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CHIODI D'ODIO

Sarah Zama

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Mor gettò la pala fuori dalla fossa e si stirò la schiena inarcandola all’indietro con i pugni sui fianchi, poi si raddrizzò a guardare Abdefatha. Lo sciamano era molto più vecchio e più affaticato di lui, stava ansimando pesantemente appoggiandosi alla cassa per reggersi. A Mor parve che il braccio steso che reggeva il suo corpo pur esile tremasse, per questo attese un po’ prima di piegarsi per afferrare gli angoli inferiori. Abdefatha gli lanciò un’occhiataccia quando lo vide, ancora ansimava, sebbene più lentamente. Afferrò comunque la pala che aveva appoggiato al bordo della cassa, la gettò fuori dalla fossa e poi si abbassò a sua volta.

Mor lo guardò in faccia, aspettando un suo cenno, e quando lo ebbe i due uomini sollevarono il fardello con un grugnito per lasciarlo cadere appena sul bordo della fossa, dalla parte opposta alle pale.

Abdefatha rimase addossato alla parete di terra, il busto e le braccia abbandonate sul bordo smosso, ansimando ancora, pesantemente. Mor invece si arrampicò di fuori, si scrollò i vestiti dalla terra e poi, da solo, spostandone alternativamente le due estremità, trascinò la pesante cassa lontano. Tornò poi verso Abdefatha e gli tese una mano.

Lo sciamano alzò il viso e poi afferrò la presa. Si lasciò trascinare fuori dalla forza del più giovane, qoindi, senza una parola, si diresse al suo sacco, buttato poco lontano, e vi si sedette accanto per riprendere fiato al proprio ritmo.

Mor lo lasciò fare e ne approfittò per prendersi anche lui una pausa, si guardò attorno spaziando lo sguardo in ogni direzione, le mani sui fianchi.

Il crepuscolo stava rapidamente trasformandosi in notte. Quello era il momento in cui la steppa era più bella. Il suo territorio ondulato, percorso da dossi e avvallamenti punteggiati di macchie di alberi e cespugli si colorava di azzurro e di viola e sembrava trasformarsi in un mare immobile, popolato di ombre che si allungavano e si rannicchiavano fra le ondulazioni del terreno. C’era qualcosa di magico e sospeso in quel momento, non era più giorno, i problemi quotidiani potevano essere dimenticati per un po’, ma non era nemmeno ancora notte, perciò non ancora tempo di paura e superstizione. Era il momento della vera tranquillità.

In lontananza, probabilmente vicino alle montagne dietro cui il sole era calato poco prima, Mor vide i fuochi minuscoli e palpitanti di un accampamento e, spostati più verso nord, quelli più vicini di un altro campo. Il suo.

Sembrava vicino, ma le distanze sono ingannevoli nella steppa. In realtà ci voleva un intero giorno di marcia a tappe forzate, seppure a passo d’uomo e con gli animali carichi, per arrivare fin là. Una marcia dall’alba al tramonto con poche e brevi soste. Lo sapeva perché era stato lui a guidare la sua gente e a decidere il passo. Voleva allontanarsi il più possibile e stancare uomini e animali.

In effetti era con sollievo che tutti avevano accolto l’ultima fermata e mentre la sua gente piantava il nuovo campo alla luce del sole in declino, Mor e Abdefatha avevano preso i due cavalli più forti ed erano tornati lì.

Non che questo sarebbe servito a nascondere qualcosa. Mor era certo che già il giorno dopo si sarebbe saputo quello che aveva fatto. Il suo comportamento di quel giorno era certamente stato sospetto e lui lo sapeva. Di certo qualcuno aveva visto lui e lo sciamano allontanarsi, magari Abdefatha avrebbe parlato. No, non c’era modo di nascondere certe cose, ma era sempre meglio che la gente non vedesse.

Si girò bruscamente quando sentì Abdefatha avvicinarsi. Lo sciamano impugnava un robusto scalpello e un martello. Si inginocchiò di fianco alla lunga cassa, infilò lo scalpello sotto il bordo del coperchio vicino ad uno degli angoli e con un colpo di martello, facendo leva, sollevò i chiodi, ripeté l’operazione anche a metà e all’altra estremità del lato lungo, poi anche sui lati corti. Mor vide che alla terza scalpellata il vecchio arricciava il naso.

