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WE BAND OF BROTHERS

Paola Cartoceti

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Liberamente ispirato a "Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re" capitolo "L'assedio di Gondor"


    Era calata la notte sulla Città Bianca, una notte da cui pochi di noi speravano di risvegliarsi. Stavo pattugliando il Muro Orientale al sesto livello, sforzando gli occhi per intravedere il nemico che schiumava in lontananza sotto il bagliore rosso dell'Orodruin. Diversi dei miei uomini mi gettarono uno sguardo, con occhi febbricitanti e guance pallide sotto gli elmi metallici. Rivolsi loro un sorriso, lieto della gratitudine sui loro visi, oppresso dalla mia disperazione.
    "Ce la faremo, signore?" chiese una sentinella del turno smontante, seduto con volto assonnato contro uno spalto. Era così giovane che avrebbe creduto a qualsiasi cosa gli avessi detto. "C'è qualcos'altro che posso fare per aiutare?"
    "Il tuo dovere ora è farti qualche ora di sonno, fratello mio," gli dissi. "Dobbiamo rimanere vivi fino a domani, e poi a dopodomani. Non c'è niente altro da fare."
    Erano solo le mie solite chiacchiere, ma parvero funzionare. Il ragazzo mi sorrise, annuì e depose il capo sulle braccia.
    "Che succede, Irolas?" disse una voce stanca dietro di me. "Non dovresti essere con la tua famiglia, stanotte?"
    Mi girai e mi trovai di fronte il capitano, ancora avvolto nel mantello verde, con il cappuccio sollevato. Un sorriso teso gli tagliava il volto mentre mi guardava a capo leggermente chino. Un'ombra di barba nello stile del Nord lo rendeva più asciutto di quanto lo avessi visto quel pomeriggio da lontano.
    "Mio signore," esclamai, cadendo su un ginocchio. I miei uomini gli fecero un rapido saluto e poi si dedicarono di nuovo ai loro doveri, sussurrando sommessamente.
    "Alzati," replicò il sire Faramir. "Né io né il protocollo abbiamo mai richiesto un tale onore."
    "Ma signore," cominciai, mentre mi prendeva il gomito per rimettermi in piedi. Mi meravigliai della forza che gli rimaneva. Quando ci trovammo di nuovo faccia a faccia, mi mancarono le parole. Avevo appena tributato onore all'uomo che avevo visto proprio quel giorno riportare indietro quello che restava della guarnigione di Osgiliath, resistendo a un attacco di cinque Nazgûl. Non aveva nulla a che fare con il protocollo.
    Feci una pausa, trassi un profondo respiro. "Condoglianze per la tua perdita, capitano," dissi infine, come se fosse stata una spiegazione. Andava detto, poiché non ci vedevamo da lungo tempo, ma sapevo che aveva ricevuto condoglianze per tutto il giorno. L'affetto di un'intera città può essere travolgente. E invero egli si limitò ad annuire e mi ringraziò con un breve cenno.
    Proseguì nella sua passeggiata, e io mi affiancai, imitando il suo passo lento. "Ho mandato la mia famiglia in un luogo più sicuro nella cittadella," spiegai mentre sorvegliavamo gli spalti e gli uomini pronti a difenderli. "Ci siamo già detti addio."
    Faramir annuì, chiaramente poco incline a fare commenti sulla sicurezza di alcun luogo sotto l'ombra crescente del Nemico. Camminò in silenzio per un poco, poi disse: "Ho dovuto lasciarmi indietro anche Madril."
    "Ahimè, l'ho immaginato," sussurrai, "quando non l'ho visto con te. Mi dispiace."
    Il capitano guardò fuori, stringendo le mandibole. "Non sopporto il pensiero del suo corpo in mano agli Orchi."
    Rabbrividii. Anch'io non potevo pensarci. Tutti e due conoscevamo Madril da quando eravamo ragazzi, il vecchio e fedele luogotenente, parente della casata dei Sovrintendenti. Mi rivolsi verso Faramir, e vidi nei suoi occhi che non si distoglieva dall'orrore che giaceva in Osgiliath quella notte.
    "Adesso la sua anima è in pace," dissi, nel tentativo di confortarlo.
    "O lo sarà," mormorò Faramir, "quando avranno finito con lui."
    "Mio signore!" esclamai, sconvolto. Alcuni soldati si girarono allarmati. Abbassai la voce. "Perché ti tormenti così? Non lo meriti."
    Faramir si strappò da quei pensieri con uno sforzo. "Perdonami, Irolas."
    Scossi la testa e osai mettergli una mano sulla spalla. "Non ne parliamo, signore. Vieni. Sono sicuro che potremo trovare un poco di riparo nella sala delle guardie sul livello, e magari una tazza di minestra bollente."
