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MELKOR, FABBRO DI TENEBRE

Federica Leva


Vincitore Premio Silmarillion 1999


 

 

Il giovane scostò un arbusto e scosse la testa, sconsolato.

"L'ho perso, maestro", disse, e Aulë, candido e fulgente nella sua veste color ghiaccio, gli accarezzò gentilmente i capelli.

"Ne costruirai un altro, ancor più bello - lo consolò,- Domani ti porterò nella mia fucina e ti darò oro e diamanti e fiori veri da incastonare sulla criniera del leone, e Yavanna t'insegnerà i cantici più squisiti. E quando Laurelin si spegnerà, suonerai per noi."

Gli cinse le spalle con un braccio, e l'accompagnò sul sentiero. Calava la sera, nella Terra di Aman. Oltre le Pelòri, Laurelin, l'albero femmina dalle foglie dorate, si spegneva dolcemente, soffondendo l'ampio manto del cielo d'un morbido lucore argenteo. Ma nella Terra di Mezzo, ad oriente, il crepuscolo regnava eterno, e solo un lieve palpito del tramonto giungeva a rischiarare le oscure stanze del palazzo di Melkor, debole e fugace come un passero morente. Aulë distolse lo sguardo da quello scurore eterno e varcò i cancelli del palazzo assieme all'allievo. Ma un brivido di paura lo scosse e si chiese quale presagio l'avesse visitato. Cosa starà tramando Melkor, nell'ombra? O cosa tramerà, per distruggere i Valar, e soprattutto me?

Ad un gesto di Melkor, signore Vala dal crudele aspetto, i tendaggi alle alte finestre vennero richiusi e nella sala scese una tetra oscurità, bagnata di sangue e morte. Un tempo, pensò lo Spirito Oscuro, passeggiando nella sala silenziosa, avrebbe addobbato le pareti con magnificenza, con specchi e oro, e i Valar si sarebbero ritratti accecati da tanto splendore, l'avrebbero onorato e chiamato 'maestro'. Ma le sue mani non avevano la maestria del fabbro Aulë e gli specchi non sostenevano la ripugnanza del suo aspetto mortale. Molti si erano ottenebrati, dopo averlo riflesso, e i servitori mormoravano che avessero assorbito la sua tenebra terribile e ne fossero stati annientati.

"Nella Terra di Mezzo non sono altro che una sagoma nera, orribile. Ma se mi spogliassi di questa forma e tornassi nelle vesti magnifiche che possedevo un tempo, potrei..."

In quel momento s'udì un trambusto fuori della sala e i battenti s'aprirono. Tre piccoli demoni deformi sgusciarono nell'ombra, reggendo un oggetto sinuoso, che liberava nell'aria uno strascico evanescente di piccoli, allegri luccichii dal tintinnio cristallino.

"Che volete? -, tuonò Melkor, con voce imperiosa,- Come osate disturbarmi, inutili insetti?"

I servitori s'arrestarono, tremando impauriti.

"Abbiamo trovato qualcosa che forse ti piacerebbe avere, grande signore. Una creazione rara...", balbettò il più alto, porgendogli un lungo flauto dorato. Negli occhi di Melkor vibrò un lampo sanguigno.

"Un flauto! - esclamò, con disprezzo, strappandoglielo dalle mani, - Aulë ha tempo per dilettarsi in queste facezie, dopo che ho distrutto le sue lanterne più preziose, gettando il mondo dell'oscurità?"

Lo rigirò fra le mani, con odio rude. Era uno strumento pregevole, elegante come un serpente e morbidamente intagliato nel ruggito d'un leone, laddove si appoggiavano le labbra. Eppure qua e là s'indovinava un tocco acerbo, le foglie ornamentali erano mal incise e talvolta le pietre sfuggivano al ventaglio delle compagne. Se lo portò alla bocca e soffiò bruscamente, chiudendo qualche foro a caso, ma la nota che svolazzò nella sala era il suono più squisito che l'oscuro Vala avesse mai udito, ad eccezione dell'armonia dolcissima e potente dello Ilùvatar.

"Eppure Aulë sarebbe stato più accurato - osservò, dubbioso - Dove l'avete trovato?"

"Nei boschi, oltre i monti d'occidente. L'abbiamo rubato ad un discepolo di Aulë."

Melkor strinse il flauto nel pugno ed assorbì uno strano, indefinibile tepore che era insieme purezza e scaglie di ferro.

