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LA MORTE GIUNGE AL GALOPPO
(una storia di spettri)


Aodh Hammerhelm


 

Un vento tagliente preannuncia il cambio di stagione. Le foglie danzano al ritmo della musica che a tratti filtra da sotto la porta della taverna, e poi vorticano nel vento, giù per la via principale . Nel cielo sopra la città, una falce di luna che pare un occhio misterioso avvolto in un alone glaciale, cavalca sfilacci di nuvole veloci. Æfenleoht – il tramonto. L’estate è finita e l’autunno bussa alla porta. Agli angoli della strada le fiamme bruciano nei bracieri cercando di combattere il freddo della notte. Pochi mercanti e contadini vendono la loro merce e i loro prodotti ai pochi coraggiosi  che affrontano la fredda notte autunnale. Ma sono pochi quelli che girano per la città, e raramente si fermano a comprare. In notti come questa le gente di Rohan si rifugia nelle proprie case, chiudendo freddo e buio dietro porte e scuri robusti, e si riscalda accanto a fiamme ruggenti, buona birra e spessi mantelli.

Un cavaliere solitario entra dal cancello principale. L’entrata di Edoras è aperta, il cancello spalancato. Nell’aria non ci sono voci di guerre né di altre minacce al Regno e la sentinella dorme tranquilla accanto al fuoco, avvolta nel proprio mantello.

Il cavaliere scende agilmente di sella e guida il proprio cavallo per la via principale. Vicino al fuoco, la sentinella si agita e geme come se gli incubi l’assalissero. La sua mano trova conforto nell’elsa della spada e l’uomo scivola di nuovo nel sonno.

 

Su un tavolo, tra boccali e birra sparsa sul ripiano, ci sono pile di monete, alcune ossa di pecora e una tavola di hræðtafl di legno di frassino consunto dal tempo. Tre Cavalieri siedono attorno al tavolo, concentrati sulla tavola da gioco. Tutti portano i segni di una vita dura e vestono abiti sdruciti e rattoppati sotto mantelli logori.

“Allora, Helmberend,” brontola uno di loro, un tipo sulla trentina, con la barba rada. “Canterà il gallo prima che tu ti decida a muovere.”

“Certo, Ægelblowan,” ride un altro, un uomo grigio con una cicatrice che gli corre attraverso un’orbita vuota. “Il vecchio Helm è sempre prudente, specialmente se c’è una scommessa di mezzo.”

“La prudenza non è un difetto, Eagamon,”mormora Helmberend, lanciandogli un’occhiata acida. “Ha salvato me a anche voi due idioti in ben più d’un’occasione. Vi avverto che starò seduto qui finché la stagione non cambierà di nuovo piuttosto che fare un mossa azzardata. Perché piuttosto non vi rendete utili e ordinate un altro po’ di birra?”

Eagemon si alza e si dirige con baldanza al banco. Si guarda attorno: lui e i suoi compagni sono gli unici avventori. “Una notte brutta davvero se nessuno si avventura fin qui nemmeno per un goccetto, direi. Ma dov’è finito quel bastardo del barista?” L’uomo sbatte il boccale vuoto sul banco e chiama: “Sbrigati, testa di legno! Ci sono dei clienti bisognosi d’aiuto, qui!”

Un ometto vecchio e agitato emerge da dietro una tenda sul fondo del bar. Torcendosi le mani, un velo di sudore sulla pelle, si avvicina ad Eagemon. Anni di esperienza gli hanno insegnato a riconoscere un problema ancor prima che arrivi, e quest’uomo e i suoi compagni trasudano problemi come fossero il “respiro nero”.

“Cova vi posso servire?” chiede, nervoso.

“Quello che costa meno e in abbondanza,” dice Eagemon. “Aggiungi tutto al nostro conto. Ce ne andiamo dopo il Raccolto.”

“Ma signore, il vostro conto è già in arretrato di sei mesi. Dovete darmi qualcosa prima che vi possa servire.”

“Qualcosa?” tuona Helmberend, saltando su dal tavolo. “Hai distrutto in un sol colpo la mia concentrazione come il mio buonumore. Portaci da bere e aggiungi al conto, se non vuoi qualcosa di cui rammaricarti a lungo!”

“Meglio dargli ascolto,” sorride Eagemon. “Birra a volontà ammansirà la belva e tu ti sveglierai sano e tutto intero domani mattina.”

Il barista annuisce e comincia a riempire i boccali.

“Ve la porto subito.”

“Ed è meglio per te essere veloce, amico,” sghignazza Eagemon, “se ti stanno a cuore la tua faccia e le tue gambe” e poi torna con passo tracotante verso i suoi compagni.

Un minuto o due più tardi il locandiere depone un vassoio carico di boccali di birra schiumosa sul tavolo. Helm e Ægelblowan afferrano ognuno un boccale e tracannano con avidità.

“Che vuoi ancora qui, amico?” chiede Eagemon.

“Ecco, nobili signori, vorrei chiedervi un grande favore. Potreste andarvene una volta vuotato il vassoio?”