    Praticamente trascinai il mio capitano con me. Eravamo tutti cupi e oppressi, ma in lui c'era un'irrequietezza che avevo visto spesso nei miei soldati da quando l'Oscurità era calata su di noi – ovvero, fin dal giorno in cui avevo preso servizio. Era un pericoloso abbattimento del cuore, che divorava il desiderio di vivere. La cosa peggiore che possa accadere a un uomo d'armi.
    Girammo un angolo e scorgemmo le luci vivide della sala delle guardie che ci chiamavano, e sì, il profumo di una zuppa di funghi calda. Mi sentivo già rincuorato un poco. Entrammo chinando la testa sotto una bassa arcata di pietra e il soldato che rimestava la pentola si inchinò a Faramir che aveva gettato indietro il cappuccio. Non aveva ordini di cucinare a quell'ora; avrebbe dovuto essere a riposare. Tuttavia sapevo che era sua abitudine rifugiarsi nella sala delle guardie quando si sentiva demoralizzato. Era un uomo semplice, più incline a organizzare che a uccidere. Temevo che presto non avrebbe più avuto il lusso di scegliere.
    Versò due scodelle di minestra e ce le tese con un gran sorriso, poi ci lasciò soli. Attesi che il capitano prendesse posto su una panca di legno, e poi sedetti pesantemente al suo fianco e mi tolsi i guanti per mangiare. L'armatura ingombrante mi infastidiva, poiché l'avevo addosso da ore. Malgrado l'abbattimento avevo fame, e la zuppa era eccellente. Ma Faramir mangiò in fretta, in silenzio, con lo sguardo perso nel gioco di ombre e luce di torcia sul pavimento. Quando ebbe ripulito la scodella, parve pronto a tornare a qualsiasi attività lo avesse impegnato in quella notte tormentata.
    "Faresti meglio a riposare un poco, signore, se posso permettermi," dissi in fretta quando si alzò. "Le tue stanze vi hanno atteso troppo a lungo. Mia moglie, come sai, è governante a palazzo, e si è accertata che tutto fosse pronto per il tuo ritorno."
    Faramir si fermò sulla soglia. "Davvero?" disse, sollevando le sopracciglia con sarcasmo.
    Sedetti sbalordito, la scodella di zuppa mezza vuota fra le mie mani. Quel comportamento era così diverso dal giovane cortese e affettuoso che conoscevo. "Sì," replicai, senza capire. "Qualcosa non era di tuo gusto?"
    Il capitano strinse le labbra e mi soppesò in silenzio, con una diffidenza che mi feriva. Il suo volto si addolcì lievemente. "No, era tutto perfetto, Irolas, e dovrai ringraziare la dolce dama Nimloth da parte mia. Ma forse lei potrebbe dirmi perché stasera ho trovato le stanze di mio fratello chiuse con catena e lucchetto."
    Lo fissai. "Non capisco, mio signore," sussurrai.
    Faramir esitò, osservandomi mentre sedevo lì con la mia solita armatura e il mio mantello, come se non mi avesse mai visto prima. Non avevo il diritto di aspettarmi una spiegazione da lui, sempre così preso da importanti faccende di Stato. Eppure si girò e rientrò nella stanza, avvicinandosi al fuoco. Sospirò.
    "Invero ho cercato di riposare, stanotte," disse, "ma sapevo che era inutile. L'ultima volta che sono stato qui, in quelle stanze così familiari, avevo ancora un fratello. Così, dopo aver passeggiato senza meta per un luogo che ora mi è straniero, ho cercato conforto al mio lutto negli alloggi di Boromir. Ricorda questo giorno, fratellino..." Faramir si girò verso di me con volto triste e freddo. "Sono state quasi le ultime parole che mi abbia rivolto, a Osgiliath, prima di partire per Imladris. È così difficile ricordare, adesso. Tanti fatti oscuri mi hanno offuscato la mente. Così sono andato alla sua stanza e ho trovato la porta sbarrata."
    Scossi la testa. "Non riesco a immaginare la ragione di una cosa del genere."
    Faramir annuì lentamente, fissando di nuovo le fiamme. "Io sì. Vedi, Irolas," e si girò verso di me, "rifiutavo di essere chiuso fuori dai miei ricordi di Boromir, quindi ho estratto la spada e ho spezzato la catena."
    "E?..." Ero affascinato dalla bizzarria di quel racconto.
    "E non ho trovato nulla, là dentro. Nessuna traccia delle cose di mio fratello, niente armatura, niente abiti, nessuno dei suoi libri sulla guerra. La stanza era fredda e vuota. Non rimaneva nulla di lui. Sono corso fuori, esigendo un'udienza da mio padre. Mi è stata rifiutata."
    Aggrottai la fronte. "È stato lui? Ma perché?"
    "Posso solo immaginarlo," replicò Faramir, e il dolore nella sua voce mi lacerò il cuore. "Ha incamerato ogni cosa, come un vecchio drago addormentato sul suo bottino. Crede di essere l'unico ad avere diritto al lutto. L'unico a essere stato privato di Boromir. L'unico che lo amava."
