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LI VEDRAI, VERRANNO DI NOTTE

Werecat

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Traduzione di Sarah Zama


2004 Galvorn Award: vincitore della sezione “Personaggio cattivo che cerca di agire nel giusto.”

2004 Galvorn Award: vincitore della sezione “Miglior caratterizzazione del personaggio”

Premio Mithril 2005 - Finalista nella sezione "Altre razze"

Premio Mithril 2005 - Segnalato nella sezione "Silmarillion"


 

“Non può essere veramente figlio mio,” brontolò Kruga. E con un veloce movimento esperto, tagliò con la mannaia un altro pezzo di tenera carne.

Negren le lanciò un’occhiata dall’altra parte della cucina. “Cos’ha combinato questa volta?”

Stringendo le labbra fino a farle diventare una linea sottile, Kruga continuò a tagliare per poi gettare i pezzi di carne nella pentola che bolliva sul fuoco. L’aria era opprimente, lì nel profondo delle segrete di Angband, ma nessuna delle due femmine orco pareva essere disturbata dal caldo, né dall’odore misto di sangue, sudore e carne macellata. Passandosi il dorso della mano sulla fronte sudata, Kruga depose la mannaia sul tavolo e guardò verso Negren. “Golthun l’ha beccato di nuovo a scribacchiare le sue stupidaggini,” disse, con la voce che le tremava leggermente.

Negren sbatté gli occhi. “Di nuovo?”

“Sì.” Velocemente, Kruga gettò altra carne nella pentola, facendo schizzare tutt’attorno una buona parte del brodo non ancora pronto. La sua mano non era ferma quanto prima quando lei riafferrò il coltellaccio e riprese a tagliare la carne fresca. “La prima volta che accadde pensai fosse la stoltezza della gioventù.” Tonf. “La seconda volta pensai che un bella battuta l’avrebbe fatto guarire da quella stoltezza.” Tonf. “La terza volta, l’ho fatto arruolare nella ronda, nella speranza che l’odore di sangue e carne fresca gli avrebbe schiarito le idee, o che almeno si sarebbe fatto ammazzare, risparmiandomi altre umiliazioni.” Tonf. “E invece no! In qualche modo è riuscito a sbarazzarsi di quei maledetti elfi e a tornare a coprirmi di nuovo di vergogna. “ Tonf. “Molti alla sua età hanno già collezionato la loro parte di teschi-trofeo e generato molti figli.” Tonf. “Ma no! Non mio figlio! Non Grundush!” Il sudore le colava dalla fronte quando finalmente smise di tagliare, raccolse tutti i pezzi di carne e li gettò nello stufato.

Negren finì di spellare un altro elfo e ne gettò la carcassa sanguinante a Kruga. “Chi era suo padre?”

Kruga corrugò la fronte. “Ho sempre pensato che fosse Dolgo, l’ultimo Capitano della Ronda.”

Negren annuì. Nessuno poteva mettere in dubbio il coraggio di Dolgo o il suo valore con l’ascia.

“Ma ultimamente,” continuò Kruga, “ho i miei dubbi. Non riesco a vedere nulla di Dolgo dentro quella pellaccia senza valore di mio figlio.” Lanciò un’occhiata interessata a Negren che ancora teneva in mano la pallida pelle di un elfo dai capelli rossi.

“Hai intenzione di tenertela, quella?”

La femmina orco ridacchiò e lanciò la pelle alla sua amica.

Nessuna delle due si accorse dell’ombra acquattata dietro al porta della cucina.

 * * *

Con il cuore pesante, Grundush si fece strada verso le caverne più interne. Anche se era cosciente che i suoi simili consideravano le sue abitudini insolite, non aveva mai sospettato che sua madre si vergognasse di lui. Incespicando, raggiunse le segrete elle vecchie prigioni, dove non andava più nessuno da quando le infiltrazioni d’acqua avevano fatto arrugginire tutto. Finché non fosse stato scoperto un modo per rendere il luogo impermeabile, era molto improbabile che qualcuno si avventurasse lì sotto. A parte Grundush, ovviamente.

Era ancora molto giovane quando aveva perso la strada mentre andava al luogo della cova dei draghi e s’era ritrovato in questi corridoi vuoti e nelle celle abbandonate. Aveva sentito parlare di questo posto, delle creature d’ombra che vi si aggiravano, dei fantasmi dei Noldor che perseguitavano gli stolti che si avventuravano là e dei quali si vendicavano con spade e frecce eteree. Ma nonostante l’aria fosse quasi viva di strani sussurri e sospiri lontani, Grundush non aveva mai incontrato anima viva, tranne i topi. Ma quello in cui si era in effetti imbattuto, aveva cambiato la sua vita.

