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LA CROCE DEL VENTO Sarah Zama
Terza classificata al Primo Trofeo "La Centuria" e "La Zona Morta" 2008 - Per Miglior Racconto di Ambientazione Fantasy
Per tutta la notte si girò e rigirò nel letto, lanciando occhiate ansiose alla luna che stava per comparire nel riquadro della finestra. Heizel gli dormiva al fianco. Ogni tanto si agitava, ma ormai da anni non si svegliava più nel sentirlo inquieto. ‘Tua moglie ha smesso da tempo di pensare a te’, si disse Guner e per la prima volta questo lo ferì. Eppure si erano amati un tempo, tanto che ognuno dei due sarebbe stato disposto a fare qualsiasi cosa per l’altro. E lui l’aveva fatto, in effetti. Perché era a causa di Heizel che tutto era cominciato… e che tutto stava per finire. Guner lanciò un’occhiata alla finestra, ma ancora non c’era traccia della luna, anche se la notte quasi estiva era rischiarata dal suo bagliore. L’appuntamento era per la mezzanotte esatta. Guner aveva deciso di alzarsi quando la luna fosse entrata nello specchio della finestra. L’uomo posò gli occhi sul profilo della moglie. Le ultime notti erano state un tormento. Guner si agitava nel sonno, spesso gridava, per questo Heizel era arrivata all’esasperazione, per questo alla fine avevano litigato, la sera prima, dopo anni ed anni di indifferenza. * * * “Tre figli… e non so nemmeno di chi siano!” Heizel rispose con uno sguardo malizioso alle grida del marito: “Cosa ti fa pensare che non siano tuoi?” Guner si sentì avvampare. Heizel non l’aveva mai deriso, prima. Disprezzato, poi ignorato, ma deriso mai. “Quanti amanti hai avuto, Heizel, da quando siamo sposati?” sibilò, ritirandosi dietro il suo scudo di ghiaccio. Lei s’irrigidì, gli occhi le divennero tempesta mentre alzava il mento, cosa che diede alla figura dritta e sottile un aspetto altero. Era ancora così bella! “Non chiederlo, Guner,” disse, gelidamente, “o potrei farti la stessa domanda.” L’uomo sentì la forza abbandonarlo. Era così glaciale, era così lontana! Perché non se n’era mai accorto? Guner scosse il capo, ora malinconico. “Heizel… Heizel,” mormorò. La verità era che solo adesso che sapeva di non avere più tempo, gli importava davvero di ciò che aveva perso. Il viso della moglie si contrasse in una smorfia. “Non fare quella faccia rammaricata, Guner, ti prego,” il disprezzo era una cosa solida nella sua voce. “Se c’è una cosa che ti ho sempre riconosciuto è che almeno non ti sei mai comportato da ipocrita. Non farmi ricredere proprio adesso!” Lui rimase in silenzio, gli occhi bassi, assorbendo per la prima volta tutto il rancore di lei. Heizel rimase pure in silenzio per un po’, fissandolo, poi si mosse, come a disagio, sulla sua sedia intagliata non lontana dalla scrivania. “Che cos’hai da rimproverarmi?” chiese infine, la voce ancora metallica. “Forse non sono sempre rimasta nel tuo letto in tutti questi anni? Forse non sono sempre rimasta al tuo fianco in ogni occasione? Ho fatto tutto quello che era in mio dovere fare. Ti ho persino dato dei figli! Che cosa hai fatto tu, per me?” “Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per te!” esplose Guner all’improvviso, senza più riuscire a controllarsi. La risata amara di Heizel lo colpì come una lancia dritta al cuore. “Tutto quello che hai fatto in questi vent’anni l’hai fatto per te solo. Non cercare di ingannare te stesso, Guner.” Un riso beffardo incurvava le sue labbra in modo sensuale. Erano queste le piccole cose che in quei vent’anni aveva tralasciato di notare e godere. Guner lo capiva solo ora. Solo quando era troppo tardi. Le voltò di scatto le spalle, incrociando le braccia sul petto come per ritirarsi in se stesso. Fissò le fiamme del camino che, insieme alla luce del tramonto, tingevano di rosso il suo studio privato. Gli sembrava che quella stanza infuocata somigliasse alla sua anima, in quel momento, ed Heizel, seduta accanto alla scrivania in uno dei suoi semplici abiti bianchi e la treccia bionda che le scendeva pesante su una spalla, sembrava la brezza fresca che però rifiutava di lenire la furia che c’era in lui. “Che cosa ci è successo, Heizel?” chiese in un soffio, senza guardarla. “Vorrei saperlo,” disse lei, con voce stranamente opaca, che però tornò presto a infervorarsi: “Vorrei sapere perché ad un certo