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LA NOTTE PIU' LUNGA Celebcùen
Il mondo era bianco, e freddo, e silenzioso. Landir lo osservava da sopra le mura della rocca, stringendosi nel mantello per difendersi dal freddo dei giorni più corti dell’anno. La bianca coltre copriva ogni segno della guerra appena finita, e anche se i suoi occhi non potevano vederle, lui sapeva che c’erano centinaia di tombe ai piedi del promontorio dove sorgeva Fornost. L’aria soffiò fiocchi di neve secca nel cielo. Landir mosse lo sguardo a nord, da dove il vento spirava, e là vide il nero alito di Angmar aleggiare ancora sull’orizzonte come un sudario non deposto. Il viso dell’uomo, abbronzato dal riverbero della neve, si contrasse. C’era rabbia, e frustrazione, e vuoto, e freddo dentro di lui. Sarebbe mai venuto il giorno in cui la malvagità del Re degli Stregoni avrebbe smesso di minacciare il futuro della gente libera? Qui, nel cuore dell’Arthedain, che per mezzo millennio era stato difeso dai Dúnedain del nord, il Nemico era stato sconfitto da Uomini ed Elfi, era vero. Ed era stata una grande vittoria che però solo in parte aveva vendicato la morte di Re Arvedui e la passata caduta di ben due regni. Non era abbastanza. No, non era abbastanza! Landir voltò le spalle ai campi innevati e scese risolutamente i gradini di pietra che portavano alla strada. E guardò il borgo dove lui stesso era nato, mentre scendeva. Una tomba silente, adesso. Non c’era più nemmeno una casa intatta, la furia della guerra aveva distrutto tutto, lasciando solo carcasse sfasciate e muri mezzi crollati che graffiavamo il cielo invernale come denti spezzati. Non c’era più nessuno. Tutti se ne erano andati. O erano morti. Raggiunto il livello del borgo, Landir si fermò un attimo ai piedi delle scale di pietra. La strada era deserta e silenziosa, ma la studiò attentamente. Gli eserciti si erano fermati a lungo a Fornost. Il Re degli Stregoni era stato sconfitto, ma i suoi neri seguaci minacciavano ancora queste contrade, ed erano se possibile più feroci e crudeli, persi com’erano in quel bianco mondo di Uomini ed Elfi, abbandonati a migliaia dal loro protettore e lasciati allo sbando. I soldati di Eärnur li avevano cacciati a lungo come animali, e gli Elfi più a lungo ancora, eppure gli Orchi ancora rimanevano a Fornost nonostante tutti gli altri se ne fossero andati. Landir non si sentiva al sicuro nemmeno adesso. Il mondo è una tomba bianca, pensò cupamente. Eppure non siamo liberi. Si avviò su per la strada, accompagnato solo dal lieve sospiro che i suoi stivali di pelle producevano sulla neve appena caduta. Si diresse alla corte d’armi, ma prima di entrarvi esitò, si volse e si guardò alle spalle con occhi attenti. Niente. Null’altro che silenzio. E non gli piacque. Landir entrò nella corte, e dovette quasi costringersi a farlo. Quel luogo che a lungo gli era stato così famigliare, dove uomini e soldati usavano radunarsi e allenarsi fra il cozzare di spade e scherzi camerateschi, dove lui stesso aveva imparato a diventare uomo, adesso non era che un guscio vuoto di mattoni e pietra dove solo il vento aveva voce. Landir sentì lo stomaco contrarsi, e strinse forte i denti. Come poteva accettare una cosa del genere, così, senza reagire? Attraversò la corte velocemente. Nei giorni precedenti la neve si era sciolta sotto i piedi dei soldati e gli zoccoli dei cavalli e poi era di nuovo gelata e adesso scricchiolava come ossa infrante sotto i suoi piedi mentre dirigeva ad un arco dall’altra parte del cortile. A metà strada, però, Landir si fermò. Sotto quell’arco rimaneva un unico accampamento. Un fuoco scoppiettava all’interno di un cerchio di sassi recuperati fra i detriti delle strade, vicino al muro così che il suo tenue calore potesse riflettersi e spargersi attorno. Due cavalli, un grosso castrato grigio e un roano più snello, si stringevano l’uno all’altro nel tentativo di scaldarsi. Due coperte e alcuni utensili erano sparsi attorno al fuoco. A parte i cavalli, non c’era nessuno. Landir si voltò di riflesso verso l’alto edificio che sorgeva dall’altra parte della corte. Non c’erano impronte sulla neve indurita, ma del resto il giovane non aveva bisogno di quella traccia. Risolutamente, diresse da quella parte. L’edificio era grande e bianco e un tempo era stato adorno di finestre intarsiate e di una grande porta di legno scolpito che avevano raccontato della venuta di Isildur da Númenor. Le schegge di quella porta erano adesso sparse su tutta la corte, e alcune erano state impiegate per attizzare i fuochi dei soldati nella notte. Nulla rimaneva delle finestre colorate se non orbite vuote sulla faccia annerita del palazzo. Un muscolo guizzò di rabbia sul viso di Landir, i pugni si strinsero mentre guardava la nuova faccia di un luogo che conosceva tanto bene. Poi salì i pochi gradini di pietra ed entrò. E per un momento i suoi occhi (e il suo cuore?) lo ingannarono mostrandogli quel luogo com’era stato un tempo: una grande sala con il pavimento di marmo grigio e le mura coperte di arazzi che raccontavano la vita e le imprese degli eredi d’Isildur; un soffitto a volta, alto sopra la sua testa, che riproduceva il cielo immaginario della notte in cui si supponeva fosse stato fondato il regno di Arthedai; sottili, slanciate finestre che si aprivano nei muri, chiuse da vetri colorati con le effigi dei re di Arthedain i cui stendardi si dispiegavano da aste infisse nei muri fra una finestra e l’altra. E davanti, alla fine della sala, sopra un basso soppalco rialzato di pochi scalini, il trono del Re, intagliato in lucido legno scuro. Quello che rimaneva di quello splendore era una povera, pallida carcassa. Soltanto una parte della volta si alzava come un’ala spezzata proprio sopra il trono bruciato mentre il cielo sovrastava tutto il resto, un cielo grigio e greve che bagnava di una luce lattiginosa i muri sbriciolati. Le ceneri degli arazzi e degli stendardi vorticavano nella brezza fredda, schegge di vetro colorato e legno erano sparse sul pavimento imprigionate nel ghiaccio o mischiate alla neve. E dappertutto c’erano tracce di fuoco e sangue. Qui Landir era venuto a cercare suo cugino e lo trovò dove sapeva, là, in piedi proprio davanti al trono infranto. Un giovane uomo avvolto in un mantello grigio, che pareva un fantasma nella luce smorta del pomeriggio. Landir gli andò incontro. I suoi stivali avrebbero svegliato echi nell’antica sala del Re, ma non produssero che un sordo sussurro sul pavimento sepolto da di queste rovine. “Aranarth?” chiamò quando gli fu vicino, e il silenzio ingoiò la sua voce. L’altro giovane non parve sentirlo. Rimase immobile, con la schiena dritta, le braccia conserte, il viso scavato nella pietra e alzato verso il trono. Landir si fermò accanto a lui e guardò anch’egli il trono di Arthedain. Non rimaneva quasi nulla di esso se non ciò che il fuoco aveva risparmiato, un moncherino pietoso di ciò che era stato. L’abside alle sue spalle, che un tempo era stato illuminato da ventagli di luce colorata, era adesso grigio e nero. Morto. Come il nero signore che l’ha reclamato, pensò Landir ingoiando a vuoto. “Andiamocene,” disse con gli occhi ancora sul trono. “Non è sicuro, qui.” Si volse al cugino e lo guardò con preoccupazione. “Gli Orchi sono affamati. E noi siamo solo in due.” Aranarth chiuse lentamente gli occhi. Landir vide le sue labbra stringersi e di nuovo si sentì vuoto, come si era sentito sulle mura. Il viso di Aranarth era di ghiaccio. Era davvero questo il ragazzo con cui aveva giocato nelle calde estati, tanto tempo fa? Il ragazzo a cui lui stesso aveva insegnato ad alzare una spada e usarla per difendere la sua gente? Lo stesso uomo che aveva protetto con il suo corpo nel mezzo della battaglia? Quest’uomo era freddo e vuoto, come Landir stesso si sentiva, e non avrebbe dovuto essere così. Doveva esserci qualcosa che poteva fare, così come aveva sempre fatto in passato. Doveva esserci qualcosa che lui poteva fare per suo cugino. No, ricordò a se stesso. Per il mio Re. Il capo di Aranarth era piegato come se un peso lo premesse verso il basso. “Guardami, Landir,” disse, e questi pensò che, avesse mai udito un fantasma parlare, quella sarebbe stata la sua voce. “Mio padre è morto. La mia gente è fuggita o morta anch’essa. I miei fratelli sono ospiti