"Voglio vederlo", disse. S'accostò ad una finestra e agitò una mano, una danza tentacolare e magica. Nel vetro si compose l'immagine sfocata di un giovane che cercava disperatamente qualcosa fra gli arbusti di una foresta verde, inargentata dalla fioritura di Telperion, il luminoso albero maschio nato dall'accorato cantico della Regina Yavanna, qualche tempo prima. L'osservò per qualche tempo, poi, con rabbia improvvisa, mosse il pugno e l'immagine si dissolse. Aulë aveva un nuovo allievo, un giovane Maia di grande talento e bello, d'una bellezza ammaliante, superba, comparabile, per trasparenza e perfezione, all'avvenenza dei Valar. Gli rassomigliava, tanto che, se avesse riassunto il suo vero aspetto, molti l'avrebbero creduto suo figlio. Ma Aulë lo tratta come l'avesse evocato lui stesso dal suo fuoco incantato... Aulë... Che sia maledetto! Riprese brutalmente il flauto al servitore e si richiuse nella sua stanza; sbalorditi, i servi del palazzo lo udirono suonare per molto tempo; poi Melkor gridò una parola in una lingua sconosciuta, e ogni pietra tremò, le finestre si spalancarono, le torce morirono al turbinio improvviso del vento.

Poi tornò la quiete, e sul palazzo calò il silenzio.

 

* * *

 

Un grosso uccello-demone sbatté le ali, e un'ombra massiccia scivolò attraverso la finestrella socchiusa, confondendosi nell'argento brunito della stanza. Dal Màhanaxar s'innalzavano gli inni che i Valar, seduti sui loro troni di concilio, cantavano al cielo e alla terra. Anche Aulë e sua moglie Yavanna sedevano nel grande cerchio, tenendosi per mano, e il loro palazzo giaceva incustodito nell'intreccio dei giardini e dei roseti profumati. Torbido come un'ombra, Melkor s'accostò al letto in cui il giovane dormiva. Gli posò una mano sulla fronte e seppe che si chiamava Sauron ed era l'allievo prediletto di Aulë; scese sul cuore e raccolse una coppa di gentilezza che lo ferì. Lanciò un urlo, bruciato dalla paziente curiosità che ardeva in quel nappo fiammeggiante, ma, prima che ritraesse la mano, sul suo palmo palpitò uno scurore lieve, trafitto da un gelo mortale, che gli strappò un sorriso.

"Aulë non ha mai creato nulla di più bello di te, ragazzo mio -, mormorò Melkor, alzandosi - Ma anche le rose più incantevoli hanno spine feroci e lo splendore del giorno non sopravvive all'abbraccio prepotente del crepuscolo..."

Schioccò le dita e il grosso uccello s'accostò al davanzale. S'allontanarono in volo, solcando il cielo verso la nera dimora di Melkor, oltre la muraglia delle Pelòri.

Sauron s'agitò, nel sonno, e fra le visioni d'un sogno gli giunse il singhiozzo del flauto rapito, e si svegliò rabbrividendo. Ma anziché aprirsi sulla luce, i suoi occhi si spalancarono su un sudario di tenebra soffocante, e, lanciando un urlo di terrore, svenne.

 

* * *

 

"Il giovane Maia è qui come hai comandato, mio signore.", annunciò una bestia demoniaca, e altre due srotolarono un tappeto sul pavimento, ai piedi dello scranno di Melkor. Sauron cadde a terra, stordito e spaventato, e con un gesto si strappò il panno che gli copriva la bocca.

Melkor balzò in piedi, sdegnato. "Disgraziati idioti, cosa avete fatto? - urlò, e i demoni si rattrappirono, terrorizzati dalla collera del loro signore,- Vi ho chiesto di condurlo onorevolmente al mio cospetto, non d'imbavagliarlo e di arrotolarlo in un tappeto, come un ladro fuggiasco! Perdonali, giovane Maia - aggiunse, con un sorriso aggraziato,-  Sono rozzi e stupidi. Ti ho invitato nel mio palazzo perché ho trovato qualcosa che t'appartiene e desidero restituirtelo. Devi averne sentito la mancanza... E' uno strumento così bello che chiunque se ne innamorerebbe..."

Sciolse una sacca appesa allo scranno e gli porse il flauto. Sorpreso, il giovane osò avvicinarsi di qualche passo, gli occhi risplendenti di gioia.

"L'ho perduto nel bosco - disse,- Come è giunto in questa terra senza luce? I miei compagni mi hanno schernito a lungo, dicendo che l'avevo gettato via perché mi vergognavo della sua bruttezza..."

"Tutt'altro, è un'opera incantevole - osservò Melkor, seducente,- Hai rubato il canto alle cascate, per accordare la sua voce..."

"No, agli uccelli del fiume - lo corresse Sauron, - E la dolce Yavanna dalla veste verde gli ha donato un poco dell'armonia del suo canto. Sono felice che ti piaccia. Se ami la musica, non sei crudele come si racconta."

Melkor finse una risata amara, e agitò una mano con rassegnazione. "Sono schiavo della mia bruttezza e della derisione dei miei fratelli - disse,- Persino il giorno rifugge il mio volto con ripugnanza, e son costretto a vivere nella notte. Ma tu non mi temi, ed io non sono lo stregone malvagio di cui tanto si parla. Giacché ho la compiacenza di renderti un favore, restituendoti questo flauto prezioso, posso chiederti una grazia, come ricompensa?"