punto la ricchezza ed il potere per te sono diventati più importati di tutto. Perché i piaceri di ogni tipo sono diventati più importanti dell’amore. Perché il ragazzo che mi aveva conquistata è sparito nella cenere della conquista e dell’ambizione nel volgere di pochi, brevi anni!” Guner si voltò di scatto, disperato. “Tu non sai…” iniziò, ma Heizel scattò in piedi, facendo leva con le mani sui braccioli della sedia. “Sono stanca di questa discussione inutile,” disse seccamente, per poi dirigersi risolutamente alla porta. “Me ne vado a letto.” Guner non trovò la forza di fermarla, di trattenerla, di spiegarle, anche se sapeva di perdere l’ultima occasione che aveva. ‘Perché mi dovrebbe credere, comunque?’, si disse, mentre seguiva con gli occhi i passi di lei fino alla porta. Lì, Heizel appoggiò la mano sulla maniglia e si fermò. Rimase immobile alcuni secondi, poi si voltò di scatto verso il marito, qualcosa di simile al turbamento nei suoi occhi. “Ti ho amato, Guner,” sussurrò, poi il suo viso si indurì, come la voce “Ma ora è finita!” Aprì la porta e la richiuse con un tonfo alle proprie spalle. * * * Guner si voltò sulla sella e guardò verso l’alto, dove il suo castello sembrava solo una propaggine sul fianco della montagna, nero contro l’indaco profondo della notte. ‘Ti ho amato, Guner’. “Heizel… Heizel…” gemette. ‘Anch’io ti ho amato’, avrebbe voluto gridare perché lei lo sentisse nel sonno. Forse ancora adesso l’amava, era mai possibile? Altrimenti perché le sue parole astiose continuavano a lacerargli il cuore, perché desiderava risentire la sua voce dire parole diverse, proprio ora che non era più possibile? Con un moto di rabbia, Guner si voltò, dando le spalle al proprio castello e alla propria vita, e diede di sprone. Conosceva il luogo e il tempo dell’appuntamento da vent’anni e ci aveva spesso pensato. Quel termine non era mai stato lontano dai suoi pensieri e il sogno della fata non era servito a nulla, se non a ricordargli che era tutto vero. * * * Guner si ritirò dietro un muro sbracciato e mezzo crollato, il cuore che gli martellava. Era solo un ragazzo e loro erano ben nove. Nove banditi prezzolati ed esperti, che lo avrebbero ucciso in un momento, a meno che non fossero in vena di giocare al gatto e al topo. Guner deglutì. Ma loro avevano qualcosa di molto prezioso. Qualcosa per cui lui era disposto a dare la vita. “La tua donna.” Guner sobbalzò, alzando si scatto il viso. Lei era una giovane donna dalla bellezza eccezionale, tanto diafana e ultraterrena che non poteva appartenere ad altri che a una fata. Era rannicchiata sulle radici di un albero secolare, avvolta in una leggera tunica bianca stretta alla vita da una cintura di gemme legate dall’oro. Le gemme brillavano tutte di una pura luce bianca, tranne alcune, che palpitavano di porpora, ed altre che erano opacamente grigie. La pelle mielata era di velluto come la sua voce, i capelli erano una leggera cascata d’inchiostro sulle spalle, la bocca una ferita di sangue e gli occhi due schegge di notte. “Povero ragazzo disperato,” cinguettò di nuovo la fata, guardando Guner dritto negli occhi mentre lui sentiva tutto il suo sangue scivolargli via dal corpo. “Le tue previsioni non sono sbagliate. Quegli uomini giocheranno con te per alcune ore, ferendoti ripetutamente con tagli dolorosi, ma non tali da portare alla morte, mentre la tua donna supplicherà tutto il tempo di lasciarti libero, giurando fra le lacrime di fare qualsiasi cosa loro vorranno, se ti lasceranno vivere. Ma dopo la tua morte loro prenderanno comunque ciò che lei aveva offerto.” Guner respirava affannosamente, gli occhi sgranati e la gola secca, e l’unico motivo per cui non si gettò gridando fra quegli animali fu la soprannaturale tranquillità della fata. “Non ho nessuna possibilità,” sussurrò. “Una ce l’hai, se accetti il patto di Miril,” cinguettò la fata e Guner si irrigidì contro il muro crollato. “Io ti posso aiutare, ma c’è un prezzo che dovrai pagare.” Una lunga pausa di gelo. “Quale?” soffiò Guner, focalizzando infine gli occhi della fata. Miril incurvò le sue labbra rosse in un sorriso troppo dolce per essere malizioso. “Non sei un ragazzo sciocco. Il prezzo lo conosci,” rispose. Guner adesso sentiva il proprio cuore trottare e il sudore colargli giù per la schiena. Si voltò