degli elfi in una terra che non è mai stata nostra. La mia terra è inaridita e bruciata e questa fortezza spazzata dai gelidi venti del nord è tutto ciò che mi rimane.” Si volse al cugino. I suoi occhi erano neri sul viso bianco. “Dove pensi che dovrei andare?” Landir incontrò il suo sguardo, ma gli costò molto. La sua mente si svuotò. Sentì tutta la solitudine e la disperazione di Aranarth frangersi contro di lui come un mare freddo e furioso che si alza, desideroso di distruggere qualcosa, qualsiasi cosa… o non trova nulla su cui sfogarsi. E poi Aranarth distolse lo sguardo, si volse e senza una parola uscì dalla sala. Landir vacillò, scosso. Non dev’essere così!, pensò di nuovo con rabbia e risolutamente si mosse, seguendo il cugino attraverso la corte, fino al loro campo accanto al fuoco. Aranarth stava pensosamente accarezzando i cavalli sul collo. I due animali ancora si stringevano l’uno all’alto per il freddo, il loro alito si condensava attorno alle narici frementi. Tempestoso, il grande grigio che apparteneva ad Aranarth, sbuffò, appiattendo le orecchie contro il cranio. Solo un momento, ma Landir lo vide e un brivido gli attraversò la spina dorsale. Lo sapeva, come lo sapevano tutti i cavalieri: sono sempre i cavalli i primi ad accorgersene. Con uno sforzo, l’uomo mise quel pensiero da parte. “Perché non a Gondor?” chiese, più bruscamente di quanto avesse inteso. Aranarth sbuffò verso di lui, con fare canzonatorio. I suoi occhi dicevano: Non ci credo che mi stai davvero suggerendo questo! “Perché no?” chiese Landir, come se la domanda fosse davvero stata espressa. “Siamo dello stesso sangue, non ci rifiuteranno aiuto.” “Non andrò a Gondor,” mise in chiaro Aranarth. Non stava guardando verso il cugino, ma questi ne vedeva il duro profilo. Stava ancora accarezzando Tempestoso e questo attirò l’attenzione di Landir sui cavalli. Balestra, il suo roano, sbuffava nervosamente, gli orecchi contro il cranio. E’ la nostra discussione che li mette a disagio, cercò di dirsi Landir. E’ per questo che sono nervosi. Ma c’era dell’altro e lui lo sapeva. Eppure scacciò il pensiero e si avvicinò al fuoco sentendone il tepore riflesso dal muro, mentre il caldo della fiamma era quasi del tutto inghiottito dal freddo dell’inverno. Il fuoco ha bisogno di essere ravvivato, pensò. “Tua madre era uno dei discendenti di Anárion,” disse con voce greve, guardando fisso verso Aranarth. “E mio padre uno di quelli di Isldir,” scattò lui, la voce appena più alta di prima, gli occhi colmi di sfida. “Quindi?” I cavalli batterono il terreno con gli zoccoli. “Stai davvero dimenticando il tuo sangue?” sibilò Landir, stringendo gli occhi. Sentì un tentacolo di ghiaccio sfiorarlo. Veniva da Aranarth. Non era né rabbia né invidia, ma qualcosa di più profondo e più oscuro. “Re Arvedui tuo padre pensava che Elendil non avesse mai veramente inteso dividere il suo regno,” persistette, “ma piuttosto che i suoi due figli regnassero assieme. Che i Dúnedain venuti dall’Ovest dovessero sempre essere un’unica gente.” “So perfettamente cosa pensasse mio padre,” gli gettò in faccia Aranarth, gli occhi di fuoco. E poi caparbiamente, riportò la propria attenzione sui cavalli. Con due balzi, Landir gli fu al fianco, gli afferrò un braccio e lo costrinse a guardarlo di nuovo in faccia. “E’ tutto qui?” Non riuscì a nascondere l’amarezza nella voce. “Questo è tutto? Non vuoi nemmeno provare?” Gli occhi dentro quelli del cugino, Aranarth contorse il braccio, liberandolo. “Sarebbe inutile,” disse senza abbassare lo sguardo. “Non è tempo per me.” Landir barcollò, non seppe dire perché. Eppure continuò: “Non è tempo?” con voce incredula, scuotendo il capo. “Non è tempo,” e i suoi occhi si indurirono. “Non hai mai pensato che tu potresti essere quello…” Con rabbia improvvisa, Aranarth lo spinse via, quasi ringhiando. Lo superò, allontanandosi. Landir si volse di scatto, gli afferrò un braccio e lo costrinse a fermarsi. Aranarth girò su se stesso, liberandosi con uno strappo della stretta del cugino, ma non se ne andò. Alzò il viso e lo guardò dritto in faccia, con occhi pieni di sfida. Era l’Aranarth che conosceva, Landir lo vedeva adesso. Eppure non era lo stesso. “Non avrei mai immaginato che saresti scappato così,” lo accusò per sfida. “Scappare,” ribatté Aranarth con un breve riso amaro. “C’è vuoto dovunque. Davanti a me e intorno a me. Solo vuoto. Dove dovrei scappare, secondo te?” Vuoto, sì. Anche Landir lo sentiva il vuoto terribile del cugino. E la paura che lo riempiva. Ingoiò. Doveva per forza esserci qualcosa che lui poteva fare! “Andiamo a Gondor…” “NO!” Aranarth si scostò. “Sarebbe inutile. Non è quella la mia strada.” Si volse e s’allontano. “Non è la tua strada,” gli gridò dietro il cugino. Non lo seguì questa volta. “Non lo sai. Come puoi saperlo, se prima con cominci a percorrerla?” Aranarth si bloccò all’improvviso. Si voltò su se stesso, e Landir ne poté vedere il viso bianco, macchiato dalle pozze nere degli occhi. Qualcosa dentro di lui si contrasse. “Lo so perché…” Fu la volta di Aranarth di vacillare. “Io… ho visto…” Fu come se si stesse strappando le parole dal ventre. E Landir impietrì. D’improvviso vide con gli occhi della mente se stesso e Aranarth rannicchiati nell’armeria di Fornost, nel buio e il freddo di tanti anni prima. Erano ragazzini, entrambi. Ho visto un’ombra calare dal nord, aveva detto il principe con voce che appena disturbava il silenzio. Ho visto una nave affondare fra i ghiacci. “Che cosa? Che cosa hai visto?” sussurrò Landir. Un nodo gli chiuse la gola, così come quel giorno lontano nell’armeria. “Ho visto… lui,” soffiò Aranarth. Il suo viso era bianco quanto la neve tutt’attorno, i suoi occhi sfocati. “Lontano, lontano lunghi oscuri secoli nel futuro. Un uomo. Non sembrava un re, eppure lo era. Il re ritornato, compagno di strada di un grigio stregone.” I suoi occhi si schiarirono ed egli guardò di nuovo verso il cugino, scuotendo tristemente il capo. “Non sono io, Landir.” Un silenzio gelido avvolse il mondo. Il vento pieno di neve cadde e i due uomini si fronteggiarono lì nel freddo, immobili. E in quel mondo senza voce un cavallo ansimò, spaventato. Aranarth e Landir si tesero e i loro occhi volarono all’unisono verso il campo che si erano lasciati alle spalle. Si scambiarono uno sguardo d’intesa. Le mani si spostarono alle spade. Cautamente, silenziosamente, si mossero insieme verso il fuoco. I cavalli soffiarono e picchiarono gli zoccoli sul terreno, le orecchie appiattite contro il cranio. Un’ombra si mosse, nella luce guizzante del fuoco. I due uomini s’immobilizzarono, si scambiarono di nuovo uno sguardo. Aranarth annuì, lentamente. Un’ombra balzò sul fuoco… e i cavalli impazzirono. Il primo Orco cadde persino troppo facilmente, trapassato dall’arma di Landir. Altri ne arrivarono, ma non costituirono un vero problema per i due cugini. Raramente gli Orchi rappresentavano una minaccia, a meno che non attaccassero in numero. Questa sembrava essere una banda piuttosto piccola, ed emaciata, per giunta. Landir corse verso il proprio cavallo, venendo intercettato da un Orco. Ne spezzò facilmente la difesa e gli tagliò la gola con un fendente veloce senza nemmeno frenare la propria corsa. Quando si volse ai cavalli, vide Balestra ridurre il cranio di un Orco in poltiglia con un calcio ben assestato. Aranarth stava salendo in sella a Tempestoso. Un Orco balzò su Landir e lui lo sventrò mentre si voltava per prendere le redini di Balestra. Altre ombre si addensavano attorno a loro, Landir le poteva annusare perfino meglio di quanto le potesse vedere. Saltò sul proprio cavallo. Aranarth si voltò e sfondò il muso di un Orco con il piatto della propria spada, poi si volse sulla sella. “Andiamo!” gridò. “Andiamocene!” Affondò i calcagni nei fianchi di Tempestoso e il cavallo balzò in avanti, il respiro una nuvola di vapore attorno alle sue narici. Landir esitò solo un attimo, guardandosi attorno. Non gli piaceva l’idea di scappare, ma… erano solo in due e altri Orchi arrivavano. Spronò Balestra e lei scoccò la corsa come se non stesse aspettando altro, un fulmine giù per la strada principale sulla scia del compagno grigio. Landir lanciò un’occhiata alle proprie spalle e vide una dozzina di Orchi, neri contro il bianco della neve, sparpagliarsi per la