Rohirrim-web4.jpg (35944 byte)


Tasti.jpg (1365 byte)

Tasti2.jpg (1503 byte)

Tasti3.jpg (1604 byte)

Tasti4.jpg (1387 byte)

Tasti5.jpg (1354 byte)

Tasti6.jpg (1505 byte)

Tasti7.jpg (1351 byte)

Tasti8.jpg (1420 byte)

 

EGLI E' CADUTO

Heather Divoky

bandiera-Gran-Bretagna.jpg (1400 byte)

Traduzione di Sarah Zama


 

“E’ pericoloso.”
L’uomo si voltò e la vide cammina risolutamente verso di lui, una semplice contadina che osava parlargli a quel modo. Ma questa ragazza era qualcosa di più... molto di più di quel che sembrava. Lui, del resto, lo poteva vedere bene.
“Sei già stato perdonato. Non rovinare tutto. Le azioni sono imperdonabili, ma anche i pensieri sono pericolosi. E’ la tua ultima occasione.”
Egli decise di stare al gioco.
“E cosa ne sai tu di queste cose, contadina? Chi stai cercando di imitare?” Esitò, vedendo l’espressione tormentata sul viso di lei. “Verseresti davvero anche solo una lacrima, se potessi vedere quali sono i miei pensieri?” Era più facile essere sprezzante se fronteggiava il proprio nemico quando questi non mostrava la propria grandezza e si nascondeva invece agli occhi mortali dietro una maschera di stracci e sporcizia. “La sporcizia ti dona.”
Una improvvisa folata di vento spazzò il piccolo cortile che si stava svuotando. Doveva fargli ricordare qualcosa, quel vento, ma egli non intese. Un sole rosso navigava verso l’orizzonte, Elenna si preparava al proprio sonno. La ragazza si voltò da quella parte per guardare la scomparsa di Arien e il silenzio fu rotto dalle sue parole: “Stai dimenticando qual’è il tuo posto, Maiar.”
L’uomo sorrise, scacciando quel dettaglio insignificante con un gesto della mano.
“Perché sei venuta qui, Fui. Speri forse nella redenzione? Hai forse qualche speranza per questa terra, qualche speranza per me?”
“Forse. O forse voglio darti un’ultima possibilità, vedere se questa è davvero la tua scelta ultima.”
“Lo è.”
“E’ una scelta di sventura, allora.”
“E’ una scelta giusta. Perché rifiutare la vostra terra a uomini buoni e giusti, per tesoreggiarla voi e gli elfi?”
Lei lo guardò dritto in viso, impassibile, perché solo adesso ella capiva le sue intenzioni. Il vento tornò, una brezza disillusa stavolta, che attraversò languidamente il cortile ormai vuoto, risplendente sotto la luce della luna.
“Caduto,” ella bisbigliò infine, tristemente, distogliendo lo sguardo.
L’uomo si allontanò, un ghigno maligno sul viso.
“Innalzato. Io m’innalzerò. Farò quello che nessuno – né tu, né gli altri uccelli dal cuore tenere – nessuno tranne Melkor può fare. Diverrò il più potente e la Terra di Mezzo sarà mia. All’alba di domani ordinerò al Re di far vela verso Valinor e la vittoria sarà mia.”
Tornò a voltarsi, l’eccitazione sul suo viso, ma lei era scomparsa.
Per la prima volta un dubbio gli attraversò la mente.

 * * *

Il mattino arrivò veloce come un lupo affamato. Non bello e radioso, ma irriverente e mortifero. All’uomo parve che Arien fosse un cattivo presagio tutto per lui. Ciò che era accaduto la notte prima, lungi dal dissolversi nalla sua mente, pulsava come un avvertimento.
Le stanze del Re si aprivano di fronte a lui, i consiglieri, dispersi fra i vari fuochi, parevano vecchi orsi impagliati... ed era questo che erano realmente diventati. Che orgoglio sapere che era lui quello che ora deteneva il vero potere, che tutti costoro non erano che pedine nella piccola scacchiera della sua partita. Tutti... specie l’uomo nell’angolo più lontano.
Il Re.
“Mio signore. Come vi sentite questa mattina?”
“Abbastanza bene, dire, per un morente.”
“Mi sembrate amareggiato, se posso ardire di dirlo.”
“Tu non puoi capire. Non potrai mai capire,” sussurrò piano il vecchio, l’ombra di ciò che un tempo era stato. Il biondo si poteva ancora intuire fra i suoi capelli, che però ora erano di un grigio spento.
Il Maiar annuì, ammettendo – una delle poche volte che l’avrebbe mai fatto – il proprio errore. “Ed è per questo che sono venuto a parlarti, mio signore. Sei vecchio e stanco. I Valar ti rifiutano qualcosa... qualcosa che meriti...” La voce gli morì in gola quando notò, solo pochi passi discosta, lei.
Era abbigliata riccamente, ma anche così non era che uno spettro della sua vera magnificenza.
“Posso, mio Signore?”