“Ma la notte è ancora giovane,” brontola Eagemon. “Hai impegni da sbrigare domani mattina o altre cose da fare meglio che tenerci compagnia?”

“No, signore. Mi chiuderò in casa, lontano dalle strade prima che le campane rintocchino nove volte. La notte è aspra e il vento porta cattivi auspici. Voglio essere al sicuro prima che sorga la Notte dei Morti.”

“Spiriti e fantasmi, storie per mocciosi e poveri di spirito!” sbuffa Helm. “Sparisci prima che te le suoni fino a stordirti.”

Ma il barista non cede. “Perdona, signore, magari tu non hai nulla da temere, ma io sono terrorizzato: gli spiriti sono liberi di vagare. Non sai che nella Notte dei Morti gli spiriti dei defunti possono tornare a visitare i vivi?”

“Stupidaggini!” strepita Helm. “I morti non respirano e non possono tornare in questo mondo. Ora vattene! Il tuo balbettio mi innervosisce.”

Il barista torna dietro il banco a pulire bicchieri e sistemare gli scaffali spartani. Al tavolo, Eagemon si muove a disagio e poi si piega verso Helm e Ægelblowan.

“Saremo condannati se stanotte i morti ritornano davvero. Non abbiamo forse derubato molti uomini della loro stessa vita per arricchire la nostra? Diamine! Perfino questa tavola da gioco qui davanti l’abbiamo strappata dalle mani di un uomo per rubargli solo poche monete.”

“Certo,Eage,” Helm sogghigna in modo malevolo. “E lo ripeto, i morti non tornano dalla tomba. I vermi detestano lasciali andare. Gli avvoltoi non li rigurgitano dal gozzo. E anche se per qualche sortilegio dovessero tornare, noi li ricacceremmo nel mondo sotterraneo dal quale provengono!”

Ægelblowan dice sonoramente. “Mi hai proprio tolto le parole di bocca, Helm. Non c’è nulla che ci possa spaventare, noi tre assieme, vivo o morto che sia, perché siamo ribaldi senza cuore né legge. Prendiamo quello che ci va – e se è la vita di qualcuno, sia. La vita può essere presa, alla stregua di qualsiasi altra cosa al mondo. E comunque si dice che i morti possano giungere solo se invitati. Ma basta, c’è ben altro di cui occuparsi adesso. Il gioco attende e ho un sacco pieno di soldi da scommettere!”

 

Il rumore della porta e una folata di aria fredda dritta nella sua schiena, fa voltare Eagemon. Un Cavaliere sta in piedi sulla soglia, il viso nascosto dall’ombra scura di un mantello da viaggio consunto, gli stivali e le brache sporchi di fango. Helm e Ægelblowan alzano gli occhi dal gioco e lo guardano con diffidenza.

“Benvenuto, amico. La notte è fredda, entra e chiudi la porta prima che tutto il buonumore evapori da questo posto scellerato,” dice Eagemon.

Il Cavaliere lancia loro un’occhiata, quindi chiude la porta e dirige al focolare. Lì si ferma, mentre vapore sale dai suoi vestiti fradici.

“Quel tipo potrebbe alzare la posta,” ghigna Ægelblowan in direzione dei suoi compagni.

“Dici il vero,” sorride Helm. “Chiama qui il tuo nuovo amico, Eagemon.”

“In tre si è in compagnia, quattro è un éored,” risponde questi. “Meglio giocare fra di noi. Finiamo la nostra birra e andiamocene.”

“Il discorso del barista ti ha spaventato?” sghignazza Helm, spillando un po’ di birra sul tavolo. “Non ti facevo uno che crede ai folletti e alle facce della luna, eppure ora sei qui, più nervoso di una sposina la prima notte di nozze.”

Ægelblowan scoppia a ridere, calando una manata sulla schiena di Eagemon. “E arrossisce allo stesso modo, se colpisci al cuore.” Lancia un bacio derisorio verso Eagemon, quindi chiama lo sconosciuto: “Vuoi unirti a noi, amico? Abbiamo buona birra e gioco a questo tavolo. Vieni e scaccia il freddo della notte con noi.”

Il Cavaliere annuisce  e si avvicina. Prende uno sgabello accanto a loro e si siede, fissando la scacchiera.

“E’ magnifica,” dice, sfiorandola. “Ne avevo una uguale, molto tempo fa. Ma giochiamo. Quant’è la posta?”

“Un giëldan d’argento per mano,” dice Helm. “Giochiamo finché uno di noi non perde tutto.”

Il Cavaliere abbassa il cappuccio. Ha un viso aperto e attraente, non fosse per una cicatrice crudele che lo attraversa per intero correndo dall’attaccatura dei capelli a destra, al lobo dell’orecchio a sinistra.

“Chi mi conosce bene mi chiama Awrêcan, sebbene i miei amici mi chiamino Wælfus, e direi che siamo amici se dividiamola birra e la tavola da hræðtafl, no?”

 

Sogghignando, Helm, Ægelblowan e Eagemon gli stringono la mano a turno. “Westu Wælfus hal,” sorridono.

