolce fosse la passione che genera figli felici. FINE
© 2010 Daniela "Giledhel" |