corte e correre loro dietro. Ma solo per un tratto, poi abbandonarono l’inseguimento. “Volevano i cavalli,” gridò Aranarth, frenando il proprio, così che il cugino potesse raggiungerlo. “Già,” fu d’accordo Landir. “I cavalli… e noi anche!” Si fermarono nel centro della strada, respirando affannosamente. “Non credo che ci inseguiranno davvero,” disse Aranarth guardando verso la fortezza. Il cavallo di Landir sbuffò e scartò, strattonando. L’uomo accorciò le redini. “Forse non tutta la banda ci ha attaccato,” considerò Aranarth mentre ancora scrutava le strade apparentemente deserte. Anche lui stava avendo qualche problema con il suo animale. “Forse c’è più di una banda che si nasconde qui attorno,” gli fece notare il cugino. Aranarth guardò verso di lui, il viso preoccupato. “E’ tempo di andare Aranarth,” insistette Landir. “Ma tutta la nostra roba è rimasta all’accampamento,” disse il giovane, senza troppa convinzione. Landir sogghignò: “Hai una mezza idea di tornare a recuperarla?” lo prese in giro. Aranarth gli lanciò un’occhiataccia, poi spronò il cavallo verso le porte di Fornost. Landir lo seguì in una nuvola di neve. * * * Corsero attraverso le porte infrante della città come lampi, prima Aranarth e Landir dietro. Perciò fu questi a vederlo. “Aranarth!” gridò. Un’ombra si staccò dalle rovine delle mura e balzò sui due cavalieri. Aranarth ebbe appena il tempo di voltarsi e alzare un braccio per farsi scudo, poi lui, l’Orco e il cavallo si rovesciarono sulla neve. Spinto dall’impeto di Balestra, Landir li superò al galoppo senza riuscire a frenare. Vide Aranarth lottare corpo a corpo con l’Orco per cercare di alzarsi per primo, e Tempestoso scalciare furiosamente nella neve per rimettersi in piedi. Forzando Balestra in un ampio cerchio, Landir si voltò e tornò indietro. Sogghignò nel vedere Tempestoso assestare un ultimo calcio nella schiena dell’Orco mentre si rialzava (era nato per combattere, quel bastardello!). Snudò la spada e in un vortice di neve e zoccoli piombò sui due combattenti. Aranarth riuscì a disimpegnarsi, trovando abbastanza spazio per sfoderare la propria spada. L’Orco gli era quasi sopra. Impugnava una brutta lama tutta arrugginita, che non sembrava troppo affilata, ma era certamente in grado di spezzare la schiena di un uomo se usata come un bastone, come fece in quel momento. Aranarth deviò il colpo e in quel momento Landir piombò su di loro, tagliando l’aria e la testa dell’Orco con la spada senza nemmeno rallentare la propria corsa. Il sangue nero spruzzò ovunque sulla neve. Aranarth si piegò bruscamente e si coprì il viso con una mano per cercare di proteggersi, perdendo così l’equilibrio e cadendo a terra. Landir voltò Balestra e tornò verso il cugino a trotto. “Tutto bene?” chiamò, la voce preoccupata. “Penso di sì,” rispose Aranarth a corto di fiato, mentre tentava di togliersi il fetido sangue dell’Orco dal viso. Landir si volse a scrutare le mura alle loro spalle. Dopo un momento rinfoderò la spada. “Sembra fosse solo,” considerò. “Strano…” Guardò verso il cugino. Aranarth si stava rialzando afferrandosi alla sella di Tempestoso. Gli occhi del giovane erano fissi sul capo di neve di fronte a Fornost. Un cattivo presagio nel cuore, Landir si voltò anche lui da quella parte. Un carro stava attraversando il campo, trainato da un unico cavallo esausto che si faceva strada nella neve alta fino alle ginocchia. Una banda di sette Orchi l’inseguiva. “Dannazione!” imprecò Landir fra i denti. Aranarth balzò sulla sella, affondò i calcagni nei fianchi di Tempestoso e guizzò in avanti come un lampo. Landir lo seguì senza un secondo d’esitazione. Gli Orchi erano ormai all’altezza del carro e lo stavano accerchiando, gridando come ossessi, perciò non si accorsero dei due cavalieri se non quando quelli gli furono addosso. Aranarth piombò su uno di quelli più vicini e Tempestoso gli sfasciò la testa come una noce con un colpo di zoccolo. Landir tentò la stessa mossa con un secondo Orco, ma quello lo scartò all’ultimo. Il cavaliere lo superò senza rallentare e assalì un secondo avversario con un fendente che ne mandò la testa in aria, seguita da una scura scia di sangue. Voltò Balestra su se stessa in cerca dell’Orco che gli era sfuggito… e fu in quel momento che notò un uomo lottare disperatamente sul predellino del carro, difendendosi con un lungo coltello che pareva più adatto alla cucina che al campo di battaglia. Un grido provenne dal carro. Il grido di una donna e il pianto di un bambino. Landir esitò un unico momento. Cercò il cugino con gli occhi e lo vide inseguire al galoppo un Orco con una lunga spada. Allora si volse verso il carro, spada in pugno. Il ‘suo’ Orco vi si stava arrampicando, puntando alla porta dietro, chiusa da una semplice tenda che svolazzava nel vento. Landir spronò Balestra e piombò su di lui tagliando l’aria con la propria spada affilata. La forza del suo braccio, combinata con quella della corsa del cavallo, tagliarono l’Orco in due e il sangue esplose dovunque. Un grido provenne dal carro e Landir distinse all’interno una donna che cercava di coprire due bambini con il proprio corpo. Il cavaliere voltò Balestra in cerca di un nuovo avversario… e quasi non vide l’ombra che gli balzava addosso da sopra il carro. Sentì un peso gravargli sul braccio della spada e un alito fetido soffiargli sul viso, e fu il suo istinto a rispondere per primo. Mollò le redini e colpì l’Orco dritto sul muso con un pugno. Quello si inarcò all’indietro, ma non mollò la presa. Balestra vacillò, sbilanciata, piegandosi dalla parte dell’Orco. Era troppo spaventata perché si lasciasse guidare semplicemente dalle gambe di Landir, perciò l’uomo la lasciò andare, dedicando tutte le proprie energie a picchiare il suo avversario con quanta forza aveva. L’Orco incassò i colpi senza smettere di avvinghiarglisi addosso, strappandogli vestiti e carne con unghie che sembravano artigli. Landir sentì il panico serrargli la gola, ma cocciutamente, rabbiosamente, lo ingoiò. Gli occhi gli si appannarono per il dolore, sentiva il calore di un rivolo di sangue scendergli lungo al schiena, l’Orco gli ringhiava dritto nell’orecchio e il suo ringhio si mischiava con le grida e il rumore degli zoccoli. Balestra galoppava selvaggiamente attorno, senza guida. All’improvviso Landir vide le redini volargli davanti agli occhi e semplicemente le afferrò, strattonandole. Balestra piroettò su se stessa, nitrendo di dolore. Landir vide il mondo girargli attorno, vide il cielo e la foresta e la neve girare pazzamente attorno a lui e in quel mare di follia vide con la coda dell’occhio Aranarth scagliarsi al galoppo contro un nuovo avversario. Ma non vide il carro. Ci sbatterono addosso con una forza tale da scuoterlo, cavallo, uomo e Orco. Ma fu quest’ultimo ad avere la peggio. Fu lui a schiacciarsi contro la paratia del carro con tale forza che finalmente mollò la presa su Landir e cadde. L’uomo trattenne a stento un grido quando gli artigli gli strapparono la carne viva, ma si aggrappò alle redini e lasciò che Balestra trovasse il proprio equilibrio da sola. Attraverso il dolore, vide il corpo dell’Orco volteggiargli davanti e di nuovo d’istinto fendette l’aria, trapassando il nemico da parte a parte… sebbene quel corpo spezzato avesse benissimo potuto essere già morto, per quel che vedeva. Poi strattonò le redini e finalmente il mondo smise di vorticare. Qualcuno stava gridando. Landir ansimava pesantemente, il petto gli doleva per la fatica di respirare. Il suo cervello stava cercando di decidere dove fossero il sopra e il sotto. Con uno sforzo, l’uomo guardò verso il predellino del carro. L’uomo che aveva visto non era più là. C’era la donna adesso, era lei che gridava, scarmigliata, le vesti strappate, il viso sporco rigato crudamente di lacrime. Due ragazzini le si aggrappavano alla gonna. Chiamava disperatamente un nome. Landir si volse alla direzione verso cui lei gridava. Una sagoma nera giaceva nella neve in una polla di sangue fetido e un uomo lottava disperatamente corpo a corpo con un altro Orco. Landir balzò in avanti, brandendo la spada, ma l’Orco lo sentì arrivare e schivò il suo colpo. Poi si raddrizzò e colpì il proprio avversario con un fendente della lama arrugginita. Il giovane cadde in ginocchio nella neve senza un gemito. Un grido