La notte prosegue, scandita dal lancio dei dadi, dai boccali riempiti di birra e dal graffiare dei pezzi sulla scacchiera. Con ogni lancio di dadi la pila di monete sale davanti a Wælfus. I tre compagni iniziano a muoversi e grattarsi, agitati, perché da quando Wælfus si è seduto al tavolo, la loro fortuna si è girata al peggio. Nessuno dei tre ha vinto una mano nelle ultime ore. La fiamma nel camino è diventata un esile fuocherello, le candele sul tavolo vacillano, ridotte a mozziconi. Dalle finestre della taverna comincia a filtrare la prima pallida luce del mattino.

Il rotolare dei dadi sulla tavola rompe il silenzio carico di aspettativa quando Wælfus lancia di nuovo. Tutti trattengono il fiato, poi Helm sbatte un pugno sul tavolo, pieno di frustrazione.

“Per la Barba di Helm!” ruggisce. “Di nuovo tre sei,” e guarda impotente mentre Wælfus toglie i suoi ultimi pezzi dalla tavola e incamera le sue ultime monete.

“Questo è il gioco,” sorride Wælfus. “Una buona giornata, certo. Ma non si dice forse che tutte le cose buone hanno una fine?”

Eagemon e Ægelblowan mormorano qualcosa. Wælfus lancia occhiate all’uno e all’altro, con calma. “Qualcosa che non va, amici?” chiede.

“Loro dicono piano quello che io dico forte,” brontola Helm. “La tua fortuna è troppo buona. Non ci sarà qualcosa ad aiutarla oltre alla destrezza del tuo polso?”

Wælfus si acciglia. “State forse suggerendo che io sia stato tanto audace da imbrogliarvi?”

“No, amico. Non suggerisco niente. Lo dico forte e chiaro.”

“Ma andiamo, amici,” Wælfus sorride. “La notte troppo lunga e la birra troppo buona offuscano il vostro giudizio. Vi faccio un’offerta: vi rendo tutti i soldi in cambio della scacchiera.”

“Un baro non è certo la miglior controparte per uno scambio,” sputa fuori Helm con rabbia. “Non hai nessun diritto su questa scacchiera!” e alzandosi si toglie il mantello, rivelando una lama crudele  e incrinata. Ægelblowan e Eagemon lo imitano. Da dietro il banco viene lo squittio terrorizzato del locandiere.

I tre si lanciano su Wælfus, ma egli si alza in un lampo e le lame trafiggono solo aria. I tre lo circondano, sogghignando malignamente. Egli è fermo nel centro della stanza e impugna la propria lama con noncuranza.

“Coraggio, amici. Vi sto facendo una buona offerta. Lasciatemi la scacchiera e facciamola finita con questa pazzia.”

“Sarà finita quando ti avremo tagliato a pezzetti,” ruggisce Helm, cercando di colpirlo. Un clangore di spade, un movimento veloce, e Ægelblowan e Eagemon gli sono addosso.

 

Wælfus muove la spada, taglia e affonda in un vortice di colpi decisi. I tre cadono al suolo e rimangono immobili. Wælfus va verso la porta dopo essersi fermato un solo momento al tavolo, quindi lascia la taverna in un vortice di vento e foglie.

Da qualche parte all’esterno un corvo gracchia. Cala il silenzio rotto solo dall’ansito ansioso del taverniere.

 

“Ægelblowan, Eagemon e il loro capo Helmberend,” considera il Maegisterwigend ad alta voce mentre studia i tagli alla gola dei tre uomini stesi ai suoi piedi. “Tutti morti, e certo il Mark non se ne rammaricherà. A lungo questi farabutti hanno scorrazzato sui confini senza che noi riuscissimo a portarli davanti alla giustizia. Ma ora eccoli qui, giustiziati, e tutto per un gioco d’azzardo, non è così, taverniere?”

“Sì, signore. Sono stati qui tutta la notte a giocare a hræðtafl e poi all’improvviso sono saltati su e hanno cominciato a gridare e azzuffarsi. Non so cosa li abbia fatti infuriare, ma penso che briganti di tal fatta siano avvezzi a giocare con la morte. Perfino con la propria morte, quando la birra fa affiorare i loro istinti più bassi. Così hanno combattuto l’uno contro l’altro finché nessuno è rimasto in piedi. Ho chiamato la guardia cittadina appena il trambusto è finito.”

Il Maegisterwigend sospira. Se ci fossero stati testimoni, il suo rapporto avrebbe potuto essere più semplice – tutto sarebbe stato in ordine e si sarebbe risparmiato un sacco di scartoffie. Si avvicina al tavolo e lo esamina con attenzione.

“Hræðtafl hai detto, mastro taverniere? Verresti qui un momento?”

Il taverniere si avvicina e trattiene il fiato. Sul ripiano di legno grezzo vede boccali vuoti, pozze di birra, un po’ di monete e qualche osso.

Non c’è nessuna scacchiera hræðtafl. Gli si rizzano i capelli intesta.

“Era lì,” soffia. “Era lì! L’ho vista tutte le volte che ho servito quei disgraziati!”

(cala il sipario)

 

© 2005 Aodh Hammerhelm