Rohirrim-web4.jpg (35944 byte)


Tasti.jpg (1365 byte)

Tasti2.jpg (1503 byte)

Tasti3.jpg (1604 byte)

Tasti4.jpg (1387 byte)

Tasti5.jpg (1354 byte)

Tasti6.jpg (1505 byte)

Tasti7.jpg (1351 byte)

Tasti8.jpg (1420 byte)

 

EREDITÁ
Kielle

bandiera-Gran-Bretagna.jpg (1400 byte)

Traduzione di Susanna Riccardi


MEFA 2005 - secondo posto, Storia di Gondor, The Osgiliath Aword


 

 

Osgiliath – T.A. 1142

 

“Cosa vedi?”

Confuso, Narmacil si girò a lanciare un’occhiata da sopra la spalla. Il vento marino che risaliva dal fiume gli gettava i lunghi riccioli scuri negli occhi – i perspicaci occhi grigi che lo identificavano come un uomo della casa reale di Elendil. “In città o più avanti?”

“Ti ho fatto una domanda, ragazzo!”

Narmacil represse un sospiro e si girò, appoggiando i gomiti sulla balaustra di marmo. Difficilmente avrebbe potuto essere considerato un “ragazzo”, ma non c’era modo di mettere in discussione il proprio nonno. “Vedo i tetti delle case, le strade e il porto. Persone, beni e navi. Vedo Osgiliath. Niente è fuori posto.”

“Come al solito, Narma, manchi di immaginazione,” scherzò Calmacil spingendo il fratello di lato per prenderne il posto sul parapetto, nonostante l’abbondanza di spazio sul balcone panoramico. “Chiunque può scorgere case e persone. Non è questo che sta chiedendo.”

“Allora cosa chiedo?” replicò Re Hyarmendacil, in tono spassionato, dalla sua comoda sedia reclinabile.

Calmacil strizzò l'occhio al fratello e si fece da parte con un gesto teatrale, mostrando la città come fosse stata un dono tra loro due. La somiglianza tra i fratelli era inquietante ma non soprendente: Narmacil era il più anziano, e l’erede, per una questione di pochi minuti.

“Cosa vedo io? Pace e prosperità. Gondor è la terra più bella di tutte quelle di Arda e Osgiliath il gioiello della corona. Voi vorreste che apprezzassimo ciò che avete lottato per ottenere, arataro, e questo è quanto sicuramente facciamo. Come anche ogni cittadino del regno, da nostro padre, vostro successore, al più insignificante monello di strada di Umbar.”

“Stai esagerando un po’ troppo.” borbottò Narmacil.

“Sei risentito perché la tua risposta era banale.” Brontolò di rimando Calmacil.

L’anziano Re sbuffò in direzione di entrambi. Per essere uomini adulti nel fiore degli anni, certe volte i gemelli si comportavano ancora come i bambini che lui stesso aveva tenuto tra le braccia la prima volta, ottantaquattro anni prima. Gemelli nella linea di successione! All’inizio era sembrato un segno infausto, un presagio di guerra civile, ma le agitazioni erano cessate quando entrambi erano cresciuti, dimostrandosi uomini di animo buono, più interessati alla navigazione o alle canzoni che alla successione.

E in ciò consisteva il vero problema.

Per ora, comunque, Hyarmendacil si limitò a scuotere la testa e tenere per sé i suoi pensieri. “Le lusinghe possono essere pericolose per un uomo giovane, ma non hanno mai danneggiato uno anziano. Andatevene entrambi. Vostro padre desidera parlarvi appena avete terminato l’incontro con me. Siete congedati.” Fece un gesto imperioso. Narmacil  e Calmacil risposero con un identico inchino cortese (e un interrogativo scambio di occhiate) prima di uscire.

Per qualche attimo, il Re si godette semplicemente la quiete – il dolce e mutevole mormorio della città sottostante, occasionalmente messo in risalto dal clamore di un venditore ambulante o dal grido di un gabbiano contro il limpido cielo azzurro. La sua città. La sua pace. Calmacil, per lo meno in quello, aveva avuto ragione. Hyarmendacil non riusciva più a ricordare i volti di quanti erano caduti nelle prime guerre del suo regno. A malapena riusciva a ricordare quello del suo stesso padre…

Cupamente, il Re scostò la coperta e si alzò, raggiungendo la balaustra a passi rigidi. Lì, si strinse le braccia attorno al corpo, le stesse braccia che una volta avevano falciato a sangue l’orda proveniente da Oriente – molto, molto tempo prima – e spinse lo sguardo verso la sua città. O tetti, le strade, il porto. La pace e la prosperità.

“Cosa vedi tu?” domandò ancora di colpo, con voce bassa ma chiara.

“Io?” il paggio spuntò da una alcova sul retro del balcone, dove era discretamente rimasto seduto a gambe incrociate, a leggere. Già mentre stava parlando, tuttavia, lasciò il libro da parte e si rimise in piedi, lesto a rispondere al richiamo dl suo signore.

