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LETTERE SPARTANE Dwimordene
Traduzione di Sarah Zama Vincitore del Premio Mithril 2004 per la sezione "Miglior racconto breve"
Era stata
una lunga giornata, eppure la fiamma ancora non era spenta nella lanterna quando Faramir
si sedette al suo scrittoio, lOccidente di fronte, la notte illume alle spalle. Non
sarebbe servito chiudere i battenti della finestra stanotte, avrebbe avuto freddo lo
stesso, un freddo che certo non dipendeva dallinverno che ancora indugiava
nellaria. Lisciò il
foglio che aveva davanti, sentendone la morbidezza quasi sensuale sotto i palmi.
La nera lastra dardesia della mia vita,
pensò impugnando la penna, chiedendosi che cosa avrebbe ancora dovuto dire. Aveva creduto
di aver già detto tutto lultima volta. Aveva creduto di essersi lasciato alle
spalle quel compito e il suo cuore consumato lo supplico di posare la penna, di lasciare
le cose come stavano, di non strappargli ancora altra sincerità da riversare sulla
pagina. Il giorno sarebbe giunto fin troppo presto, che lui lo volesse o meno
ma il
viso di Frodo lo guardava stolidamente dal pozzo della memoria. E il pozzo gli
richiamò alla mente lacqua, e lacqua Boromir e una grigia barca elfica sul
drappo funebre dellAnduin. Il ricordo
della voce di Denethor lo tormentava: Adesso
desideri che i nostri ruoli si fossero scambiati. Sì,
davvero lo desidero. Perché Boromir mi era fedele, non era il seguace di un mago! E così
iniziò:
Padre mio,
Lasciamelo
dire adesso e ti prego di credermi: non sono il seguace di un mago, se con questo intendi
dire che amo Minas Tirith meno di quanto tu la ami. Che siano le mie azioni a
testimoniarlo, o, in caso non fossi tanto fortunato, che sia la mia assenza a parlare per
me. Non sono fuggito. Non ho riposto la mia fiducia in elfi elusivi o nella saggezza dei
maghi. Affido la mia lealtà e forza al freddo acciaio, sebbene questo non ci salverà.
Perciò, vedi, davvero i nostri destini sono stati scambiati, quello di Boromir e il mio:
perché fu lui a dirigersi verso il mare, seguendo la parola e la missione di un mago,
mentre io rimango a difendere questi uomini sul loro cammino ad occhi spalancati
nelloscurità.
Ti ho
consegnato tutto quello che Boromir voleva: ho adempiuto alla sua missione. Troverai
alcune delle cose di mia madre nella mia stanza e potrai disporne come meglio credi.
Quella stanza al terzo piano si è davvero riempita dalla morte di Boromir, quindi ti
suggerisco di usare dora in poi quella nellala ovest. E rimasta vuota
per tanto tempo. Vorrei però che lo scrigno che Boromir mi ha lasciato tornasse allo zio
sembra essere il suo destino quello di tornare sempre a lui, ma forse è proprio
questo che la mamma vorrebbe. Riguardo al resto, cè ben poco che non possa essere
utilizzato liberamente, affidandolo alla biblioteca o donandolo a chiunque ne abbia
bisogno. La scacchiera è per Mablung, perché possa migliorare il suo gioco, a meno che
anche lui non cada insieme a me. E siccome questo sembra probabile, che labbia
allora Amrothos, se la vorrà. Quel libro che mi hai prestato tre anni fa, e che non mi
hai più chiesto indietro, lo troverai sullultimo scaffale della libreria in camera
mia. Ti ringrazio per il prestito. Troverai anche un diario che potrebbe interessarti nel
baule ai piedi del mio letto, il sesto volume. Distruggi tutti gli altri senza leggerli,
ti prego.
Pare non ci
sia nulla che io possa dirti. Nulla che non ti abbia già detto, perché se stai leggendo
questa lettera significa che ho obbedito a ciò che il mio sire ha comandato. Lho
servito, nella vita e nella morte. Non cè altro, tranne forse che non so più come
siamo potuti giungere a questo giorno, a questa lettera. Sembra che tu non voglia altro da
me, certo non i miei rimpianti. Ma forse, visto che questo è il momento della sincerità,
te ne farò dono ugualmente.