femminile infranse il silenzio. Landir voltò Balestra e le affondò i calcagni nei fianchi, balzando in avanti con un ringhio… ma Aranarth giunse prima. Arrivò da dietro e colpì l’Orco con un fendente alla schiena, e quello si volse di scatto con un ringhio, spargendo un cerchio di sangue nell’aria gelida. Tempestoso si voltò su se stesso apparentemente di sua iniziativa e spinse l’Orco con il proprio ampio petto, sbattendolo a terra. S’impennò, spronato da Aranarth, e quando i suoi zoccoli ricaddero, gli spappolarono il cranio come un frutto maturo, schizzando sangue nero, materia grigia e bianche schegge d’osso tutt’attorno. Landir li raggiunse in un vortice di neve asciutta e balzò giù di sella prima ancora che Balestra si fermasse. Aranarth si era già inginocchiato accanto al ferito. Alzò il viso verso il cugino e l’espressione che aveva sul viso strinse il cuore di Landir. Quando si inginocchiò a sua volta accanto all’uomo nella neve insanguinata, vide con i suoi occhi che la ferita era grave. Il giovane respirava flebilmente e riuscì a voltare il capo verso Aranarth solo con uno sforzo supremo. Aprì gli occhi quel tanto che bastava a guardarlo in viso. “I miei bambini…” soffiò. “Careys.” Poi chiuse gli occhi e rimase immobile. “Berdan!” La donna arrivò correndo, ma al fianco di Aranrth s’impietrì. Il suo respiro si fermò, i suoi muscoli si congelarono, i suoi occhi si spalancarono, la sua faccia impallidì. Si lasciò cadere a terra come un sacco vuoto. Landir la guardò senza incontrarne lo sguardo, poi si voltò verso il carro. C’erano corpi e pozze di sangue dovunque attorno. Due ragazzini guardavano verso i propri genitori dal predellino, il più grande stringeva forte il più piccolo. Careys accarezzò il viso del marito con una mano tremante. Il suo labbro inferiore tremava, ma i suoi occhi erano asciutti adesso. E poi si costrinse a strappare lo sguardo dal marito e voltarlo su Aranarth che l’incontrò con espressione di pietra. “E’ una brutta ferita,” le sussurrò. Careys tremò violentemente. Per un momento rimase immobile, quasi non avesse inteso. Poi si strinse nelle spalle, serrò gli occhi e senza una parola scoppiò in singhiozzi. Landir si alzò, vacillando leggermente. Era stato su centinaia di campi di battaglia, eppure ogni morte sembrava sempre la prima. Sentì un famigliare vuoto alla bocca dello stomaco e quando Aranarth voltò lo sguardo su di lui, seppe che provava la stessa cosa. Scosso, Landir si mosse verso il carro. Il ragazzo più grande stava guardando verso di lui, sempre abbracciando il fratellino in lacrime. Il suo viso era cupo, ma rigato di lacrime ormai asciutte. “Siete feriti?” chiese l’uomo. Il ragazzo scosse il capo. “Mio padre…” esitò. “E’…” “E’ ferito gravemente,” l’interruppe Landir. Il pianto di Careys era l’unico suono nel bianco ovattato del campo innevato. “Ha lottato per difendere voi e vostra madre,” aggiunse, dopo un momento di esitazione. Il ragazzo annuì, la sua espressione non mutò. Landir afferrò le redini del cavallo legato al carro e lo portò più vicino ad Aranarth. Careys era ancora inginocchiata accanto al marito, la schiena piegata, le mani in grembo. Trasalì quando sentì il carro avvicinarsi e allora raddrizzò la schiena e guardò in su. “Dobbiamo andarcene,” disse Landir. Aranarth annuì. Si alzò e aiutando Careys a fare lo stesso. Lei si alzò, barcollò, guardò verso i suoi bambini… e all’improvviso fu assalita dal panico. Tremò violentemente, impallidì come un cencio, cercò di liberarsi dal braccio di Aranarth, ma lui le disse: “Ci occuperemo noi di tuo marito.” La sua voce era morbida e fonda. Le strinse gentilmente il gomito. “Vieni, non temere.” Lei lo guardò con occhi smarriti e labbra esangui, ma si lasciò guidare al carro, anche se continuò a guardarsi indietro, verso Berdan. Aranarth l’aiutò a salire e poi tornò indietro, dal cugino, che era rimasto presso il ferito e lo studiava adesso con sguardo cupo. “Se lo muoviamo…” “Lo so,” tagliò corto Landir. “Credi che non lo sappia?” Lo sibilò in maniera più brusca di quando avesse inteso. “Ma siamo morti, siamo tutti morti se restiamo qui.” Aranarth piegò il capo senza riuscire a nascondere del tutto la propria amarezza, ma poi annuì, gli occhi bassi. Sciolse la fibbia e stese il mantello di fianco a Berdan. Avevano imparato sul campo di battaglia come muovere i feriti, ma fu dura lo stesso in due soli Quando finalmente il carro si mosse scricchiolando verso Fornost, il cielo incupiva a ovest. * * * La caserma era inchiavardata. Tutte le piccole finestre quadrate avevano le sbarre e da lì entrava un’aria fredda insieme ad una flebile luce lattiginosa. Fuori era il silenzio assoluto. Aranarth e Landir avevano scelto proprio quel luogo perché era il più sicuro e facilmente difendibile di tutta Fornost. Non era rimasto molto del resto della città, dopotutto. Aranarth aveva dovuto girare in lungo e in largo per trovare il negozio di un erborista e le erbe che gli servivano. Aveva anche dovuto uccidere due Orchi, venendone fuori con parecchi graffi, ma nessuna ferita. Adesso carro e cavalli erano chiusi nella caserma ed erano tutti al sicuro, almeno finché non avessero deciso di lasciare la città. Landir salì sul carro. C’era solo una candela accesa. Berdan era disteso vicino ad una parete, immobile come un morto. Non si era mai risvegliato e bisognava essere molto attenti per cogliere il leggero movimento del respiro. Aranarth era inginocchiato accanto a lui, le spalle curve, le mani abbandonate in grembo, il capo chino, come schiacciato da un peso. Landir si accosciò di fianco a lui e ne studiò il duro profilo. “Stai facendo tutto quello che è in tuo potere,” gli disse alla fine. “Nessuno può chiederti di più. Nemmeno tu stesso.” Aranarth non rispose, non si mosse. Nemmeno un muscolo guizzò sul suo viso. Landir gli mise una mano su una spalla. “Vieni,” disse. “Careys ha preparato qualcosa da mangiare.” Si alzò e uscì. Era stato acceso un fuoco non lontano dal carro. La caserma era appena più calda che l’aria aperta, ma almeno il muro più vicino stava cominciando a restituire il tepore del fuoco. Careys era ancora occupata con la cena. Il suo viso era teso e cupo e si illuminò solo un momento quando si rivolse ai due bambini che sedevano silenziosi accanto a lei. Il più piccolo era esausto e sconsolato. Il grande aveva un’espressione stolida, quasi adulta sul viso. Landir lo studiò attentamente, quando raggiunse il fuoco. Era stato anche lui un ragazzo della sua età una volta, credeva di sapere che cosa passava per la sua testa. Careys alzò il viso quando sentì l’uomo avvicinarsi, le ombre tagliarono squarci neri sul suo viso. “Ho preparato qualcosa di caldo, miei signori,” disse, e Landir realizzò che Aranarth lo aveva seguito in silenzio. “Non è rimasto molto delle nostre provviste, ma…” sorrise un sorriso impacciato. “Vi ringrazio molto, signora.” Landir le sorrise a sua volta. “E’ gentile da parte vostra.” Si sedette di fronte alla donna e Aranarth prese posto accanto a lui. Era di umore cupo, notò Landir. Non era da Aranarth non riconoscere un pensiero gentile. Lo studiò attentamente e per la prima volta si preoccupò davvero. Careys offrì una tazza di zuppa fumante ad entrambi. “Ci avete salvato dagli Orchi,” disse, “e non ho nemmeno chiesto il vostro nome.” Landir esitò, la tazza fra le mani. Lanciò un’occhiata ad Aranarth, ma il cugino pareva non aver nemmeno sentito la domanda. “Io…” iniziò, esitante. “Io sono Freccia,” disse infine. “E lui è mio cugino Daga.” Careys si fermò un momento, guardò l’uno e poi l’altro. “Sono strani nomi,” considerò, e l’ombra che le passò negli occhi tradì la domanda che non fece: perché nascondono i loro nomi? Landir le sorrise, rassicurante, fra un cucchiaio di zuppa e l’altro. “Non sono poi così strani,” ribatté. “Siete soldati?” chiese il ragazzo più grande. Landir guardò verso di lui e vide quanto fosse attento adesso. “Siete soldati del Re?” Arnarth si mosse a disagio. “Farur, non disturbare i nostri ospiti,” l’ammonì la madre, ma Landir segnalò con una mano che non c’era problema. “L’esercito di Arthedain non esiste più,” rispose, e non riuscì a mascherare l’amarezza. Vide Farur serrare la mascella e questo rese il suo viso più adulto. “Siamo…” cercò di proseguire, ma le parole gli morirono nella gola e quasi