Quando i coperchio fu allentato su tre lati, i due uomini ne afferrarono il bordo più lungo schiodato e scoperchiarono la cassa.

Una zaffata di odore intensissimo di balsami investì i due e ad esso era già mischiato l’odore della decomposizione in un insieme nauseante che diede a Mor un capogiro momentaneo ma accecante.

Il corpo che vi era all’interno sembrava incorrotto ma era ovviamente solo apparenza. Mor lasciò le sue labbra abbozzare un sorriso, pensando che era davvero ironico. Barek aveva sempre avuto un aspetto fiero e possente, era un re, ma anche un guerriero, e la sua parola, il suo volere, avevano un potere particolare. Però dentro era sempre stato marcio, Mor lo sapeva meglio di chiunque altro, tranne forse Ghimara, che l’aveva scoperto molto dopo di lui, ma in maniera molto più chiara e violenta.

Barek indossava i suoi abiti più belli e tutti i suoi gioielli. Anche le sue armi erano sepolte con lui e la cassa era foderata con i suoi tre mantelli. Le mani artigliavano l’impugnatura della spada sul petto con uno spasmo quasi violento e il viso, che insieme alle mani era l’unica parte visibile del suo corpo, era atteggiato ad un ghigno cattivo, brutale, i denti semiscoperti. Gli occhi erano chiusi, ma non del tutto. La pelle, che era stata abbronzata, ora era grigia e intorno alla fronte c’era una striscia più chiara dove era stato il cerchio d’oro del comando. Quello che adesso era Mor ad indossare.

‘Ora mostri veramente quello che sei sempre stato’, pensò il giovane con disprezzo. Sentì un grumo d’odio serrargli la gola, ma lo ingoiò. Adesso non serviva. Adesso quello era inutile.

Mor alzò gli occhi dal cadavere e lanciò uno sguardo ad Abdefatha quando lo sentì muovere i suoi arnesi nella sacca.

Lui non si fidava del suo nuovo re, glielo leggeva negli occhi. Così come leggeva la diffidenza negli occhi di tutta la sua gente.

Barek non aveva mai avuto figli, ma aveva allevato lui come un figlio. Già… come un figlio…ed era quindi giusto che fosse lui il suo erede. Quello che non era giusto era il modo in cui Barek era morto. Avvelenato. Un guerriero non muore avvelenato. Un guerriero non avvelena il suo avversario per poi prenderne il posto, il potere, la moglie, le ricchezze. E poi per paura fare questo.

Per paura…

Mor ingoiò a vuoto, stringendo poi le labbra.

Sì, era stata la paura il suo peccato.

Abdefatha si alzò, voltandosi verso di lui. Impugnava in una mano ancora il martello e nell’altra due chiodi lunghi ciascuno come un avambraccio. Si avvicinò alla bara fissando il corpo che vi disteso, alzò però gli occhi su Mor quando gli fu vicino.

Il giovane gli stava tendendo una mano.

“Dammi”, disse. “Lo faccio io”.

Questo non avrebbe cambiato nulla e Mor lo sapeva, ma sentiva il bisogno di farlo.

Forse anche Abdefatha lo pensò in quei pochi momenti di esitazione, poi però, senza una parola, porse martello e chiodi al suo re.

Mor ne sostenne lo sguardo mentre li accettava, per poi volgersi vero Barek , ciò che era stato Barek. Si inginocchiò accanto alla bara e gli pose la punta di uno dei chiodi sulla fronte. Esitò solo un momento, ascoltando lo sciamano che cominciava ad intonare le parole del rito, poi sollevò il martello e lo fece ricadere con tutte le sue forze. L’osso frontale si fratturò, infossandosi nel mezzo e rialzandosi sulle tempie, deformando la fronte e l’aspetto totale del viso. Mor cercò di non guardarlo, fissando solo la grossa testa del chiodo. La punta trapassò la frattura affondando nel cervello come nel burro e sbatté contro l’osso della nuca. Il giovane assestò un altro colpo e il chiodo sfondò il cranio, penetrando nel legno della cassa. Altri due colpi violenti e la testa del chiodo affondò quasi nella fronte di Barek.