Sauron esitò, incerto. Aulë l'aveva messo in guardia dalla sua astuzia e dalla sua crudeltà. Avrebbe potuto intrappolarlo con una promessa troppo ardita... Ma cosa poteva desiderare da lui, un giovane fabbro apprendista, che non potesse ottenere da solo? E se amava la musica... Era brutto, certo, ma non sarebbe stato bello come gli altri Valar, se avesse potuto scegliere? No, forse dietro la tunica tenebrosa del suo volto si celava un cuore solo, che aveva ormai smarrito il livore d'un tempo e supplicava amore. Scosse la testa, e un ricciolo scuro gli adombrò gli occhi verdi.

"Se potrò esaudire il tuo desiderio - rispose,- Lo farò con piacere."

"Vorrei - disse Melkor, malcelando un sogghigno di trionfo, - che ti trattenessi a palazzo per qualche giorno e suonassi per me. Io non sono un abile musico - la mia dissonanza è stata sconfitta, nelle ere passate, ed ho perduto il dominio su Arda! - e questo strumento merita il tocco amorevole di un giovane appassionato. Aulë ti ha insegnato a suonare, vero?"

"Il mio maestro mi ha insegnato a creare tutto ciò che è bellezza e splendore.", rispose Sauron, e una fiamma spaventosa s'alzò negli occhi di Melkor... ma subito si riabbassò, e il Vala riprese, in tono velato: "Se sapessi quant'è opprimente la mia solitudine, non mi negheresti una gioia così piccola. Non ho altri con cui parlare che i miei servi, e raramente ho ascoltato la musica deliziosa di un flauto - sospirò, fingendo malinconia - Ma se vuoi tornare al tuo oro e alle pietre della terra, va' pure. Non ti tratterrò nella mia casa contro la tua volontà."

Sauron si umettò le labbra, esitante. Quell'infelice era davvero il dispettoso Vala da cui gli altri Figli del pensiero di Ilùvatar gli avevano intimato di guardarsi? Ah, ma se mai aveva davvero infastidito i compagni, l'aveva certamente fatto in un momento di noia e disperazione. Quel palazzo era così vuoto e opprimente, e si raccontava che la luce non splendesse mai, nella Terra di Mezzo... Chiunque sarebbe impazzito, ascoltando giorno dopo giorno soltanto l'eco dei propri passi nei lunghi corridoi e i bisbigli di servitori mostruosi nascosti dietro i cortinaggi. Alzò il mento senza più timore e sorrise.

"Mi hai restituito il flauto, e non pretendi una ricompensa che non ti possa concedere. Resterò, se un tuo servitore avvertirà Aulë, cosicché non abbia da preoccuparsi della mia assenza."

"Sarà mia premura rincuorare il tuo maestro - lo rassicurò Melkor, e con un gesto sollecitò il servo a non indugiare,- Va' al palazzo di Aulë, e riferiscigli il messaggio del suo discepolo. Nessun pensiero dovrà turbare il mio ospite, mentre suonerà per me."

Quindi s'avvicinò a Sauron e gli posò il flauto nelle mani. Per un momento, il gelido alone che lo circondava impietrì il giovane Maia, ma, obbedendo ad un gesto di Melkor, sedette a terra, fra i cuscini, e intonò un motivetto grazioso, che evocava il lento, tiepido diffondersi dell'alba nella notte argentea di Amar. Melkor s'accostò ad una finestra, fingendo d'ascoltare. Aulë doveva essere molto orgoglioso di quel Maia, così abile ed elegante, e bello... Lo guardò di sottecchi, e sogghignò. Ma non lo accoglierà più con amore e compiacenza, quando glielo restituirò. Lo scaccerà con orrore e dovrà riconoscere che anche le mie sono mani di fabbro... Ma anziché plasmare l'oro, io seduco le menti, e presto Sauron sarà ansioso di rassomigliarmi e di soddisfare ogni mio ordine... E Aule, dopo averlo reclamato invano, se ne tornerà ad Aman, sconfitto e piangente, e orfano del suo Maia più promettente...

 

* * *

 

I giorni trascorrevano lenti, nel tenebroso palazzo di Melkor. Abituato al lavoro e alla vivacità della dimora di Aulë, a Valinor, Sauron s'aggirava inquieto nelle immense stanze silenziose, spezzando di tanto in tanto la quiete con il canto allegro del suo flauto.

"Ho nostalgia dei roseti selvaggi e delle belle torri dei Valar,- si lamentò un giorno, mentre sedeva nella sala degli specchi oscurati, in compagnia di Melkor - Le sale del tuo palazzo sono più buie della notte e il giardino è un cimitero di alberi e cespugli. Come puoi sopportare di vivere in una simile miseria?"