verso il fuoco che i briganti avevano acceso fra le quattro mura che erano rimaste in piedi della rocca. Ora stavano mangiando qualche tipo di selvaggina, ma dopo – un nodo gli serrò la gola – dopo si sarebbero presi Heizel, qualunque cosa lui avesse fatto. A meno che… Si volse verso Miril. “La mia anima?” chiese, come una sfida. “Sei disposto a pagarla?” ribatté Miril, senza un’increspatura nella sua tranquillità. Lui non rispose. Miril sorrise, di un sorriso luminoso. Si alzò e venne vicino a Guner, i piedi scalzi che non producevano alcun suono sull’erba. “Bene,” disse quando gli fu di fronte. “Allora vieni fra vent’anni alla Croce del Vento, la notte del Solstizio d’Estate, e lì salderemo i nostri conti.” Alzò una mano sulla fronte di Guner, che vide una luce formarsi nel palmo della sua mano delicata. Non seppe mai quello che accadde dopo, quella notte, né Heizel glielo seppe spiegare, perché tutto era accaduto come in un sogno fuori dallo spazio e dal tempo. Ma non importava. Ciò che importava era che Heizel era tornata sana e salva fra le sue braccia fino al castello di suo padre e che, grazie al suo coraggio, Guner poté sposarla. Il fatto di essere insieme e di amarsi fu per lui l’unica cosa importante per molto tempo. Tutto il resto non era che fumo che fluttuava intorno a loro. Compreso il patto con la fata. * * * Il quadrivio, la Croce del Vento, era proprio di fronte a lui. Guner vi arrivò dalla strada che puntava verso est. Non c’era nessuno, ma forse non era ancora esattamente mezzanotte. Gli zoccoli del suo cavallo risuonarono sordi sulla terra battuta. Guner si fermò nel punto in cui le quattro strade convergevano. La foresta alle pendici della montagna assediava i quattro rami del quadrivio, inghiottendoli quasi. Il vento, alto, faceva stormire le cime degli alberi. Guner alzò il viso, attratto da quel rumore frusciante. Le cime degli alberi dondolavano dolcemente sotto la luce della luna, come dedicandole una danza rituale in quella che, in realtà, era la sua notte più breve. Rimase alcuni momenti a guardare la danza lontana delle foglie e del vento, poi tornò ad abbassare lo sguardo sul quadrivio. Lei era lì, nel centro esatto, ed anche la sua veste bianca danzava vorticando nel vento, come i suoi capelli d’inchiostro che quasi non si distinguevano contro il buio della foresta. Le gemme della sua cintura brillavano di bianco e di rosso, tranne alcune, cieche. “Sei venuto,” sorrise la fata. “Del resto la maggior parte di voi è abbastanza saggia da venire.” “Non tediarmi con le tue ciance, strega!” ringhiò Guner “Fai quello che devi!” Miril inarcò le sopracciglia con fare malizioso e per nulla turbato poi, senza una parola, sfiorò con un dito una delle gemme bianche alla sua cintura. Parve allora che la luce uscisse dalla sua prigione di pietra ed infatti dopo un po’ fluttuò nell’aria, diventando una piccola sfera di luce, lasciando la sua gemma grigia e opaca. Guner fissò la sfera luminosa come incantato, mentre quella galleggiava verso l’alto e si espandeva, diventando più grande e più trasparente, finché, all’altezza del seno di Miril, si dissolse. La fata alzò il viso bellissimo verso Guner, incurvando le labbra in un vago sorriso anche se ciò che in realtà catturò l’attenzione dell’uomo furono i suoi profondi occhi scintillanti. Guner vi fissò il proprio sguardo, cercando una risposta che non riuscì a trovare. Non sentiva alcun cambiamento dentro di sé. Alla fine, confuso, dovette chiedere: “E dunque?” “Dunque sei libero,” fu la semplice risposta. Guner rimase immobile per diversi momenti, la bocca dischiusa, senza capire. “Questo cosa significa?” chiese, infatti. Il divertimento negli occhi di Miril luccicava come la luna su una polla scura. “Significa che i vent’anni al mio servizio sono conclusi e il mio legame con te è spezzato. Mi sembra semplice, no?” La fata non rideva, ma la sua espressione era la stessa che se l’avesse fatto. Guner ci mise un po’ a capire il senso delle sue parole. “Ma io credevo…” alitò infine, mentre il suo cavallo scartava leggermente di lato, menando la coda. “…che il mio patto cominciasse ora, anziché concludersi,” completò Miril e rise, scuotendo la testa con divertimento. “Questo è tipico di voi umani. Pensate sempre di avere ancora un po’ di tempo prima di dover adempiere