Mor pensò che desiderava colpire ancora, distruggere al testa e tutto il resto di Barek, ma questo non avrebbe affatto cambiato le cose. Nulla.

Con uno sforzo cosciente spostò invece la propria mano, con il secondo chiodo, sul petto di Barek, all’altezza del cuore. Affondò anche quel chiodo fino alla testa e poi prese altri due chiodi più corti che Abdefatha gli porgeva e con quelli inchiodò i piedi.

Quindi si alzò. Adesso era lui ad ansimare.

“Questo non servirà”, disse la voce cupa dello sciamano, appena conclusa la nenia magica, inducendo il giovane a guardarlo. “Barek era un uomo forte, e il suo corpo era forte quasi quanto il suo odio”.

Mor lo fissò alcuni momenti, tacendo, riprendendo fiato, quindi disse: “Aiutami a seppellirlo di nuovo”.

 

* * *

 

Ghimara sentì il rumore di qualcuno fuori dalla tenda ancora prima di vedere l’ombra muoversi controluce. Alzò allora il busto dal letto e si puntellò a un gomito stringendo una delle pellicce al seno nudo e guardando verso l’ombra che si avvicinava.

Un lembo della tenda venne spostato e la sagoma scura di un uomo si profilò contro la luce della luna. Era un guerriero vestito di cuoio e pelliccia, dalla corporatura solida e le braccia forti. I capelli neri gli coprivano le spalle e sebbene Ghimara non potesse distinguere il suo viso, vide il luccichio della luna sul cerchio d’oro attorno alla sua fronte.

Fino a pochi giorni prima un’altra persona sarebbe stata su quella porta, qualcuno che la riempiva di terrore, ma ora disse: “Mor?” con una nota di sollievo nella voce.

Il giovane lasciò cadere il lembo di tenda e venne avanti stancamente, le spalle curve. Dentro non c’era molto, ma tutto ciò che c’era era prezioso, come le pellicce del letto o come anche il braciere lavorato, posto al centro della tenda, sulla terra nuda, attorniato però da tappeti disposti senza un ordine, a volte sovrapposti, ma spessi e dai disegni complicati e sgargianti.

Mor si inginocchiò accanto a quel braciere, le mani strette a pugno fra le ginocchia allargate. Le braci ancora palpitanti colorarono di rosso il suo viso cupo.

Non disse niente.

Ghimara attese diversi momenti, poi si alzò, avvolgendosi in una delle coperte, e lo raggiunse accanto alle braci.

“Cominciavo ad avere paura”, disse in un soffio, seduta accanto a lui. “E’ quasi l’alba”.

“Abbiamo finito molto tempo fa, ma non potevo tornare subito”, Mor fissava le braci morenti, la sua voce era roca e sommessa. “Non potevo sopportare di avere addosso il suo odore, non lo potevo sopportare. Così ho costretto Abdefatha ad andare prima alla Polla della Luna, anche se lui non voleva venirci”.

Esitò un momento, stringendo la mascella.

“La polla era nera come la pece, gli spiriti aleggiavano su di essa come grigi riccioli di nebbia, ma io mi sono immerso lo stesso. Tutto era meglio che avere il suo odore addosso”.

Ghimara si strinse a Mor, appoggiò il viso sulla sua spalla.

“E sai cosa pensavo, intanto? Pensavo che tutti quegli spiriti erano uomini, una volta, e mi chiedevo di quali colpe si potessero essere macchiati per essere condannati a rimanere intrappolati fra la vita e la morte, così, in eterno, nell’oscurità”.

Le spalle di Ghimara si scossero in un singhiozzo.

“E’ tutta colpa mia”, disse, la voce soffocata, il viso nascosto contro la spalla di Mor.

Il giovane si volse verso di lei, le cinse le spalle tremanti con un braccio.

“No”, sussurrò teneramente. “La colpa è mia”, il suo viso tornò ad incupirsi. “Soltanto mia”.

 

* * *

 

Il giorno dopo ordinò di levare il campo, cosa che sollevò proteste e bisbigli ai quali Mor non prestò nessun orecchio. Impose una marcia sostenuta tutto il giorno e, a sera, si accamparono di nuovo, ma Mor notò che molti piantavano le tende in modo provvisorio, scambiandosi sguardi fra loro.