Melkor lo trasse a sé e lo condusse alla finestra. Il parco era un groviglio spettrale di rami morti, che si continuava, libero e selvaggio, con le anguste foreste aggrappate alle falde di neri vulcani, in cui Melkor si recava, di tanto in tanto, per saggiare il fuoco violento dei loro grembi ribollenti. Nel silenzio, Sauron udì un borbottio incollerito e uno sbuffo di fumo oscurò le stelle che la Regina Varna aveva creato nelle ere passate. Trasalì, spaventato, ma il vulcano si riassopì, e nelle foreste corse un brusio cupo, un coro di morte, e figure spettrali s'aggirarono fra gli alberi, appestando l'aria con il fetore del loro animo crudele. 

Melkor posò una mano sulla spalla di Sauron, e mormorò:

"Aulë ti ha ammaestrato ad amare la luce e i colori, ma non ti ha insegnato a cercare la bellezza nascosta in una forma disarmonica, come un albero morto o me. Mi trovi davvero tanto ripugnante, Sauron?"

"No, signore. Sei strano, e ami la solitudine, ma non provo ribrezzo, nel posare gli occhi sul tuo volto. Vuoi che suoni per te?"

"No!" Melkor alzò una mano come a parare un colpo. Il suono dolce e lamentoso del flauto, tanto simile alla musica prediletta dello Ilùvatar, gli straziava le orecchie.

"Vieni con me, invece. Vorrei mostrarti la mia fucina. Un tempo anch'io mi dilettavo a creare belle cose, come il tuo maestro, ma non ho talento per l'oro e le preziose gemme nascoste nella terra, ed ho presto rinunciato a competere con la sua bravura."

Scostò una tenda, scoprendo una stretta e angusta scalinata, illuminata da poche torce basse, e s'avviò in un lungo cunicolo in cui si respirava uno spesso odore di muschio e umidità. Sauron lo seguiva intimorito, ma affascinato dalla cupa, sinistra bellezza del posto: i muri erano vecchi, ma solidi, le arcate piccole ma eleganti. Attraversarono un cortiletto ed entrarono nella fucina.

"Questa è la mia umile 'sala del fuoco', come amo io chiamarla - disse Melkor, aprendo la porta,- L'ho costruita sulla bocca d'un vulcano che ribolle sotto il palazzo - e scorgendo paura, negli occhi del Maia, soggiunse,- Non temere, io sono il signore del fuoco e del gelo, e il grembo del vulcano s'accenderà per servirti, non per nuocerti. Anch'io, a mio modo, sono sovrano di Eä, e amo tutto ciò che i miei fratelli, per orgoglio e presunzione, disprezzano - entrò, e gl'indicò la sala con un ampio gesto delle braccia,- Ti piace? E' in disuso da molto tempo, e certamente la troverai vecchia e inospitale..."

Sauron sbatté le palpebre, incredulo. "E'... bellissima!", esclamò, con un filo di fiato, contemplando, estasiato, gli strumenti lucenti appoggiati su un lungo tavolo e la fornace spenta. Una simile meraviglia abbandonata all'ozio... ! Oh, quante splendide invenzioni avrebbe potuto creare, se fosse stata sua! Neppure Aulë aveva una fucina tanto spaziosa e accogliente. Osò avvicinarsi agli strumenti, e li toccò fremendo. Era una suggestione, o lo incitavano a gran voce ad afferrarli e a restituire vita a quel luogo inanimato?

"Temo che ti annoi, mio giovane ospite, nel mio freddo palazzo - osservò Melkor, suadente,- Forse trarresti più appagamento quaggiù, a far ruggire questa nera fornace..."

Sauron si volse, luminoso di gioia. "Davvero posso usarla, mio signore? Mi manca tanto lavorare, e Aulë mi ha spesso raccomandato di non cedere mai troppo a lungo alla pigrizia."

"Puoi farne ciò che più ti piace. E quando Aulë verrà a trovarti sarà lieto di vedere che hai seguito i suoi insegnamenti. Se ti eserciterai, diventerai presto più grande del tuo maestro - si chinò su di lui, e la sua voce divenne più bassa, un sibilo che penetrava nel cuore come un serpente viscido,- E tu non desideri altro... Mettere Aulë in ombra e mostrare al mondo intero la tua maestria..."

Per un attimo cadde un cupo, assordante silenzio. Le parole di Melkor erano piovute sul cuore di Sauron come gocce di ghiaccio, senza forma, ma più taglienti di una lama. Il giovane lo guardò smarrito, ma Melkor si rialzò con un sorriso ingannevole e nel cortile gli uccelli demoniaci ripresero ad ululare. Sauron scosse la testa, senza più ricordo del gelido sussurro dello Spirito Oscuro.

"Chiedi ai miei servi tutto ciò che ti occorre: metalli, acqua, fuoco, pietre - riprese Melkor, camminando nella stanza,- Niente ti sarà negato. Costruisci tutto quel che vuoi, e, se avrai tempo, ti chiedo solo d'inventare una corona per me."