gli bruciarono. Poi d’improvviso alzò il viso, il suo sguardo divenne più fiero. “Siamo custodi,” disse infine, e annuì, pensosamente. “Sì, custodi. Ci prendiamo cura della terra e delle persone.” Poteva quasi sentire Aranarth tremare di fianco a lui. Scrollandosi l’improvviso disagio di dosso, Landir ingoiò un cucchiaio di zuppa. Non stava mentendo. Era la verità dopotutto, no? Non stava mentendo, eppure l’amarezza s’infiltrò ancora una volta nei suoi pensieri. Lanciò un’occhiata ad Aranarth e si accorse che il cugino non aveva nemmeno toccato la zuppa e la tazza giaceva dimenticata nelle sue mani. Il suo viso era scuro, gli occhi erano bassi, ma stava ascoltando. “Voglio diventare anch’io un soldato,” disse Farur, come se la cosa fosse già decisa. “Ne riparleremo a tempo debito, Farur,” disse la madre con voce stanca. “Te l’ho già detto, no?” “Voglio diventare un soldato,” ripeté il ragazzo lanciando uno sguardo di sfida alla madre. “Voglio essere d’aiuto alla mia gente così come alla mia famiglia.” “Farur…” Careys esitò. Le sue mani stavano maltrattando la stoffa della sua veste, i suoi occhi erano preoccupati. “L’esercito di Arthedain non esiste più, non hai sentito?” Farur distolse lo sguardo con un moto di rabbia. Aranarth depose la tazza a terra e si strinse nelle braccia, nascondendo le mani sotto i gomiti. Careys era visibilmente preoccupata. Mordendosi le labbra, si rivolse a Landir. “Abbiamo sentito dire…” esitò, timorosa di dirlo. “Abbiamo sentito dire che il Re Arvedui sia morto,” soffiò infine. Landir trattenne il respiro e si tese. Poteva sentire fisicamente lo sguardo rovente di Farur su di lui e gli occhi di ghiaccio di Aranarth fissi sul terreno. “Il Re…” sentì un vuoto aprirsi all’improvviso dentro di lui, ma disse: “… non è lontano,” e lanciò un’occhiata furtiva ad Aranarth. Che volse di scatto lo sguardo altrove, verso il buio delle caserme. Landir non vacillò, anche se qualcosa di mosse dolorosamente dentro di lui. “E…” Careys era visibilmente confusa, e spaventata. La sua voce tremava sul confine fra l’incredulità e la speranza. “E ci salverà in qualche modo?” osò chiedere. Landir la guardò dritto negli occhi. “Sono sicuro che farà tutto quello che potrà,” disse. Aranarth si alzò di scatto facendo sobbalzare tutti tranne Landir. Il ragazzo più piccolo rabbrividì, il suo labbro inferiore tremò. Farur gli prese una manina e la strinse. Aranarth voltò loro le spalle e senza una parole s’immerse nell’ombra della parte più lontana delle caserme. Careys prese il figlio più giovane fra le braccia e il bambino vi si rannicchiò. “Cos’è successo?” chiese preoccupata guadando nell’ombra dove Aranarth era sparito. Landir stava anche lui guardando in quella direzione, ma si volse verso di lei, il viso cupo. “Perdona mio cugino, signora,” disse. “La guerra ha preso molto a ciascuno di noi.” Careys strinse il figlio più forte. Landir sorrise. “Perché voi due ragazzi non andate a dormire un pochino?” propose rivolto al bambino più piccolo, che nascose il viso nel seno della madre, ma annuì piano. Careys sorrise stancamente a Landir e si alzò. “Vuoi che venga anche la mamma, Tally?” chiese, rivolta al bambino e lui annuì, rimanendo aggrappato a lei. Si diresse insieme al luogo vicino al carro dove aveva preparato i giacigli, si sedettero e Careys si assestò il bambino fra le braccia e cominciò a cullarlo. Landir avvertì la ninna nanna a mezza voce così flebile da parere lontanissima. Farur si alzò a sua volta e si mosse per raggiungerli. “Farur,” lo chiamò Landir. Il ragazzo si fermò e si volse. “Fai buona guardia su tuo fratello e tua madre,” gli disse, facendogli un occhiolino complice. Il viso di Farur si aprì in un sorriso sorpreso. Annuì. Landir rimase da solo presso il fuoco. Guardò verso l’oscurità dove Aranarth si era nascosto e sentì l’impulso di cercarlo. Invece non si mosse e rimase lì, accanto alle fiamme. * * * Il nuovo giorno che filtrò fra le sbarre delle finestre sembrava perfino più freddo del giorno che l’aveva preceduto. Il cielo era pesante e grigio come piombo: avrebbe nevicato ancora. Nessuno aveva parlato durante la notte, nessuno aveva nemmeno dormito. Solo i bambini ogni tanto si erano appisolati, risvegliandosi poi ogni volta di soprassalto, nel silenzio. Come se il rumore e il pericolo si annidasse nei loro sogni, aveva pensato Landir. Quando l’alba era sorta, Aranarth era uscito dal buio, era salito sul carro e aveva acceso una candela. Landir non l’aveva seguito, ma dal suo posto accanto al muro poteva vedere bene l’interno del carro. La candela spargeva una debole luce nel pallore dell’alba. Landir distinse Aranarth muoversi come un’ombra nel suo alone: stava applicando al ferito l’unguento che aveva preparato il giorno prima, il suo viso era assorto. Landir non si mosse dal suo posto. Si avvolse il mantello più strettamente attorno e attese, con una strana oppressione sul petto. Poco dopo Careys si alzò e cominciò a preparare la colazione con movimenti legnosi e pesanti, lanciando continue occhiate in direzione del carro per vedere quando Aranarth ne fosse uscito. Ma lui si prese tutto il tempo necessario a compiere il suo lavoro nel modo più accurato, e dopo Landir lo vide inginocchiarsi accanto a Berdan e rimanere lì, immobile, a lungo. Quando Aranrth finalmente uscì, Carey balzò in piedi dimenticandosi della colazione all’istante e gli andò incontro con occhi spalancati e viso bianchissimo. Aranarth incontrò il suo sguardo solo per un momento, poi abbassò gli occhi e la lasciò passare. Lei salì e prese il posto che Aranarth aveva lasciato presso il letto di Berdan. Landir la vide accarezzare con infinita gentilezza e amore il capo del marito… e quello lo fece rabbrividire più del freddo del mattino. Aranarth andò ad una delle finestre e raccolse un po’ di neve per lavarsi le mani e un altro po’ per rinfrescarsi il viso. I capelli neri gli spiovevano sul viso quando infine si avvicinò a Landir, che ancora non si era mosso dal suo giaciglio. “Ti va una battuta di caccia?” chiese Aranarth. Landir aggrottò la fronte. Non sembrava una buona idea. Il cugino si piegò leggermente verso di lui. “Devo uscire da qui,” sussurrò. E questa invece era un’ottima idea! Sellarono i cavalli, che parevano ansiosi quanto i due uomini di uscire all’aria aperta, e scesero lungo la via principale al galoppo. Nessuno li disturbò. Nemmeno un’ombra si aggirava fra i muri crollati delle case. Quando raggiunsero i cancelli, Aranarth tirò le redini e girò Tempestoso vero la rocca, che si stagliava là in alto, lontana. “Se ne stanno andando,” gli rispose Landir, come se Aranarth avesse espresso la domanda a voce alta. “Sono senza capi, abbandonati a se stessi. Diventa sempre più freddo, il cibo scarseggia.” Scosse le spalle quando il cugino lo guardò. “Non possono cibarsi di noi, siamo troppo furbi. Non resta loro che cercare prede più facili.” La battuta non smosse l’umore cupo di Aranarth, che invece disse: “E dove sarebbero queste prede?” Sospirò, scuotendo il capo. “L’inverno è ancora così lungo,” mormorò tornando a guardare verso la rocca di suo padre. Landir strinse i pugni attorno alle redini. Poteva quasi sentire i foschi pensieri del cugino. “E’ vero,” ammise, facendo uno sforzo per non far suonare la propria voce troppo aspra. “Ma non così lungo e buio come potrebbe sembrare.” Aranarth abbassò gli occhi, ma non guardò verso il cugino. La gelida brezza di quel mattino alzò mulinelli di neve. “Sai che notte è stanotte?” chiese Landir nel silenzio. Aranrth fissava la neve bianca ai propri piedi. “Il solstizio d’inverno,” mormorò quasi a se stesso. Alzò il capo e guardò verso l’orizzonte. “Avremmo acceso un grande falò nel centro della corte, e la gente avrebbe ballato e cantato e si sarebbe divertita, mangiando dolce frutta d’inverno e focacce speziate, e avrebbe riso e chiacchierato, se solo…” la sua voce morì nel silenzio. Si morse un labbro. Landir spinse il cavallo più vicino e Aranarth si volse verso di lui sentendolo accanto. Aveva il viso di un fantasma e Landir sentì un peso nel petto. Eppure si forzò a sorridere. “La Notte dei Fuochi è sempre stata la mia favorita,” disse sfidando lo sguardo scettico del cugino. “E’ vero,” persistette. “Perché, non lo trovi meraviglioso, cugino? Perfino quando arriva la notte più lunga, una