Ci pensò tutta la sera, a quegli sguardi, e pensò anche ad altro mentre si rotolava nel letto di pellicce, cercando di non svegliare Ghimara. Alla fine si alzò, inquieto, si vestì, prese il suo cavallo e partì al trotto. Si disse che avrebbe semplicemente fatto un giro per distendersi, ma quando si accorse di essere tornato sulla pista della sua carovana, si fermò. Spinse lo sguardo indietro, nel profondo della notte, non vide nulla ma questo non lo rese più tranquillo. S’impose comunque di voltare il cavallo e tornare al suo letto.

Il giorno dopo ordinò di nuovo di levare il campo e di nuovo impose la marcia tutto il giorno.

Questa volta ci furono meno proteste, ma più sguardi scambiati in tralice alle sue spalle. Mor se ne accorse, ma fece finta di non vedere.

A metà della giornata Ghimara venne ad affiancarlo con il suo cavallo.

“Non ci fermiamo?”, chiese. “Il posto è buono e la gente e gli animali sono stanchi”.

“No, proseguiamo”, replicò Mor, asciutto, senza guardarla in faccia. Sentì anche senza vederlo che lei si tendeva, esitava, probabilmente schiudeva le labbra come per aggiungere qualcosa, ma poi taceva. Non aveva bisogno di guardarla, percepiva le sue emozioni, così come lei non aveva bisogno delle sue parole per sapere cosa aveva nel cuore. Si conoscevano da sempre. Si amavano da sempre.

Ghimara gli rimase al fianco tutto il giorno, ma non disse più una parola. Questo mise Mor tanto a disagio che quella sera rimase con lei solo per poco, senza quasi dire nulla. Poi, quando cadde la notte, si avvolse nel suo mantello più spesso e vagò senza pace fra le tende provvisorie. La loro precarietà lo umiliava perché significava che la sua gente già sapeva che il giorno dopo lui avrebbe di nuovo ordinato di levare il campo. Avrebbe ripreso la sua fuga.

Mor si strinse nel mantello, di giorno faceva molto caldo, ma le notti erano fredde nella steppa. C’era buio, la luna era una falce sottile nel cielo cosparso di stelle troppo piccole e lontane. Il vento soffiava languidamente e al giovane re pareva che il suo alito freddo fosse la carezza spettrale di quegli uomini e quelle donne che erano morti tanto tempro prima di lui con una colpa nel cuore.

Vagò senza meta e poi si ritrovò a guardare la pista oscura da cui erano venuti. Ma questa notte non l’avrebbe percorsa, quella notte non avrebbe preso il suo cavallo per tornare indietro. Sarebbe invece andato avanti l’indomani.

“Gli spiriti non potranno dirti nulla di buono, mio re”.

Mor si voltò, trasalendo, al suono improvviso della voce cavernosa di Abdefatha. Lo sciamano, piccolo, emaciato, grigio, quasi nudo, gli era giunto alle spalle senza alcun rumore ed ora Mor lo vedeva in modo indistinto, fra le ombre, come se in realtà appartenesse ad esse. E forse era così per tutti gli sciamani.

“Non li stavo ascoltando”, ribatté, con una certa titubanza. Non si fidava dello sciamano che era stato anche lo sciamano di Barek, però non poteva ignorare che erano stati insieme durante il rito, che non avrebbe potuto fare nessun rito senza di lui. La strana complicità che si era creata fra loro lo rendeva allo stesso tempo furioso e insicuro nei suoi confronti.

“Certo che li ascoltavi”, Mor ricordò che anche Barek non si fidava di Abdefatha. “Loro sono la voce del rimorso”, ma del resto Barek non si fidava di nessuno. “Si sentono più forti di notte, vero?”.

Mor si limitò a guardarlo, tacendo.

“Non riuscirai a sfuggirgli, Mor”.

“Non sto fuggendo”, chiarì lui.

Abdefatha sogghignò, gorgogliando, un mezzo ghigno nascosto dalle ombre.

“Barek era un uomo forte, te l’ho già detto e del resto lo sai. Un uomo d’odio. Tornerà per vendicarsi di chi l’ha ucciso in modo così disonorevole, e non potremo fare nulla per fermarlo”.