"Una corona? - ripeté il giovane, perplesso,- A cosa ti serve, signore?"

"Lo capirai.", rispose Melkor, con un sorriso misterioso, e s'avviò alla porta, un'ombra nera, fumosa da cui il chiarore delle stelle rifuggiva sbattendo ali di terrore. Batté le mani, e i servi accorsero, solleciti.

"Sauron desidera riaprire la fucina - disse, - Voglio che gli procuriate tutto ciò che gli occorre e che il fuoco non sia mai spento. Le sue mani sono agili e le sue creazioni saranno tanto belle da oscurare lo splendore dorato di Laurelin - mosse una mano, e un'intensa vampata s'alzò nel forno addormentato,- La mia fucina è tua, Sauron. Crea, perché un giorno tu possa diventare il più grande fabbro della terra."

Il giovane arrossì di piacere, e s'inchinò. "Non so se ne sarò degno, ma m'impegnerò a soddisfarti, mio signore."

Melkor s'avvolse nel drappeggio della tenebra ed uscì. Un colpo di vento gli artigliò il mantello e, voltandosi verso il palazzo di Aulë, ad occidente, fiutò collera e preoccupazione. Presto, il fabbro sarebbe giunto a fargli visita, pretendendo che l'apprendista gli fosse restituito. E allora, pensò con una risata crudele, la mia vendetta sarà compiuta.

 

* * *

 

"Non ho mai temuto la tua perfidia - tuonò Aulë, ritto davanti a Melkor, adagiato sul suo scranno prediletto, - Ma mai avrei pensato che avresti plagiato un mio discepolo per offendermi."

"Sauron è più virtuoso di te e t'infastidisce che l'appoggi nei suoi studi", osservò Melkor, beandosi della collera del luminoso Vala. Aulë aveva la bellezza e l'abilità che lui non avrebbe mai posseduto... Ebbene, il Maia sarebbe stato suo, e ne avrebbe fatto il suo servo più fidato e il più fedele luogotenente per quand'avesse riunito un esercito di spettri con cui affrontare e sconfiggere i Valar di Valinor.

"Amo Sauron come un figlio e l'hai letto nel mio cuore - ribatté il fabbro, stringendo i pugni,- Altrimenti, non ti saresti disturbato ad attirarlo nella tua casa e a spingerlo a rivaleggiare con me, come se traessi piacere ad umiliare i Maia al mio servizio con la bellezza delle mie opere."

"Mio caro amico - sorrise Melkor,- Se possedessi il tuo talento mi diletterei a costruire meraviglie d'ogni fattezza; ma essendo meno fortunato di te, devo accontentarmi d'aiutare un giovane a rivelare tutte le sue capacità. E tu mi condanni per questo?"

"Il talento non nasce dalle mani, ma dal cuore - disse Aulë, e nei suoi occhi azzurri passò un lampo di collera,- E il tuo è nero e grezzo, e non riuscirebbe a plasmare nemmeno l'argilla più volgare in una forma graziosa e meritevole d'ammirazione."

"Fratello mio, mi insulti - replicò Melkor, con voce mielata, - Mi accusi d'essere invidioso di te e della tua gentilezza..."

"Rivoglio il ragazzo, Melkor - disse Aulë, con fermezza,- L'hai trattenuto sin troppo a lungo nel tuo palazzo. E' tempo che ritorni da me, e prosegua i suoi insegnamenti."

L'Oscuro Signore sbadigliò, annoiato. Ma nel suo volto nero esultava il trionfo.

"Quel Maia è qui da dieci giorni, ormai, e trascorre il suo tempo a creare oggetti, nella fucina, e a suonare il suo flauto d'oro. Nessuno lo importuna e miei servi lo riforniscono d'ogni cosa di cui abbia necessità. Credi che voglia tornare nella tua casa, quando qui ha tutto ciò che vuole?"

"Il tuo palazzo è fatto di notte, e Sauron ama la vivacità della piena fioritura di Laurelin e Telperion. Ti ripeto, Melkor, rivoglio il mio allievo. E l'avrò, dovessi smuovere cielo e terra per strappartelo dalle grinfie!"

"Le minacce sono inopportune, Aulë - rise Sauron,- Scendi nella fucina. Lo troverai là - E mentre Aulë usciva dalla sala, cupo come un cielo tempestoso, aggiunse,- Quando te ne andrai, non venire a salutarmi. Comprenderò."