nuova alba spunterà il giorno dopo.” Gli occhi di Aranarth divennero neri. Guardò dritto in quelli del cugino e Landir ne sostenne lo sguardo senza vacillare. Aranrth strattonò le redini e Tempestoso protestò per quel trattamento, poi obbedì al padrone e galoppò verso la vicina foresta. Landir lo seguì subito dopo. * * * Era metà del giorno quando tornarono alle caserme. Galopparono velocemente su per la strada maestra, così da evitare gli attacchi. Avevano visto gli Orchi solo da lontano durante la giornata trascorsa nella foresta, mentre lottavano tra di loro come branchi di bestie inferocite. I due uomini fiutarono che qualcosa non andava quando raggiunsero la porta della caserma che si affacciava sulla corte. Frenarono i cavalli e si scambiarono uno sguardo. Quando si avvicinarono ulteriormente, videro che la porta era aperta. Landir studiò la neve sulla soglia, ma vide solo le impronte dei loro cavalli e quelle di un ragazzo, che era uscito, era rimasto a lungo a camminare avanti e indietro sulla porta e poi era tornato dentro. Il cavaliere si tese in ascolto, ma non sentì alcun suono provenire dall’interno. Lanciò un’occhiata ad Aranarth e vide che si era irrigidito sulla sella, le mani erano contratte attorno alle redini e il viso era teso e bianco. Senza attendere una reazione da lui, Landir balzò giù di sella, sfoderò la spada e, cautamente, entrò. L’interno della caserma era particolarmente ombroso dopo la brillantezza della neve, ma era anche insolitamente silenzioso. Landir venne avanti piano, guardandosi attorno. Non c’era nessuno. Il fuoco era morto e adesso le braci pulsavano affannosamente dentro il cerchio di sassi. Fu in quel momento, quando fu vicino al fuoco, che udì il suono. Un pianto soffocato che proveniva dal carro vicino al muro. Fu allora che cominciò a capire. Corse all’entrata del carro, stringendo ancora la spada. Tutta la famiglia era lì, avvolta dall’oscurità rischiarata da una debole candela. Careys era abbandonata sul corpo immobile del marito e piangeva in singhiozzi disperati sopra il suo petto. Tally stava piangendo fra le braccia di suo fratello. Farur fu l’unico ad accorgersi della presenza di Landir: alzò due occhi arrabbiati e luccicanti sull’uomo, un solo momento. Non poteva dire di non esserselo aspettato, eppure Landir barcollò sotto il peso terribile che gli schiacciò le spalle. Strinse forte i pugni, piegò il capo, sconfitto, appoggiandosi con una mano alla parete del carro. Con movimenti lenti, quasi faticosi, rinfoderò la spada, così inutile nelle sue mani. E d’improvviso si raddrizzò e si voltò verso l’entrata e là, nero contro il mondo bianco incorniciato nello specchio della porta, vide Aranarth. Per un solo momento. Poi il giovane si volse e corse attraverso la corte. Com’era successo sul campo innevato il giorno prima, Landir esitò, diviso fra il dovere verso la perdita della famiglia che custodiva, e il dovere e l’affetto che lo legavano ad Aranarth. E questa volta seguì il cugino. “Aranrth!” lo chiamò attraversò il cortile, quando lo vide attraversare il portone infranto della Sala dei Re. Lui non lo ascoltò. Landir gli corse dietro. Lo trovò di fronte al trono bruciato, una mano sul bracciolo nero, la schiena verso di lui. Landir rallentò, il cuore che trottava, il fiato corto… e d’improvviso sentì un nodo stringergli la gola e un vuoto nauseante aprirsi alla bocca dello stomaco. La stessa sensazione che provava sempre prima di una battaglia. Lo spaventò provarlo in quel momento, ma sapeva cosa fare: ricacciò tutto in un luogo lontano dentro di sé e andò avanti deciso. “Aranarth,” chiamò piano, quando gli giunse vicino, e la sua voce risuonò su quel che rimaneva delle mura della Sala. “Volevo che vivesse,” disse Aranarth senza voltarsi. La sua voce era poco più che un sussurro. “Lo so,” disse Landir. “Ha fatto tutto quello che…” Aranarth si voltò di scatto, gli occhi di sfuoco. “Ma è morto!” gridò. “Ho fatto tutto quello che potevo. Ho dato tutto quello che avevo. Ma è morto lo stesso!” Aveva gli occhi cerchiati di rosso, ma asciutti. Landir non si mosse nonostante quello che provava dentro. Un muscolo guizzò sulla sua guancia. I pugni si contrassero. “Queste cose succedono, Aranarth, a dispetto di tutti i nostri sforzi,” disse, e sentì una voce echeggiare nella sua testa, la voce che un tempo aveva detto questo a lui. La voce di suo padre. “Questo lo sai.” Aranarth tremava, adesso. Il suo viso era mortalmente bianco. “L’ho tradito,” sussurrò, rocamente. E Landir vacillò. Suo cugino stava dicendo quelle parole ad alta voce, ma lui stesso avrebbe potuto… “Ho tradito lui e tutti!” gridò Aranarth e Landir negò con il capo, dovette negare. “Questa è la mia gente, Landir, non lo vedi? Dovrei essere in grado di proteggerla. Dovrei essere il loro scudo. E invece guardami!” Alzò le mani verso di lui, con i palmi in alto, come se le stesse offrendo ai ceppi. “Le mie mani sono senza potere, senza forza. Ho perso mio padre, ho perso il mio sangue, la mia terra. Il mio regno non è che neve e freddo e vuoto. Ed è quello che sono io!” Landir non rispose, anche se avrebbe voluto. Si sentì vacillare. Aranarth singhiozzava adesso, ma i suoi occhi erano ancora asciutti. L’aria era così fredda e così inquieta attorno a lui che Landir poté quasi avvertire il gelo formarsi nella sua anima. Senti anche lui il vuoto e l’inutilità. Ed ebbe paura. “Guardami, Landir,” gridò Aranarth. “Io non sono come mio padre. Io non sono un Re!” E qualcosa scattò. “Basta!” gridò Landir. Una scintilla e poi un fuoco gli ruggì nel petto, espandendosi ovunque dentro di lui. Afferrò un braccio del cugino e lo scosse. “Basta!” Aranarth torse il braccio così violentemente per liberarlo, che cadde all’indietro, sul trono bruciato. “Vattene! Lasciami solo!” gridò verso Landir, senza quasi vederlo. Ma Landir non si mosse, rimase immobile dov’era, fremendo per la collera dentro di lui e per quella del cugino che gli si frangeva contro. E poi, così com’era venuta, la rabbia di Aranarth disparve, lasciandolo tremante e senza forze sul trono. Il silenzio cadde di nuovo nella Sala dei Re. Le grigie nuvole nel cielo rotolarono come demoni, l’aria frigida spazzò ventagli di neve secca nell’aria. Landir inspirò. Si scostò di un passo, i pungi chiusi. “Ascoltami, Aranarth,” disse infine, la voce ferma, “ti parlo come il tuo capitano, adesso, mio re.” Aranarth non si mosse e non diede segno di averlo sentito se non per il tremito che lo attraversò al suono della parola re. “Abbiamo combattuto molte battaglie assieme. Siamo fuggiti insieme nella neve fino al regno degli Elfi ed insieme siamo tornati per reclamare la nostra terra dalle mani del Nemico. Abbiamo combattuto spalla a spalla e ho avuto il privilegio di difendere la tua vita con la mia nel mezzo della battaglia. Così come sono stato preparato a fare, e come desideravo fare. E spero che avrò l’onore di rifarlo molte volte nelle battaglie che ci aspettano, perché penso che la mia vita abbia più valore se spesa con un uomo e un capo quale tu sei.” Ancora Aranarth rimase immobile. Il suo viso era reclinato e Landir poteva vederne solo una porzione dietro il velo di capelli neri che lo copriva. L’uomo fece un passo avanti, il suo viso era di pietra ma i suoi occhi erano di fuoco. “Ascoltami Aranarth, e ti parlo come il tuo cugino più anziano, adesso.” Appoggiò un piede sullo scalino che portava al trono e una mano sul bracciolo dove Aranarth stesso era appoggiato. “Non abbiamo risparmiato nulla di noi stessi. Tutto il potere, tutta la forza che avevamo, qualunque fosse, l’abbiamo offerta alla nostra terra e alla nostra gente. Forse non è stato abbastanza, ma non per questo li abbiamo traditi. Perché non è ancora finita, non vedi? Rimangono così tante cose ancora da fare. Sarà finita solo quando cederemo, abbasseremo le mani e smetteremo di combattere. Allora, allora sì, saremo davvero dei traditori.” Si piegò verso Aranarth e la sua voce divenne più bassa, ma non più morbida. “Adesso io scendo alle caserme per consolare una donna che ha appena perso suo marito e per confortare con qualche parola di amicizia, il meglio che possa offrire, ai suoi due bambini. E dopo ho intenzione di tributare a quell’uomo la migliore sepoltura che gli possa rendere.” Si raddrizzò bruscamente, gli occhi di