“Non ho paura di lui”.

“Davvero? Questo significa che domani non toglierai il campo?”.

Mor non rispose, limitandosi a fulminare lo sciamano con uno sguardo risentito. Lui si voltò senza alcun timore e scomparve fra le ombre.

 

* * *

 

L’indomani Mor non diede alcun comando.

La sua gente si alzò presto, era già pronta a togliere il campo e ripartire quando il sole era ancora basso all’orizzonte, ma il re non si fece vedere. Rimase nella sua tenda, insieme alla sua regina.

Rimase sdraiato fra le pellicce senza dire nulla, fissando il soffitto di tela attraverso cui filtrava la luce polverosa del sole.

Ghimara venne a sdraiarsi accanto a lui.

“Hai paura?”, gli chiese appoggiandogli la testa castana su una spalla.

Mor sorrise amaramente: “L’ho sempre avuta”, disse.

“Tu non sei un vigliacco!”, protestò la ragazza, alzando la testa di scatto. “Ti ho visto combattere, anche con guerrieri più anziani ed esperti di te. Ti ho visto tenere testa a loro… e anche a Barek”.

“Ma ho sempre pensato solo a me stesso, non è forse la vigliaccheria più grande questa?”.

“Barek mi avrebbe presa lo stesso, anche se tu ti fossi opposto”.

“Però non l’ho fatto. Non ho avuto il coraggio di rischiare”.

Volse il viso verso di lei e si guardarono negli occhi.

“Ho pensato che la mia gente mi avrebbe creduto avido e brutale, come lui. Ero così spaventato dall’idea di potergli assomigliare, che sono diventato peggio”.

Ghimara negò con il capo.

“Che uomo sono se non so per cosa valga le pena uccidere e morire?”.

“Tutti noi possima sbagliare, Mor, siamo solo umani”, la voce le morì in fondo alla frase.

Mor sospirò.

“Forse sto sbagliando ancora”, disse, poi aggiunse, cambiando tono: “Fai chiamare Abdefatah, gli devo parlare”.

Ghimara per un attimo rimase immobile, neanche a lei piaceva lo sciamano, ma poi si alzò e uscì dalla tenda.

Mor rimase assorto ancora qualche momento, quindi si alzò per andare ad inginocchiarsi accanto al braciere, che ora era spento. Reclinò il capo all’indietro e fissò il soffitto, sentendo le voci e i rumori della vita quotidiana attorno a lui. La sua gente. La sua gente?

Il pulviscolo danzava nell’aria alla luce filtrata del sole. Sembrava sospeso in una danza eterna. Mor si chiese se anche quelli erano spiriti, spiriti senza colpe che danzavano in eterno nella luce.

Abdefatha entrò e Mor abbassò lo sguardo per guardarlo. Sembrava soddisfatto e questo lo irritò. Gli annuì con il capo e lo sciamano venne a sedersi di fronte a lui e al braciere.

“Ho pensato a quello che mi hai detto”, esordì il re.

“Me ne compiaccio”.

“E penso che tu abbia ragione, che non riuscirò a sfuggirgli. Che lui inseguirà il suo assassino fino a quando la sua rabbia non troverà una conclusione”.

Abdefatha scosse il capo, un gesto quasi incredulo.

“Perché lo hai ucciso così? Se lo avessi ucciso come un guerriero il suo spirito avrebbe avuto pace”.

“Questo non lo credo”.

“Eri il suo erede. Avresti avuto tutto comunque. Tutto. Valeva la pena fare questo per una donna?”.

Mor strinse gli occhi e la mascella.

“Ghimara non è una donna, è la mia donna. Noi ci apparteniamo, è questo che Barek non ha mai sopportato”.

“Potevate averla entrambi”, lo sciamano inarcò le sopracciglia come a dire: Era così semplice!’ e questo fece infuriare Mor. Dovette inghiottire e inspirare e comunque sibilò quando disse: “Sai che cosa le ha fatto?”.

“No”.