Aulë afferrò con le mani la lunga veste scintillante e discese i tetri scalini ricoperti di muschio e licheni, seguendo il vago martellio che riecheggiava dalla fucina. Attraversò un cortiletto lavato da un chiarore freddo, spettrale, che penetrava attraverso una lunga vetrata, dal corridoio superiore, ed entrò nella stanza in cui Sauron lavorava. Tutt'intorno, il pavimento era cosparso di oggetti luccicanti, collane, bracciali, ma soprattutto anelli, e fiori dai petali sottilissimi, trasparenti, soffiati nell'oro più puro. Sauron stava battendo sull'incudine un nuovo anello, quando lo scintillio argenteo della veste di Aulë scacciò le ombre sulla soglia. Sauron frenò il martello a mezz'aria e l'appoggiò sul tavolo di quercia.

"Maestro! - esclamò, correndogli incontro,- Sono così felice di vederti! Melkor mi ha permesso d'usare la sua fucina, per consentirmi di divenire ancor più bravo... Avvicinati! - prese una manciata di anelli e li fece ricadere nelle mani raccolte a coppa di Aulë,- Non sono bellissimi? Beh, sono ancora un po' grezzi, ma un giorno saranno degni delle tue opere, maestro."

Ma oltre il brillio festoso dei suoi occhi, Aulë lesse nel suo cuore parole feroci: un giorno sarò più bravo di te, e persino tu dovrai inchinarti al mio talento e rinunciare a misurati con me. E s'accorse che, nonostante lo stimasse ancora, il suo amore si stava raffreddando al gelo dell'ambizione.

"Sei un orafo abilissimo - l'adulò, - I Valar saranno orgogliosi del tuo talento, quando mostrerai loro il tuo operato. Ma ora devi tornare a casa con me, Sauron. Questo posto non ti può piacere. Tu ami i colori e la musica, lo so, mentre il palazzo di Melkor è una tomba di silenzio e morte."

"E' triste, è vero, ma Melkor è buono, e si occupa di me." Come tu non hai mai fatto, soggiunse nella mente e Aulë lo fissò sbalordito.

"Come puoi pensare una cosa simile? - lo rimproverò, aspramente - Ti ho amato come un figlio e non ho avuto timore ad insegnarti il mio mestiere... Abbandona questo posto, Sauron, non lasciare che il suo gelo soffochi anche te... Sei sempre stato ambizioso, ma speravo che un giorno la fama ti avrebbe reso indulgente verso gli artigiani meno fortunati..."

Indignato, Sauron strinse i pugni, e il suo aspetto, mutevole come l'umore di una fanciulla capricciosa, divenne deforme, spaventoso. Una nuvola nera, fumosa, avvolse il suo volto, rendendolo orribile e sfuggente, come uno spettro maligno.

"Melkor mi vuol bene - scandì,- Tu l'hai sempre condannato all'odio e al disprezzo d'ogni altro Vala, ma io non mi lascerò accecare dal tuo risentimento. Se c'è odio, fra voi, non sceglierò né l'uno né l'altro. Saresti ingiusto, se pretendessi che spezzassi in due il mio cuore, e rinunciassi per sempre a te o a lui - quindi si raddolcì, e il suo volto tornò bello e luminoso,- Non litighiamo, maestro. Lasciami restar qui per qualche altro tempo ancora. Sto imparando cose nuove ed ho inventato oggetti che nemmeno tu hai mai concepito. Va', torna al tuo palazzo, e non temere per me: quando avrò terminato il mio lavoro, tornerò da te."

Rassegnato, Aulë curvò le spalle fiere e abbassò gli occhi. "Se è questo che desideri... - sospirò,- Ti ho perduto, mio caro ragazzo..."

E prima che Sauron potesse parlare, Aulë si raccolse su se stesso e divenne una stella accecante, un fiume che ribolliva d'immenso splendore. Il Maia si coprì gli occhi con le mani, abbacinato, e Aulë si librò nel cielo cobalto del crepuscolo, leggero come musica, bello come la rugiada dorata che Yavanna, tramutata in albero, stillava sulla terra arida perché si ricoprisse di germogli. Non lo vide svanire, oltre il filare di alberi disteso fuori del palazzo; ma quando sbatté le palpebre scorse una stella cadente che s'inarcava verso occidente, e con uno strano, inspiegabile senso di disagio, comprese che il suo maestro l'aveva lasciato... e forse non sarebbe tornato mai più.

 

* * *

 

Con il trascorrere dei giorni, Sauron imparò ad amare la dimora di Melkor. Dapprima ne era stato disgustato, e il silenzio e il fetore del fiume che scorreva nei sotterranei gli avevano provocato un moto di ribellione. Poi, a poco a poco, aveva iniziato a spingere lo sguardo oltre il sudario tenebroso che avvolgeva ogni cosa, ed aveva catturato meraviglie che nel luminoso palazzo di Aulë non avrebbe mai neppure immaginato. Passeggiava sovente nei lunghi corridoi, le mani intrecciate dietro la schiena, soffermandosi, di tanto in tanto, ad ammirare le forme che sfuggivano alle ombre, o che con le ombre si confondevano, creando immagini dal terribile fascino. Alle pareti, fra gli spiragli dei drappeggi, occhieggiavano bizzarri candelabri dalle cento braccia, sinuose come un intreccio di serpi, e talvolta, quando ardevano, pareva d'udire il loro sibilo sinistro riecheggiare fra le volte del corridoio. Anche il parco aveva perso quel velo spettrale che tanto l'aveva spaventato, e gli piaceva ricopiare su una tela seccata la danza macabra dei rami spezzati, per poi riprodurla nei gioielli che creava nella fucina di Melkor. Aveva ormai dimenticato il flauto a testa di leone; lo suonava di rado, e senza più allegria. Forse sentiva la mancanza di Aulë; ma a poco a poco il ricordo del maestro s'offuscò, nella sua mente, e il suo cuore si riscaldava soltanto nel calore della fucina, quando prendeva fra le mani i suoi gioielli e li baciava, estasiato.