pietra. “Tu fa come ti pare.” Bruscamente, così come aveva parlato, si volse e se ne andò senza una parola in più. Aranarth non si mosse. Rimase lì, da solo, nella Sala dei Re bruciata e distrutta. Poi, lentamente, la mano sul bracciolo si chiuse a pugno e si strinse, i suoi occhi si schiarirono e il viso assunse un’espressione decisa. Di scatto si alzò, scese i tre scalini e seguì risolutamente i passi di suo cugino. * * * Scesero ai piedi del promontorio dove sorgeva Fornost, quando riprese a nevicare. Laggiù uomini di Eärnur avevano sepolto tutti i caduti prima di fare ritorno a Gondor. Arrivarono sul carro scricchiolante. Careys lavò il corpo del marito con neve disciolta e lo vestì dei suoi abiti migliori, aiutata dai figli. Pianse tutto il tempo. Landir e Aranarth scavarono una tomba nel terreno congelato, lottando con il suolo indurito con arnesi che avevano recuperato dal borgo abbandonato, aiutandosi a tratti con le mani nude. Parlarono poco, ma del resto non c’era bisogno di parole. Lavorarono spalla a spalla, come avevano sempre fatto. E spesso lanciarono occhiate verso le porte della città. Sapevano di non essere soli. Era il tramonto quando si fermarono a salutare la tomba di Berdan. Careys non aveva mai veramente smesso di piangere e anche adesso le lacrime le rigavano il viso mentre guardava con aria assente la tomba di terra, tetra contro il biancore della neve. Stringeva i bambini con tanta forza da sembrar quasi che volesse riprenderli dentro di sé. Aranarth guardava nervosamente verso la porta. Landir disse: “Dobbiamo tornare alle caserme.” Careys trasalì e guardò verso di lui come se non l’avesse mai visto prima in vista sua. “E’ troppo pericoloso qui fuori, di notte,” aggiunse Landir, la voce gentile. L’espressione sul viso della donna non mostrava alcun desiderio di andarsene, eppure lei annuì e spinse i suoi ragazzi verso il carro. La neve cadeva ancora, ma più rada. Farur però non si mosse. Rimase lì in piedi accanto alla tomba del padre, il viso tenebroso come il tramonto invernale. Landir lo vide e gli si avvicinò. Gli mise una mano sulla spalla. “Guideresti il carro?” chiese. “Daga andrà avanti con il suo cavallo e io vi seguirò con il mio. Tu puoi proteggere il carro da dentro, che ne dici?” Farur non alzò il viso, ma annuì e lasciò che Landir lo guidasse dove la madre e il fratello lo aspettavano. Salirono lentamente la strada maestra mentre le ombre s’infittivano. Il carro scricchiolava paurosamente nel silenzio della nevicata, i due uomini scrutavano ogni angolo come se si aspettassero un’imboscata. Fu Aranarth ad accorgersi del pericolo per primo. Tirò le redini, la mano gli corse all’elsa della spada e gridò: “Orchi!” prima ancora di vedere il primo sbucare dal buio della strada davanti a loro. Landir scattò in avanti e la prima cosa che vide fu un corpo contorto schiantarsi su Tempestoso che, nonostante la manovra di disimpegno di Aranarth, fu preso alla sprovvista, perse l’equilibrio e cadde su un fianco. Landir rallentò quel tanto che gli serviva a vedere Aranrth rialzarsi e poi diede tutta la propria attenzione all’Orco che saltò fuori dalla notte. Vide una terza ombra guizzargli di lato, ma non poté farci proprio nulla. Aveva visto un sacco di Orchi durante la guerra, ma questi erano i più laceri ed affamati di tutti. Uno gli saltò addosso nel tentativo di disarcionarlo, ma Landir lo respinse con un colpo di gomito dritto sul muso. E quello s’inarcò, barcollò all’indietro, ma non cadde e anzi cercò subito di ferire il cavaliere con un’arma sgraziata e arrugginita, colpendo verso l’alto. Landir affondò. Un grido inumano ruppe il silenzio, una mano saltò nell’aria con la spada ancora in pugno e una scia di sangue nero dietro di essa. Un taglio di traverso e l’Orco cadde, il petto squarciato. “NO!” Landir si voltò di scatto. “Farur!” Era Careys. Il carro fu scosso paurosamente. Un bambino piangeva. Il cavallo legato al giogo nitrì e pestò il terreno furiosamente, cercando di liberarsi in una pioggia di neve sciolta. Accanto al carro, Landir vide Aranarth lottare corpo a copro con un altro orco. Esitò, dilaniato. Guardò verso il carro, la spada in mano. Guardò verso il cugino… e in quel momento Tempestoso colpì l’Orco sulla schiena, facendolo gridare e voltare quel tanto che bastò ad Aranarth per recuperare la propria spada caduta. Landir si lanciò verso il carro e con un salto atterrò sul predellino davanti. Dentro, in un primo momento, non vide altro che oscurità e il quadrato più chiaro dell’uscita sul retro. Poi distinse Careys rannicchiata nell’angolo più vicino a lui, mentre proteggeva uno dei suoi figli con il proprio corpo. E poi vide anche le sembianze di due combattenti, nere contro il chiarore scintillante della neve. Careys alzò due occhi supplicanti su di lui. “Farur!” disse solamente, stringendo forte il suo figlio più piccolo. Il carro fu scosso nuovamente, Landir quasi cadde. Si afferrò al sedile del carro e con un grido guerresco balzò dentro. Il più grande e contorto dei due combattenti si voltò verso di lui, gli artigli contratti. Era l’Orco più cencioso e dimesso che avesse mai visto (rinnegati dei branchi, pensò in un lampo), eppure fra il suo peso e lo slancio quasi lo atterrò quando gli saltò addosso. L’Orco cercò di azzannarlo alla gola, ma Landir si protesse con un braccio, colpendolo al naso con quello stesso braccio. La testa dell’orco scattò di lato e facendolo indietreggiare di un passo, le braccia aperte. Landir strinse la mano attorno all’elsa e cercò di assestare anche il proprio equilibrio compromesso. Vide l’Orco diventare due di fronte a sui occhi e poi tornare uno, e poi lo colpì con un taglio di netto. L’Orco si piegò, schivò il suo attacco e gli saltò addosso di nuovo. Troppo vicino per usare la spada efficacemente, Landir l’afferrò per la parte alta della lama e schiantò l’elsa sul muso dell’avversario. Che barcollò all’indietro, completamente sbilanciato, agitò le braccia per recuperare equilibrio.. e improvvisamente s’irrigidì. Landir non se ne chiese il motivo. Con un gioco di polso riafferrò la spada per l’elsa e menò un fendente poderoso. La tessa dell’Orso si rovesciò all’indietro con uno spruzzo nauseante di sangue nero, dondolò sulla schiena attaccata a un lembo di pelle del collo, e infine cadde insieme a tutto il corpo. E c’era Farur dietro di lui, con una daga in mano che gocciolava sangue. L’aria fu riempita dei singhiozzi di Careys. Landir vacillò leggermente. Il respiro gli raspava in gola, la testa gli girava e dovette appoggiarsi alla spada per evitare di cadere. Farur era come di pietra, il viso era bianco come un cencio, gli occhi tondi come monete e il respiro pesante e faticoso. Ancora incerto sulle gambe, Landir gli andò vicino e gli batté una mano sulla spalla. “Bravo ragazzo,” gracchiò, stirando le labbra in un sorriso. Farur alzò il viso su di lui, aprì e chiuse gli occhi ciecamente e cominciò a tremare. “Va da tua madre, ora,” gli disse l’uomo, e lo sospinse verso le braccia distese della donna. Farur barcollò verso di lei come un cieco, lasciò cadere il lungo pugnale che aveva in mano e le si aggrappò, senza forze. Le lo strinse forte, tremando e piangendo. “Freccia!” Landir si voltò e andò sul predellino del carro. Aranarth era in piedi accanto al cavallo spaventato, un’espressione preoccupata sul viso, il sangue che sgocciolava dalla sua spada. Ma si distese all’istante quando vide il cugino. “Tutto a posto,” disse Landir, rinfoderando la spada. Poi gli sorrise furbescamente e facendogli cenno di raggiungerlo, aggiunse. “Che ne dici di venire a darmi una mano a fare una ripulita, quassù?” * * * Risalirono velocemente la strada, ma non comparvero altri Orchi. Trovarono le caserme inchiavardate così come le avevano lasciate, anche se notarono che il legno della porta era scheggiato e graffiato. Entrarono e si chiusero la porta alle spalle e Aranarth, che guidava il carro, lo fermò in un punto diverso dal giorno prima. Careys stringeva ancora i bambini come se avessero potuto sparire il momento stesso che lei li avesse lasciati andare. Non si mosse quando il carro si fermò. Sistemati carro e cavalli, i due uomini accesero un fuoco e preparano un pasto leggero. La famiglia non si fece mai vedere. Aranarth lanciò diverse occhiate cupe al carro mentre