“Sì, tu.” Replicò Hyarmendacil mentre il ragazzo lo raggiungeva presso la balaustra. Arrivava appena al spalla del Re, ma sedici anni erano una sciocchezza per il sangue Numenoreano e il paggio aveva parecchio tempo per raggiungere la sua piena altezza.

A suo credito, il ragazzo non sprecò tempo a porre domande del tipo “Perché?” e si limitò a studiare il panorama, a lungo, con impegno e verso ogni direzione. Rimase in silenzio per almeno un minuto, profondamente assorto nei suoi pensieri.

“Vedo le nostre navi da guerra nel porto, ormeggiate e utilizzate come depositi.” disse infine, esitante. “Vedo che nel nostro mercato ci sono meno venditori provenienti da Oriente di quanti ce ne fossero l’anno scorso, e ancora meno dell’anno precedente. Non scorgo nulla verso Sud… nessuna pattuglia in partenza, nessun rapporto dalla frontiera, dal momento che non consideriamo più Umbar una minaccia.” Lanciò un’occhiata impavida verso Hyarmendacil e i suoi perspicaci occhi grigi erano seri. “E vedo che questa pace non durerà fino a quando io sarò sul trono.”

Il Re stava ancora osservando il tramonto, ma annuì pensoso. “Tuo padre e tuo zio sono brave persone, ma non sanno nulla della guerra tranne ciò che hanno letto nei libri. E mio figlio, tuo nonno, è solo di poco migliore. Il mio Atanatar è sì un abile diplomatico, ma… un giorno la diplomazia non basterà più.” Le sue mani si aggrapparono saldamente al marmo freddo, distorcendo le articolazioni, mentre il volto era tirato per la frustrazione. “E loro non vedono questo! Potrei dirglielo, ma se non riescono a vederlo…” sospirò e per un momento il peso dell’età si fece così oneroso che il ragazzo si affrettò ad offrire il suo sostegno. L’uomo non lo accettò, ma approvò il tentativo con una pacca gentile sulla spalla.

“Tu riesci a vedere, Minalcar.” Disse Hyarmendacil in tono calmo ma insistente. La sua mano strinse l’abito di seta e le giovani ossa. “Figlio del figlio di mio figlio – e tuttavia c’è molto più di me in te che in chiunque altro della nostra discendenza. Tu sei la mia speranza. So di chiedere molto, per la tua giovane età, ma il mio tempo è scarso…”

Il bis–nipote annuì risoluto, apparendo molto più adulto dei suoi anni. “Io non vi deluderò, mio signore, né lascerò che Gondor marcisca dall’interno. A qualsiasi costo, lo farò…“

“No! Niente sangue!” ringhiò Hyarmendacil e la sua stretta si fece all’improvviso di ferro. “Non all’interno di queste sale. Non nella famiglia. Mai. La Casa di Elendil è parte di Gondor tanto quanto il mare e la pietra. Noi non siamo assassini di re… né usurpatori.”

Minalcar improvvisamente aprì la bocca, gli occhi spalancati, e il Re fu soddisfatto di notare che l’idea non aveva mai attraversato la mente del giovane. “Non lo farei… arataro, non lo farei mai! Lo giurerei sull’Albero stesso se me lo chiedeste…”

“Non ce n’è bisogno. Sei il mio vero erede. La tua parola e sufficiente.” Hyarmendacil lasciò libera la spalla del ragazzo e sfiorò poi gentilmente sulla sua guancia – e per un momento, esaminando quello sguardo sincero, riconobbe il volto del proprio padre. Solo per un istante. Poi la sensazione svanì e gli anni si chiusero attorno a lui come un fardello di pietra che, impietosamente, incurvava le sue spalle, gli offuscava la vista e indeboliva le sue mani. Così poco tempo rimasto e così tanto ancora da fare…

Ma mentre, alla fine, accettava l’aiuto di Minalcar e si costringeva ad affrontare l’udienza serale, sentì che forse, solo forse, c’era ancora una speranza per la sua città. Il suo regno. Il suo popolo.

Sebbene sarebbe occorso ancora molto tempo.


Canone successivo:

“Nato negli ultimi anni del lungo regno di Hyarmendacil, Minalcar divenne attivo nelle questioni politiche e militari al punto che, non molto tempo dopo essere diventato Re, suo zio Narmacil mise nelle sue mani l’effettivo controllo del Regno meridionale. Minalcar accettò la sfida e riuscì a ripristinare parte del potere perso da Gondor durante il regno del nonno Atanatar e dello stesso zio. Dopo che Narmacil morì senza eredi, e dopo il breve regno di suo padre Calmacil, Minalcar salì in fine al trono per continuare il vero potere sovrano di Gondor e passò alla storia con il nome di Rómendacil II.”

– da “Gli annali di Arda

 

© Kielle