Melkor lo andava a visitare a sera tarda, nella sua stanza, ma talvolta lo chiamava nella sala grande e conversavano assieme per molte ore. Sauron attendeva con impazienza d'incontrarsi con il suo benefattore, e, traboccando fierezza, gli mostrava le creazioni più belle che aveva realizzato e gliele donava: un gioiello, una lampada che ardeva lava, un pugnaletto tempestato di zaffiri e diamanti. Come ricompensa, Melkor gl'insegnava piccole stregonerie che agli occhi di Sauron erano grandi prodigi, e di tanto in tanto uscivano insieme dal palazzo e cavalcavano i demoni-uccelli nelle profondità di selve paludose e nere, cacciando strane bestie dalla risata stridula, di iena.

Da tempo Sauron aveva smesso di temerlo, e spesso, mentre sedeva ai suoi piedi, nella sala degli specchi oscurati, nei suoi occhi guizzava un lampo d'adorazione. Non l'amava come aveva amato Aulë, ed entrambi lo sapevano. Ma venerava ogni suo gesto, ogni sua parola, e ardeva dalla bramosia di rassomigliargli, per potenza e maestà, e d'essere come lui servito e temuto dalle orribili creature della notte. Melkor era tanto potente - avrebbe potuto distruggere gli altri Valar con un gesto della sua mano, Sauron ne era certo - da far tremare qualunque essere della Terra, e se Aulë non avesse avuto in dono l'arte di crear la bellezza, Melkor sarebbe diventato il fabbro più ricercato di Eä.

Un giorno, mentre sedeva malinconico su un pozzo asciutto del giardino, un mantello d'ombra lo sfiorò, e Melkor sedette accanto a lui.

"Sei triste, quest'oggi, mio giovane fabbro - gli disse - Aulë ha inviato un messaggero, chiedendo di vederti: vuoi tornare nel suo palazzo?"

 Sauron lo guardò con amarezza, e per un momento Melkor temette che avrebbe acconsentito. E tutto quel che ho fatto, per strapparlo ad Aulë, sarà stato vano...! Ma il giovane Maia scosse la testa, e si posò una mano sul cuore.

"No, signore - rispose,- Non saprei dare un nome al mio tormento... Mi sento lacerato, una parte del mio cuore vorrebbe tornare alla luce e un'altra morirebbe, se lasciassi la tua oscurità... Se ritornassi da Aulë diventerei forse un grande artista, ma sarei il prediletto dei Valar? Qui, nessuno può competere con me, ed io sono felice di lavorare nella tua fucina. Sono un vigliacco, lo so, ma vorrei rassomigliarti, e non posso..."

"No, non puoi - ammise Melkor, - Ma puoi avvicinarti a me, se lo vuoi... ma prima devi dimenticare Aulë..."

Sauron s'alzò, a testa bassa. "Non è una scelta facile..."

"Ne sei sicuro? - nella voce di Melkor correva una sottile, perfida ironia, e Sauron lo fissò con gli occhi spalancati - Hai già scelto, ma hai paura di confessarlo persino a te stesso."

"Non è vero! Non è vero!", gridò il giovane, e fremendo, gli volse le spalle e corse nella sua stanza. Si gettò sul suo giaciglio di foglie di bosco, nascondendo il volto nell'incavo del braccio. Giacque a lungo immobile, la mente sconvolta dai pensieri, poi, d'improvviso, nel vetro rosso della finestra socchiusa prese forma il volto di Aulë, e la sua voce dolce lo chiamò:

"Sauron, mio Sauron, cosa ti angustia?"

Sauron sollevò gli occhi, stupefatto. Ma il bel volto di Aulë era segnato dalla tristezza. "Perché hai respinto il mio invito? - gemette il fabbro,- Non desideri più tornare nella tua casa? Eppure hai promesso, ricordi?"