Avrei
voluto essere come mio fratello. Vorrei aver abbandonato il sentiero che tu hai traggiato
per me quandero ancora ragazzo. Vorrei essere stato il semplice mezzo da usare come
tu volevi. Vorrei essere stato il tuo Faramir, come Boromir è stato il tuo Boromir.
Vorrei non dover scrivere questa lettera stanotte. Vorrei non avere un dovere da assolvere
allalba di domani. Vorrei che Osgiliath fosse persa e tutti i forti già caduti e
che questa fosse la fine, così da non dover aspettare il domani con incertezza e paura
per tutti i domani che il nemico ci concederà prima di attaccarci. Vorrei vedere Gondor
vivere. E visto che ormai siamo nel regno del sogno, vorrei rivedere te e la mamma
assieme. Forse lei ti farebbe sorridere di nuovo, come non ti ho visto fare da anni, se
non con scherno. Vorrei essere in grado di farlo io. Vorrei che ci fosse pace fra te e lo
zio. Vorrei che molte cose non fossero come sono e che molte cose che non sono, fossero.
Ti sento, adesso: Non sprecare il tuo dolore, Faramir, non cè tempo.
Sì, non
cè più tempo, adesso.
Con
affetto,
Faramir Faramir
posò la penna e rilesse la lettera con attenzione. Poi, quando fu certo che
linchiostro fosse asciutto, la piegò altrettanto attentamente, vi lasciò cadere
alcune lacrime di cera e vi impresse il proprio sigillo. Si alzò e
camminò verso il camino. Vi si appoggiò, sperando invano che il suo calore potesse
alleviare il freddo che era penetrato in lui insieme alla malinconia. Rimase
così a lungo, fissando il vuoto, ed egli non fu mai certo, in seguito, di quali pensieri
avessero attraversato la sua mente in quel momento. Ma alla fine si riscosse a guardò la
lettera che ancora teneva in mano. Dopo un momento di esitazione, la gettò nel fuoco,
tranquillamente, senza rimpianto, e la guardò consumarsi. I bordi annerirono, la cera
sfrigolò e si sciolse, le parole al suo interno scomparvero. Soddisfatto,
Faramir tornò allo scrittoio e prese un secondo foglio. Questa volta, senza neanche
sedersi, scrisse velocemente e quasi si sorprese della brevità del messaggio.
Quasi,
pensò, ricordando lultima lettera di
suo fratello per lui.
Quasi. Il giorno
successivo uno dei messaggeri portò una lettera di Faramir a Denethor. Nel caso di
si leggeva nella riga
sotto il suo nome, il che non lasciava dubbi sul suo contenuto. Se
nè andato, mio sire, disse il ragazzo, e sembrava preoccupato. Mi ha
pregato di portarti questa, insieme al suo saluto. Il Sovrintendente di Gondor
annuì, congedando il ragazzo, ma rimasto solo fissò a lungo la lettera, non osando
pensare a quando tempo poteva effettivamente ancora restare chiusa. Non la ripose però in
un cassetto e per i tre giorni successivi rimase sul piano del suo scrittoio. Sembrava
fissarlo, anche se questo era assurdo. Ma dopo che
Imrahil riportò Faramir a casa, e dopo che il Palantìr ebbe raccontato la sua storia,
quando nel silenzio del proprio appartamento Denethor attese al capezzale di suo figlio,
quando le parole di un Mezzuomo furono dette ad orecchie sorde, si sarebbe potuto vedere,
se qualcuno avesse osato avvicinarsi, quella stessa lettera riposare aperta su un leggio.
Che cosa ne fu di lei alla fine? Chi può dirlo? Bruciata nel fuoco o gettata via da
domestici frettolosi. Ma se solo Pipino si fosse voltato avrebbe potuto leggervi:
Padre mio,
Temo che
alla fine dovrò davvero essere il seguace del mago, perché egli mi ha detto: Tuo padre
ti ama, Faramir, e lo ricorderà prima della fine. Non pensar male di me se voglio
credergli.
Con
affetto,
Il tuo
Faramir. |