mangiava. Era freddo e buio, adesso, e solo sussurri tradivano la presenza della famiglia. “E’ una prova difficile per tutti loro,” disse Landir, piano. “Ma ce la faranno.” Aranarth si volse silenziosamente verso di lui. Il suo viso rimase cupo come prima. Più tardi, Landir lasciò il fuoco e cercò un posto dove poter dormire. Ne trovò uno accanto ai cavalli. Si accovacciò vicino a Balestra e lei piegò il collo per strofinare il naso contro la guancia dell’uomo. Landir ridacchiò, accarezzando una delle forti gambe della cavalla. “Brava ragazza,” le disse piano, e poi girò gli occhi attorno nella caserma brumosa. Il posto era buio e silenzioso, il freddo della notte ancora filtrava attraverso le sbarre alle finestre insieme al chiarore lattiginoso della notte nevosa e senza luna. Dentro al carro tutto era silenzio. Una candela era accesa accanto all’uscita e la figura pensosa di Farur si stagliava nel suo alone. Calda come pure era la fiamma, la sua luce era troppo flebile per penetrare dentro il carro, sicché Landir poté solo intuire la forma di Careys adagiata su una coperta, mentre dormiva rannicchiata attorno a Tally. Non lontano, Aranrth sedeva accanto al fuoco, le braccia appoggiate alle ginocchia, un’espressione pensierosa sul viso. Landir si mosse in cerca di una posizione confortevole, avvolgendosi meglio nel mantello. Era freddo e buio, non c’erano canzoni ad allietare la notte più lunga dell’anno, non danze attorno al fuoco. Eppure due luci brillavano nella notte e questo era buono e bello. Le labbra di Landir si arricciarono in un piccolo sorriso mentre lui chiudeva gli occhi. Fu svegliato da un sussurro di voci l’ora prima dell’alba. “Mia madre è spaventata,” stava dicendo Farur. “Teme di perdere anche me e mio fratello.” Il ragazzo sedeva accanto al fuoco di fronte ad Aranarth, che pareva non essersi mai mosso durante la notte. “Questi sono tempi difficili,” disse il giovane. “Il pericolo minaccia le vite di tutti.” “Quello che è successo a mio padre, potrebbe succedere anche a mia madre e a mio fratello,” disse Farur con passione. “Dovrei semplicemente stare a guardare?” Aranrth non rispose. Scosse semplicemente il capo, gli occhi bassi. Landir si alzò e si avvicinò silenziosamente. “Voglio andare a Gondor,” disse Farur, deciso. “Voglio unirmi all’esercito e combattere il Nemico di tutti! E’ forse sbagliato?” La sua voce era ferma, ma i suoi occhi tradivano il turbamento che aveva dentro. Aranarth alzò il viso e un sorriso gli stirò le labbra. “Non è affatto sbagliato,” disse. “Difendere le persone che amiamo, e la terra che ci ha visto nascere…” Scosse di nuovo il capo sconsolatamente, abbassando lo sguardo. “Non è affatto sbagliato,” concluse in soffio. Farur lo studiò attentamente. Landir era alle spalle del cugino, adesso. Aranrth alzò il capo di scatto. “Eärnur può forse avere un carattere bizzoso, ma difenderà la nostra terra meglio che potrà. Ne sono certo. Fai bene ad unirti al suo esercito.” La sua voce era più fonda e più sicura. Solo adesso Landir si accorse di riconoscerla. Le labbra di Farur si incresparono in un sorriso, che però ebbe vita breve. “Mia madre però dice che è troppo presto. Che dodici anni sono troppo pochi, che dovrei aspettare ancora.” Scosse la testa, cocciutamente. “Ma ho già ucciso un nemico, no? Di certo c’è altro che posso fare di utile.” Aranarth sorrise di nuovo. “C’è,” disse. “anch’io ho avuto dodici anni, tanto tempo fa. Io…” la voce gli tremò. “Io penavo…” e si spense nel silenzio. Landir gli mise una mano sulla spalla. “Facevamo finta che Daga fosse il re di Arthedain,” disse sorridendo, “e io il suo fidato capitano.” Aranarth non alzò lo sguardo su di lui, ma Landir poté avvertire il fremito delle sue spalle. “Giocavamo a combattere il nemico fianco a fianco, proteggendoci l’un l’altro, pronti ad alzare le nostre spade contro chiunque minacciasse la nostra terra e la nostra gente.” Il viso di Farur brillava, ora, i suoi occhi luccicarono. “Ed è quello che fate adesso, vero?” E all’improvviso il suo sguardo si spostò fin oltre le spalle di Landir. L’uomo si volse e vide Careys sottratta alle ombre dalla prima luce dell’alba. Si stringeva nelle spalle, lacrime le rigavano il viso, ma alzò le braccia verso il figlio. Il ragazzo si alzò, le corse incontro e l’abbracciò. Lei lo strinse forte, piangendo e accarezzandogli i capelli. Ma poi si raddrizzò, allontanando gentilmente il ragazzo e asciugandosi le lacrime con il dorso della mano. “Vieni,” disse con un tremito nella voce. “Parliamo.” Madre e figlio tornarono al carro. Landir si sedette vicino al fuoco, accanto al cugino. “E’ quello che facciamo adesso,” ripeté Aranarth, pensieroso. Landi si voltò verso di lui. “Ragazzo coraggioso,” commentò. “E intelligente anche, non trovi?” Aranarth lo guardò dritto in faccia, e per la prima volta in un lungo lungo tempo, rise. * * * Landir trovò Aranarth sulle mura di Fornost, mentre guardava verso i prati coperti di neve e le foreste che si stendevano bianche fino all’orizzonte. Il cielo era ancora coperto, ma la brezza mattutina aveva squarciato le nubi e ventagli di luce tagliavano l’aria frizzante, facendo luccicare la neve come una coperta di pietre preziose. Persino l’oscurità di Angmar pareva meno nera. Landir si appoggiò con i gomiti al parapetto, accanto al cugino. “Andranno a Gondor,” disse, guardando la distesa di neve di fronte a sé. “Sembra che Farur abbia vinto al sua prima battaglia.” Sorrise. “E’ un piccolo uomo coraggioso” disse Aranarth. “Non c’è dubbio.” La brezza soffiò nel silenzio che seguì. “Ti ricordi quando noi avevamo dodici anni?” chiese Aranarth dopo un po’. “Allora non mi hai ascoltato,” ribatté Landir, scherzando. Aranarth non raccolse. “Davvero pensavo che un giorno sarei stato Re di Arthedain e avrei combattuto il Nemico da questa Fortezza, come avevano fatto tutti i miei antenati.” Lo scherzo evaporò dall’espressione di Landir, che si raddrizzò e guardò il cugino, seriamente. “Ma tu sei il Re di Arthedain, erede d’Isildur e Anárion.” Aranrarth incontrò il suo sguardo. Aveva ancora quel triste sorriso sulle labbra. “Arvedui mio padre è stato l’Ultimo Re,” disse senza rammarico. “Arthedain non esiste più. Io non sono altro che un re d’ombre.” Landir fece per replicare, ma Aranarth lo fermò con un gesto della mano. “Un giorno, Landir, il regno di Elendil tornerà ad essere uno.” “Lo so,” disse appassionatamente, “Tu…” ma Aranrth di nuovo lo fermò. “Anche mio padre lo sapeva. Pensava che quello sarebbe stato il mio destino.” Scosse il capo, con meno tristezza di prima. “Ma non è così. Non è questo il mio destino.” Landir lo guardò dritto negli occhi. “Tu hai visto di chi sarà quel destino,” soffiò. “Dicevi sul serio.” Aranarth annuì e d’improvviso sogghignò. “Dunque ne hai dubitato, cugino?” Fu lui a scherzare, adesso. La tristezza gli cadde di dosso e i suoi occhi luccicarono come avevano fatto un tempo, prima che Fornost cadesse. “Nel frattempo,” aggiunse in modo pratico, “pensavo che potremmo fare una parte del viaggio insieme a Careys e i suoi figli. Avranno bisogno di aiuto sulla strada.” Landir cominciò a sorridere e vedendolo Aranarth aggiunse: “Ma non insistere, non andrò a Gondor, te l’ho già detto. Non è quello il mio posto.” Si voltò verso i prati e la foresta e si sporse sul muro come se ascoltasse un richiamo. “Questo è il mio posto,” sussurrò, tanto al cugino che a se stesso. “Posso viaggiare a lungo e lontano. Posso rispondere al richiamo del sangue, ma qualunque cosa farò, tornerò sempre qui, dove batte il mio cuore e dove il mio sangue è mischiato alla terra dei boschi.” Si raddrizzò, gli occhi all’orizzonte. “La mia è una strada oscura e segreta, ma la percorrerò fino in fondo.” Il sole perforò le nuvole e brillò sulla neve immacolata. L’aria parve più tiepida. Landir sorrise. Sentì il calore del nuovo giorno penetrarli fin dentro. Aranarth si volse verso di lui con fare pratico. “Allora… Freccia, dimmi che te ne pare: prima di tutto, aiuteremo Careys e i suo figli a raggiungere Gondor incolumi.” Landir annuì in modo marziale, ma i suoi occhi luccicavano. “Mi pare un piano ottimo … Daga.” “E’ quello che pensavo,” annuì Aranarth solennemente. Poi sorrise come un ragazzo. “E quando torniamo…” Landir sogghignò: “Ci daremo un’occhiata attorno.”
FINE
© Sarah Zama 2007 |