“Nemmeno io. Non me lo vuole dire. Quello che so è che le prime notti che siamo tornati insieme aveva repulsione a farsi toccare persino da me”, inspirò aria con un sibilo. “Barek era un porco. Ha ucciso uomini, donne, bambini per tutta la sua vita. Ha umiliato guerrieri mille volte migliori di lui. Ha stuprato, saccheggiato, distrutto, disonorato chiunque e qualunque cosa. C’erano molti motivi per cui meritava di morire, ma è morto per questo, e credo che abbia fatto esattamente la fine che meritava”.

Il viso di Abdefatha si indurì, ma lo sciamano non replicò. Mor chiuse gli occhi e si impose di calmarsi.

“Come sa che sono stato io?”, chiese poi.

“Come lo sappiamo tutti. C’eravate solo tu, Ghimara e Barek nella tenda, e in molti lo abbiamo sentito gridare il tuo nome prima che crollasse al suolo. Lo hai dimenticato?”.

“No, non l’ho dimenticato”, mormorò. “Ma sapevo che i morti non ricordano sempre tutto”.

Abdefatha sogghignò: “Questo è vero, ma il nome di chi li ha uccisi lo ricordano sempre ed è quello a portarli sulla loro strada. Il tuo nome lo ricorderà”.

Mor tacque.

 

* * *

 

La brezza serotina era piacevole, non era il soffio soffocante del giorno, né il tocco freddo della notte, ma una carezza tiepida e languida. Non era ancora il crepuscolo, ma presto lo sarebbe stato. Il sole era una palla infuocata di arancione sospesa sulle creste delle montagne.

Mor era rimasto tutto il giorno solo nella sua tenda senza voler parlare con nessuno, poi, al declino del sole, aveva preso il cavallo solo per vagare, ancora da solo, intorno al campo. Alla fine era tornato alla pista del giorno prima e adesso era lì fermo, a guardare la strada percorsa che si perdeva nelle ombre del tramonto.

Sentì gli zoccoli di un cavallo trottare alle sue spalle e si voltò sulla sella. Vide Ghimara venire verso di lui, vestita da uomo, cavalcando come un uomo, i lunghi capelli legati in una treccia che le scendeva su una spalla. Gli si venne ad accostare.

“E’ il tramonto”, disse. “Non restare qui, presto verranno gli spiriti”.

“Loro non mi faranno nulla”, rispose Mor.

Ghimara tacque alcuni momenti, poi disse: “Abdefatha dice che ti inseguirà fino a trovarti”, il suo viso era preoccupato.

Mor le sorrise.

“Non ci crederai?”, ribatté divertito.

Lei non rise.

“Barek era un uomo malvagio, un uomo d’odio”.

“Ora è morto”.

“Però tu l’hai fatto, il rito dei chiodi”.

“E quindi a maggior ragione non ti devi preoccupare. Non si leverà dalla sua bara”.

“Non è giusto che si tu a pagare”.

“Sono il re, adesso”.

“Ma Barek…”.

“Ghimara…”, Mor le toccò un braccio, l’accarezzò. Lei era così turbata, per questo le sorrise di nuovo. “Barek è morto. Ci ha lasciato la sua paura perché non aveva altro da lasciarci, ma non può più farci del male”.

Lei si morse le labbra: “Allora perché sei venuto qui, stasera?”.

“Per dirgli addio per sempre. Devo farlo io. Su, torna alla nostra tenda”.

“E tu?”.

“Sarò subito da te”.

Lei non si mosse.

“Va’”, la esortò Mor, dolcemente. Ghimara allora tirò le redini e fece voltare il cavallo mentre però ancora guardava verso di lui, poi s’incamminò, lentamente.

Mor la guardò, immobile, finché non la vide inoltrarsi fra le tende, in lontananza. Allora volse di nuovo il cavallo verso la pista per scrutarla ancora qualche momento. Era diventata più scura, ora. Spronò il cavallo e vi si immerse.

La notte calò velocemente, l’aria si fece più fredda, gli spiriti cominciarono a sussurrare e Mor continuò a percorrere a ritroso la pista già percorsa, al trotto costante, fino alla macchia d’alberi che avevano attraversato il secondo giorno di marcia. Lì rallentò, frenato da un presagio, o forse solo dal timore e poi spinse il cavallo al passo. La notte era buia, ma sotto gli alberi era addirittura tetra. La luce era poca però sufficiente a fargli distinguere la pista, la luce lattea della luna disegnava ombre inquietanti, spettrali. La brezza muoveva le fronde degli alberi che bisbigliavano in tono sinistro.