Sauron sedette fra le foglie, serrando i pugni. D'improvviso, l'immagine dell'antico maestro gl'ispirava collera. Quant'era patetico, così candido e affilato, mentre implorava d'essere esaudito! Melkor si sarebbe alzato tuonando parole spaventose, e la sua mano avrebbe seminato il gelo nel cuore dello sventurato che avesse osato disobbedirgli. Quello era potere, era grandezza... E Aulë lo supplicava di ritornare nella sua fucina, a creare flauti per donne e lampade che raccogliessero la luce dei Due Alberi...!

"Ho promesso - riconobbe il Maia,- Ma quella sera non comprendevo il valore del mio giuramento. Ti chiedo... No, non chiedo nulla. Stasera lo spezzo, e non lo rinnoverò mai più."

"Ah, il gelido fuoco degli occhi di Melkor ti hanno infine sedotto... Sei perduto, mio caro ragazzo!", gemette Aulë, e in Sauron montò una rabbia selvaggia.

"Al suo cospetto, sei soltanto un mendicante che elemosina pietà - lo insultò, con disprezzo - Perché dovrei scegliere la debolezza, quando posso venerare il potere?"

"Sauron, non lasciare che distrugga lo splendore che porti in te!", gridò Aulë, e Sauron gli mostrò le mani, racchiuse a pugno.

"Il mio splendore è qui, nelle mie mani - scandì,- E Melkor non l'ucciderà mai. Ma tu morirai, Aulë, perché sei fragile, e un giorno saranno le mie opere, non le tue, a destare stupore nel mondo, lo ammalieranno e lo soggiogheranno... Ed io avrò ottenuto la gloria che da sempre desidero, e che con te mi sarebbe negata..."

Aulë socchiuse la bocca per protestare, ma Sauron lanciò un grido che lo ammutolì. D'un tratto, l'immagine riflessa nel vetro scomparve, ma dal cielo giunse in volo una colomba bianca, che tentò d'atterrare sul suo davanzale.

"Sauron...", riecheggiò nella stanza la voce di Aulë, e risoluto il giovane richiuse la finestra prima che la colomba potesse entrare.

Aveva serrato l'ultima porta che ancora lo separava dal mondo della luce; d'allora in poi, nel suo cuore sarebbe scesa la tenebra del potere.  

Chiamò i servitori e scese nella fucina. Lavorò a lungo, ed entrò nella grande sala quando Laurelin fioriva, nella Terra di Amar.

"Ho un dono per te.", disse, e, tremando, porse a Melkor una superba corona, d'oro purissimo e tempestata di gemme preziose simili a lacrime porpora, azzurre e verdi.

"Avvicinati.", gli ordinò Melkor, freddamente, e Sauron obbedì.

"Per te, mio signore"

Melkor prese la corona, se la posò sul capo nero, e si specchiò in un vetro della finestra. "Un buon lavoro - si complimentò,- Ti sei deciso, infine, a soddisfarmi, ingrato ragazzo...!"

Pallidissimo, Sauron abbassò gli occhi. "Allora era diverso - osò rispondere,- Ma ora ho deciso... maestro."

Tuonando una spaventosa risata, Melkor si chinò su di lui e l'afferrò in una stretta ferrea, eppure lieve, e gli posò un bacio sulle labbra. Non per amore o desiderio, perché il cuore di Melkor era serrato a qualunque sentimento, ma con quel bacio gli rubò ogni  residuo di luce ch'era in lui.

"D'oggi in poi mi servirai, mi adorerai, e combatterai al mio fianco ogni nemico che maledice il mio nome - disse, e, stordito, incapace di parlare, Sauron non poté far altro che annuire, - Oggi, donandomi questa corona, hai posto la tua vita nelle mie mani; domani, il mondo intero dovrà riconoscere la mia forza e inchinarsi al simbolo del mio potere che tu stesso hai creato."

"Sì... sì.", giurò Sauron, e, con un moto stanco, infastidito Melkor lo scostò da sé.

"Ora va', voglio riposare - disse,- Ho sprecato sin troppo tempo con te e con la tua testardaggine. Va', e riposa, e sogna la notte; ora l'amerai più del giorno e non desidererai altro, perché sei mio."

Incatenato alla volontà del suo padrone, Sauron s'inchinò e si ritirò nella propria stanza. Nella mente aveva il vago ricordo d'una colomba bianca che frullava sul davanzale della finestra, supplicando d'ascoltarlo, e rammentò un flauto che aveva costruito un giorno, molto tempo fa... dove l'aveva posato? Non ricordava. Ma, più vivido d'un occhio di brace era il pensiero della fucina ardente, dove il fuoco non moriva mai e l'oro fumava negli stampi robusti. S'addormentò, e nel sogno fu attratto dallo sfarfallio di molti anelli, e tese la mano per prenderne uno, liscio e luminoso, bellissimo. Ridendo, lo infilò al dito e improvvisò una strana, insulsa filastrocca, che tuttavia gli piacque:

 

Un anello per domarli,
    Un anello per trovarli
    Un anello per ghermirli
    E nel buio incatenarli...

 

FINE

 

© 1999 Federica Leva