alle vostre responsabilità e in quel breve tempo cercate di ottenere il massimo al minimo prezzo. E per me è una fortuna, perché è così che vivo. Nell’ansia di ottenere tutto ciò che volete nel tempo a termine che io vi ho dato, dimenticate completamente ogni piacere della vita e anche quelli che riuscite ad ottenere, con le donne, col denaro, col cibo, non ve li godete. Tutta questa gioia di vivere che voi sprecate, io posso goderla nel breve periodo in cui il patto ci lega.” “Sei una specie di vampiro!” disse Guner in un sussurro, con una smorfia di disgusto. Miril non ne parve affatto turbata. “Non vi prendo nulla che vi sia indispensabile, siete voi a rinunciare a godere di ciò che è vostro. Qualche volta capita che qualcuno non perda la testa e in questo caso vive la sua vita con gioia e soddisfazione fino allo scadere del patto. E’ raro, ma a volte succede. In quel caso il patto è inutile per me,” sorrise, “ma non importa.” Guner la fissva, inespressivo. “Altre volte, più frequenti, devo ammettere, qualcuno pensa di fare il furbo e non viene all’appuntamento. Così rimane legato al patto fino alla morte,” indicò con un gesto vago una delle gemme rosse. Il silenzio calò su di loro. Persino il cavallo di Guner era rimasto immobile. “Il tuo non è che un vile inganno per alimentare la tua immortalità!” rinfacciò l’uomo, infine, teso. Miril scosse il capo, il viso malinconico. “No, Guner. Il mio è un dono. Ti sto dando quella seconda possibilità che la maggior parte degli uomini non riceve mai.” Una folata di vento più forte investì il crocevia e Miril la fata era sparita. * * * Quando Guner tornò al suo castello, la notte era ancora fonda. Si svestì, si infilò nel letto accanto ad Heizel, ma non riuscì a coricarsi. Invece rimase seduto a pensare tutta la notte: a quello che aveva fatto in quegli anni e a quello che non aveva fatto. A quello che gli aveva detto Heizel e quello che gli aveva detto Miril. Si sentiva confuso… e anche spaventato, perché non aveva mai pensato cosa avrebbe fatto dopo quella notte. Non aveva mai pensato che ci sarebbe stato un dopo. Quando cominciò ad albeggiare, sentì Heizel muoversi nel letto. Lui si volse, ma non verso di lei, bensì verso la finestra alla sua sinistra, che gli permise di vedere lo spettacolo rosa e dorato dell’alba. “Che c’è?” giunse dopo un po’ la voce di Heizel, con il suo solito distacco. Guner si sentì la gola secca. “Sta sorgendo il sole,” disse, sentendosi stupido e ancora di più quando Heizel rise. “Certo,” disse lei. “Lo crederesti che succede tutti i giorni?” “Già,” sussurrò lui. “Strano che non me ne sia mai accorto.” Heizel rimase silenziosa a lungo, sdraiata sul letto, mentre Guner non trovava il coraggio di voltarsi a guardarla. Poi lei si alzò a sedere, giungendogli così vicina che lui poté sentire il calore del suo corpo. “Un tempo,” sussurrò lei, quasi al suo orecchio, “aspettavamo spesso l’alba assieme, te lo ricordi?” Guner sentì un nodo nello stomaco e poi la mano fresca della moglie sulla sua spalla. “Che cosa c’è?” Lui allora si voltò, incontrando lo sguardo di lei, insolitamente apprensivo, ed ebbe voglia di dirle tutto, di confidarle ogni cosa, come quand’erano ragazzi. Ma perché dovrebbe ascoltarmi? Perché dovrebbe credermi?. Il suo viso era vicinissimo, la sua bocca era vicinissima. Guner provò una improvvisa vampata di desiderio quale non aveva mai provato per nessun’altra donna che lei. Molti anni prima. Alzò una mano ad accarezzarle una guancia, ma non ebbe il coraggio di fare altro. Eppure i suoi occhi… quegli occhi grigi e tempestosi sembravano scavargli dentro, cercando risposte a domande inespresse da tempo. ‘Perché le dovrebbe importare?’ E’ finita, aveva detto, eppure era sempre rimasta nel suo letto, per tutti quegli anni di indifferenza. Che cosa c’è? Glielo aveva chiesto altre volte mentre lui non ascoltava? Guner prese fra le mani la testa della moglie e sfiorò le sue labbra con le proprie per la prima volta dopo quella che sembrava una vita. E le sentì tremare, sentì che lei non si ritirava. Poteva essere? Poteva essere ancora in tempo? Aveva impiegato vent’anni a distruggere tutto quello che avevano fatto insieme. Non sapeva quanto ci sarebbe voluto per ricostruirlo. Ma se erano insieme, il tempo non importava.
FINE
© 2008 Sarah Zama |