* * *

“Sei ancora qui.”
“Sì.”
“Perché? Già sai cosa intendo fare.”
“E sappiamo tutti quanto sei astuto.”
Egli sogghignò, e la superbia trasformò il suo viso avvenente in qualcosa di contorto e vile.
“Dovreste. Ma, Signora, ti assicuro che non c’è nulla da scoprire, qui. A meno, ovviamente, che tu non sia venuta per... un motivo diverso.” Aveva infine osato insinuarlo. Era questo il punto di non ritorno. “Saremmo grandi insieme, noi due. Non avrei nemmeno più bisogno di questi piccoli, stupidi uomini. E’ possibile. Noi possiamo avere tutto.”
“Oh, mio Maiar ingenuo...” ella disse piano. “Tu avresti tutto, me inclusa.” Lo guardò dritto negli occhi, un’ombra di disgusto e dolore le palpitò sul viso. Si voltò e se n’andò, un’ombra che scivolava nella stanze del Re, così silenziosa e trasparente che nemmeno il Re, nemmeno i suoi orsacchiotti intenti a gustare la sesta portata della loro colazione, si accorse di quel palpito di sublime che fluttuò fra loro.
L’uomo la guardò, finché scomparve alla vista, e dopo continuò a fissare nel vuoto, immoto, lontano.
“Devo seguirla?” La vece alle sue spalle era fredda, calcolatrice, una melodia alle sue orecchie. Egli si voltò per guardare la seduttrice, i cui occhi di ghiaccio, stranamente, tradivano il desiderio di compiacerlo. L’uomo rise sommessamente, giocondo con un ricciolo dei magnifici capelli scuri di lei. “Puoi provare, Thuringwethil, ma non sperare di riuscirci. Lei è troppo veloce per te, anche in quella magnifica forma di mammifero.”
“I pipistrelli sono più veloci di quanto pensi.”
“Più veloci della luce dolorosa di una stella? Non credo. Ma vai, finché sei in tempo, mia dolce vampira.”
Thuringwethil si mosse per andarsene, il viso terribile uno specchio di frustrazione. Ma poi si fermò, come se un raggio di Vana l’avesse colpita, e si girò verso l’uomo.  “Il tuo cuore… il tuo cuore… la desidera…”
“Vattene!” egli sibilò, sopraffatto dalla rabbia. Il Re e i suoi uomini alzarono gli occhi, sorpresi dal suo scatto, ma rifuggirono dalla nera figura della seduttrice, che scappò via. A caccia di una preda impossibile.
Riacquistando padronanza di sé, egli si volse di nuovo al Re, pronto infine a rivelargli quella che era una condanna che avrebbe getto quella terra nel fondo delle viscere di Arda.

* * *

“Sauron ha fatto la sua scelta.”
“Ne sei certa?”
Nessuno era nel piccolo cortile, tranne il vento, che sembrava trasportare il ricordo di speranze deluse, e un uccello dal blu regale, che parlava al dolce essere in lacrime. Essa alzò gli occhi verso l’Occaso e annuì tristemente.
“Allora torna a casa. Egli si occuperà di lui.”
Ella guardò incontro al vento e capì.
“Ma molti moriranno… che ne sarà di quegli innocenti?”
Il vento soffiò appena più aspro, deciso, ma ancora calmo. L’uccello rimase immobile, quindi disse, risoluto: “Non discutere il Suo operato. Egli vede ogni cosa e proteggerà coloro che salveranno il futuro. Elenna scomparirà ma la Terra di Mezzo rimarrà. Piangi per Elenna e sappi che non è ancora tempo di piangere per la Terra di Mezzo.”
Ella allora capì. “Verrò quando Tillion sarà alto nel cielo.”
L’uccello guardò verso di lei in modo interrogativo, ma poi volò via. Il Saggio sapeva quando era meglio fermarsi. Sapeva che molto c’era stato tra Fui e Sauron, ma sapeva anche che lei aveva ormai rinunciato a quel Maiar testardo e orgoglioso. Allora perché restare?
Ella rimase ancora un poco a ricordare ciò che un tempo Sauron era stato.
Per molte ere, per un tempo immemorabile, il nome di Sauron non aveva evocato sentimenti di paura e disgusto, se veniva pronunciato. Egli era stato un grande oratore, un saggio oratore, e lei lo sapeva… lo conosceva bene. Ma l’orgoglio era la sua rovina, e per questo era caduto, promettendo tutto su false basi e non ottenendo niente alla fine. Almeno niente di ciò che voleva. La memoria di lei vagò fra gli innumerevoli ricordi legati a lui, ricordi di un tempo passato, quando erano amici. Era così triste sapere che egli era caduto nell’inganno di Melkor, ma del resto, lei non ne era davvero sorpresa.
Il sole tramontò e la luna iniziò la sua caccia senza speranza. Il suo compito era finito. Silenziosamente, ella lasciò cadere le sue forme umane una ad una, fino a rivelare la sua vera, sublime natura. E, piangendo, tornò verso Valinor.

* * *

Egli stava ad una finestra, guardando verso l’Occaso. “Questa è la mia scelta, Nienna,” sussurrò, in parte a sé stesso. “Quando tornerò a Valinor, tu sarai la prima che cercherò, la prima che domerò.” Sogghignò malignamente, senza sapere che già mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, la condanna di Numenor era già decisa. Era solo una questione di tempo.

 

 © Heather Divoky 2004