Sulle pareti delle celle abbandonate trovò strani segni e incisioni. Segni come piccoli serpenti danzavano davanti ai suoi occhi, e raccontavano storie, in una strana lingua. E in qualche modo quei segni s’impressero nella sua mente, tanto che ogni volta che chiudeva gli occhi se li vedeva danzare attorno. Fu solo molto dopo, quando vide per la prima volta un elfo, che Grundush capì che quei graffi sul muro rappresentavano parole nella loro lingua. Per mesi allora s’aggirò fra la camera delle torture e le celle dei prigionieri, per capire quel linguaggio oscuro attraverso le maledizioni e le grida, ma fu tutto inutile.

Poi una notte che gli era impossibile dormire, Grundush rubò un po’ di carbone nella cucina e una pelle dal ripostiglio di sua madre e copiò alcune delle scritte nel modo migliore le sue goffe mani gli permisero. Nascose poi la pelle sotto il vestito, la portò nella stanza dove i prigionieri venivano torturati, e pretese che qualcuno gli traducesse quelle frasi.

Un elfo gli sputò negli occhi. Grundush ridusse la sua faccia in poltiglia. Un altro rise di lui. L’orco lo prese a calci finché il prigioniero annegò nel suo steso sangue. Alcuni altri lo maledissero ed egli li fece a pezzi, finché le sue mani dovettero nel reggere l’ascia. Aveva ormai quasi perso ogni speranza di venire mai a sapere cosa quelle parole significassero, quando un elfo, che sanguinava copiosamente su tutto il corpo scorticato, non rise di lui né lo maledì. Con la sua bocca spappolata, mormorò invece alcune parole che l’orco riuscì a capire.

Li vedrai, verranno di notte, povere creature deformi di malvagità pura…Parla della tua razza maledetta, orch.” Con un ultimo spasmo che gli inarcò la schiena, l’elfo morì prima che Grundush potesse punirlo per la sua insolenza.

Quella notte, mentre si cibava della carne arrostita dell’elfo, l’orco tornò alle celle abbandonate, per cercare di decifrare altre scritte.

 * * *

Nei mesi che seguirono, Grundush lesse lentamente quello che gli elfi prigionieri avevano scritto con il proprio sangue. Lesse poemi e maledizioni, canti e desideri, tutto ciò che essi amavano e odiavano. Un nuovo mondo si spalancò alla sua mente. Tra la sua gente una tale abitudine era malvista. Quel poco di scrittura di cui facevano uso gli orchi serviva solo a tenere un registro degli approvvigionamenti e degli equipaggiamenti. Ma nessuno si sarebbe mai sognato di mettersi a scrivere per fissare i propri pensieri.

Il suo primo tentativo di scrivere, fu un rude verso per sua madre. I tuoi occhi sono tizzoni ardenti, scrisse. Scortichi la tua preda con abilità. Con trepidazione, mostrò poi i suoi scarabocchi a sua madre.

Lei lo pestò così duramente che Grundush vide doppio per un mese.

Non fece mai più lo stesso errore, sebbene, in qualche modo, Kruga riuscisse sempre a scoprirlo. E s’infuriava, anche se lui non s’era mai curato di capirne il motivo. Né aveva mai pensato che lei si vergognasse a causa sua.

Nelle celle abbandonate, dove aveva per la prima volta scoperto la sua vocazione, il giovane orco decise di smettere di scrivere. Almeno fino a quando sua madre si fosse un poco tranquillizzata. Raccolse tutte le pelli con i suoi scritti e li seppellì in un buco nel terreno. Li gettò dentro uno ad uno, e alla fine le sue dita si posarono su quella prima pelle dove aveva trascritto la frase in elfico. Per un momento Grundush sentì qualcosa muoversi dentro di lui, qualcosa a cui lui non sapeva dare un nome. Accucciato a terra, fissò quel pezzo di pelle davvero a lungo.

Poi decise.

Sì, avrebbe smesso questa abitudine che faceva vergognare sua madre, ma non stasera. Stasera avrebbe scritto qualcosa all’altezza della frase elfica, qualcosa che rendesse giustizia alla sua specie. Afferrò un nuovo pezzo di pelle e una scheggia di carbone e, dopo un momento di riflessione, cominciò a scarabocchiare:

Li vedrai, verranno di notte: possenti guerrieri con lance a asce in pugno, e porteranno con orgoglio attorno al collo i denti dei nemici caduti. Li vedrai cavalcare i lupi, la pelle dei loro nemici sulle loro spalle, grideranno la loro rabbia contro il cielo.

E quando li vedrai, desidererai non averli mai visti.

Li vedrai, verranno di notte, e saranno l’ultima cosa che vedrai in vita tua.”

 

© Werecat 2004