Barek gli stava venendo incontro sul sentiero, a piedi.

Appariva quello di sempre, con i suoi vestiti sontuosi, i gioielli luccicanti, la spada al fianco, il viso abbronzato e il cerchio d’oro attorno alla fronte. Il sorriso, però, aveva qualcosa di più ferino del solito e gli occhi… gli occhi non erano occhi, erano qualcosa di marcio e morto. Mor lo notò mentre si avvicinava, almeno fino a quando il cavallo accettò di avvicinarsi, perché a un certo punto scartò all’indietro, nitrendo, le orecchie abbassate, e per quanto Mor facesse non volle saperne di proseguire.

Barek si fermò e rise malignamente. Mor fermò il cavallo lontano, gli batté una mano sul collo, sentendone il respiro pesante. Lui non avvertiva niente.

E’ un inganno così grande!’, pensò e scese di sella.

“Pensavo che avresti continuato a fuggire come un coniglio fino a quando non ti avessi azzannato sul collo”, rise Barek, sguaiatamente.

“A meno che i tuoi denti non ti si sparpaglino attorno!”. Il riso di Barek si troncò a mezzo. “Tu sei morto, Barek, non mi fai paura”.

“Sarò morto quando la lama di un guerriero trapasserà il mio corpo e questo non è ancora avvenuto”, ringhiò.

Mor sfilò la lunga spada dalla sella e sibilò: “Sono qui per accontentarti!”, mentre però pensava: ‘Un morto non può morire di nuovo!’.

Venne avanti con la spada in guardia mentre Barek alzava la sua, soddisfatto, sicuro come sempre.

‘Ho battuto altri guerrieri’, pensò il giovane. Posso battere anche lui’.

Gli si lanciò addosso lasciando che la paura fluisse dentro di lui e si trasformasse in furia, ma senza permetterle di prendere il controllo. Le spade cozzarono ripetutamente, con tale forza da sprizzare scintille, ancora, ancora, ancora. Il cavallo nitriva e trottava via ogni volta che i due si avvicinavano, ma poi girava in tondo, senza allontanarsi mai troppo dal suo padrone.

Quando Mor si scostò per riprendere fiato era fradicio di sudore e l’aria gli grattava la gola. Aveva diversi tagli sulle braccia e sulle gambe, li vedeva anche se non li sentiva. Guardò verso Barek con furia. Lui non era sudato, non era affaticato, non era sanguinante.

‘Lui non è vivo!’.

Lasciò ancora la furia fluire dentro di lui, scacciare la stanchezza dai suoi muscoli e balzò di nuovo avanti.

Le spade si scontrarono, le scintille gli annerirono i vestiti e la pelle, il sudore gli colava sugli occhi, bruciandoli. All’improvviso sentì un piede scivolare sulla pista sconnessa, piegò il busto di lato per non perdere l’equilibrio e il fendente di Barek, diretto alla sua testa, risultò troppo alto. Cambiando direzione repentinamente, Mor s’infilò sotto la lama dell’avversario e con un colpo di rovescio gli squarciò il petto.

Barek si immobilizzò.

Mor piroettò su se stesso e balzò indietro con un sospiro di sollievo, poi vacillò, gli occhi sgranati.

Barek si rimise in posizione di guardia, sogghignando. Non c’era traccia di sangue, sebbene il suo petto fosse aperto in due. I muscoli lacerati avevano un nauseante colore grigiastro che quasi si confondeva con quello delle ossa della gabbia toracica, scoperta. All’interno delle costole c’era solo marcio e vermi, tanto che lo stomaco di Mor si contorse sebbene lui non sentisse alcun odore.

“Tu non mi puoi uccidere!”.

Barek gli balzò addosso e Mor era tanto sconvolto che si lasciò sorprendere. Parò il primo fendente, ma non riuscì a spostarsi all’indietro. Parò anche il secondo, ma l’equilibrio era ormai perso. Parò anche gli altri colpi, cercando di recuperare il proprio spazio, ma non poteva essere abbastanza veloce. Barek gli era addosso.

Indietreggiò freneticamente, pensando: Non indietreggiare! Non indietreggiare o sei finito!’. Questo gli era stato insegnato molto tempo prima, ma non aveva mai provato com’era. Adesso sentì la mente confondersi, concentrandosi sul movimento delle gambe che si spostavano all’indietro, non abbastanza velocemente, non abbastanza! E le braccia muoversi per istinto, parando i colpi dell’avversario per disperazione e paura. Sentì la propria furia trasformarsi in panico quando si accorse di non riuscire più a pensare. L’equilibrio fu spezzato del tutto, Mor si sentì cadere e poi si ritrovò nella polvere della pista.

Solo allora la sua mente ritrovò un fuoco: la punta della spada sospesa su di lui. Barek la stava sollevando, ma all’improvviso si immobilizzò. Mor trasalì, all’inizio senza sapere perché, poi vide un’altra spada, incastrata nel collo di Barek, la punta che sporgeva in avanti per due palmi.

Un rivoltante odore di putredine si abbatté su di lui, togliendogli il respiro. Il viso di Barek adesso era irriconoscibile, la pelle grigia gli cadeva a pezzi, gli occhi erano pieni di vermi, l’osso frontale era fratturato nel mezzo, la testa del ciodo che lui stesso aveva piantato conficcata in profondità, affondata. Mor si trascinò all’indietro sulla schiena per istinto. Non riuscì a pensare a niente.

Vide Barek alzare una mano putrefatta, toccare la punta della lama con il palmo e quindi spingerla via per liberarsene. La lama cadde di lato, disegnando un arco, la testa di Barek penzolò malamente, tagliata per metà, e quando il re morto girò su se stesso voltandogli la schiena, Mor vide oltre lui Ghimara con la spada in una mano, l’altra premuta sulla bocca, gli occhi spalancati, inorriditi. La donna indietreggiò di due passi ma poi si fermò.

“Tu!”, ringhiò Barek. Anche la voce era corrotta.

Ghimara si tese, il viso si contrasse e negli occhi le brillò una luce diversa, una luce che Mor aveva visto solo quella notte nella tenda di Barek. La notte che Barek era morto, la notte in cui era stato avvelenato.

“Che cosa c’è?”, chiese Ghimara, la voce distorta dall’odio. “Ti sorprende che persino questa cosa che tenevi nel tuo letto abbia una sua volontà e una forza? Io ti ho ucciso una volta, Barek, e posso farlo di nuovo!”.

“Tu? Non puoi essere stata tu!”.

Barek sollevò la sua spada. Ghimara afferrò anche con l’altra mano l’elsa della sua. Quello era l’unico modo per lei di sollevarla, ma non sarebbe mai stata abbastanza veloce. Mor lo realizzò in un lampo e mentre pensava: Solo un vigliacco colpisce un avversario alle spalle’, stava già balzando in piedi, la spada in pugno. Trapassò Barek da parte a parte.

Quello si immobilizzò. Ghimara abbattè la lama sul collo e questa volta gli recise il capo, che cadde, rotolando sulla pista. Mor rigirò la lama nella ferita e poi la strappò di lato per liberarla, lacerando tutto il fianco. Il corpo di Barek cadde a terra come un sacco vuoto.

Ghimara raggiunse la testa recisa e con un colpo rabbioso la spazzò in due schizzando materia putrefatta, vermi e schegge d’osso tutt’attorno. Poi calò un altro colpo e un altro, ancora, rabbiosamente, ancora, ancora…

Mor corse da lei, l’afferrò per le spalle, la trasse via. Lei si divincolò, piangendo, ma poi si lasciò abbracciare. Abbandonò la testa sulla spalla del suo uomo, abbandonò la presa sulla lama e lasciò che Mor la tirasse lontano, indietreggiando.  Singhiozzava forte, il viso inondato di lacrime. I cavalli trottarono via quando Mor raggiunse un tronco vicino al quale si erano rifugiati e vi si appoggiò con la schiena.

“Dovevo farlo io!”, diceva Ghimara fra i singhiozzi, la voce che le grattava la gola. “Dovevo farlo io!”.

Mor piegò la testa verso il suo collo, stringendole la vita.

“No”, sussurrò. “Io, dovevo farlo”.

 

© 2000 Sarah Zama