    Il capitano tacque bruscamente, stringendo i denti sulla sua rabbia. Di rado si apriva così liberamente. Non era un chiacchierone come me, che avrei seccato chiunque con i miei fastidi, se fosse valsa la pena di raccontarli.
    Misi da parte la mia zuppa non finita e mi alzai rigidamente, la cotta di maglia tintinnante contro l'acciaio. "Sire Faramir, la mentre di tuo padre è gravemente oppressa, e lo è stata per lungo tempo. Quest'ultimo colpo lo ha quasi fatto uscire di senno. Io credo che anche lui abbia cercato conforto come poteva."
    Faramir serrò gli occhi. "Sto cercando di capirlo. Ma quando ho visto che ha dato la mia vecchia tenuta da cerimonia a quello strano giovane..."
    "Al Mezzuomo?" esclamai. "In nome di Eru, mi sembrava familiare! Era la tua?"
    "Sì."
    Rimasi in silenzio. "Ebbene, mio signore, oso dire che non ti andava più bene," dissi poi senza pensare.
    Faramir fissò le fiamme per un momento, poi cominciò a ridere. Con mio grande sollievo, si rivolse verso di me con un volto che finalmente riconoscevo. Mi batté la mano sulla polsiera di metallo. "Ah, Irolas, burlone che non sei altro. Mi sei mancato moltissimo." Il suo sorriso si fece malinconico, e le parole successive parvero giungere attraverso un sogno di follia. "Che ci fai ancora qui, dunque? Perché non ho perduto anche te?"
    Il mio spirito crollò di nuovo. Gli afferrai il polso fasciato di cuoio prima che ritirasse la mano. "Mio signore... mi dispiace, mi dispiace tanto per tuo fratello. E il tuo parente Madril, è stato un duro colpo. E tuo padre abbatterebbe il cuore più forte, comportandosi in quel modo... ma anche Mithrandir è ancora qui. Hai cercato consiglio da lui?"
    "No."
    "No?" Per un momento fui molto vicino ad afferrare il capitano e scuoterlo. "Perché? Vieni con me, signore. Andiamo a cercarlo immediatamente." Cercai di spingerlo fuori dalla sala delle guardie. Nello stato in cui si trovava, mi sembrava la sola cosa ragionevole da fare. Il suo antico maestro avrebbe saputo aiutarlo meglio di me. Lo Stregone Bianco avrebbe sicuramente trovato le parole giuste per dare conforto al cuore di Faramir, spezzato in così tanti modi.
    Il capitano mi permise di trascinarlo di nuovo fuori sui bastioni prima di fermarsi e girarsi verso di me, allontanando la mia mano con una breve risata. "Irolas, ho incontrato Mithrandir poco fa, con Messer Peregrino, fuori dagli alloggi degli ospiti. Li ho rassicurati che avrei riposato, e ho augurato loro la buona notte."
    "Oh no," dissi, scuotendo la testa. "E lo stregone ci è cascato?"
    Faramir mi rivolse un sorriso asciutto, e riprese a camminare lungo gli spalti. "Ha letto nel mio cuore, come sempre; ma mi ha lasciato andare. Quel ragazzo è solo e spaventato. Ha bisogno di consigli molto più di me."
    "Ne sei proprio sicuro, signore?" chiesi piano.
    Ci fu un lieve trambusto sul sesto livello. Stava cambiando la guardia, ma sotto quel cielo malato e senza stelle pochi del turno smontante stavano dirigendosi ai loro alloggi. Oltrepassammo diversi soldati che si sedevano semplicemente in un angolo, pronti a far passare la notte. Non c'era nulla che potessi dire loro, anche se molti avrebbero grandemente desiderato che il loro capitano e io potessimo ordinare al sonno di visitarli. Il nuovo turno aveva preso posto e una calma relativa era di nuovo calata sugli spalti prima che Faramir parlasse di nuovo.
    "Mithrandir ha i suoi compiti a cui badare, Irolas, e sono gravi compiti invero. Ciascuno di noi ha il suo dovere, e non è il momento di metterlo in discussione. Il tuo è di proteggere la nostra città. Il mio è di ripartire domani per cercare di riprendere Osgiliath. C'è qualcosa che Mithrandir possa farci?"
    Rimasi senza parole. Faramir si appoggiò ai merli di pietra e fissò le luci oscene oltre l'Anduin, finché non fu costretto a chiudere gli occhi contro i suoi incubi, lasciando che il vento freddo spingesse via i capelli dal suo volto stanco e tirato.
    "Il vecchio ha osato ordinarti di far questo?" esclamai, in preda all'orrore.
    "Stai parlando del Sovrintendente di Gondor, soldato," disse severamente Faramir, girandosi verso di me con occhi che ardevano di un antico fuoco. "Attento alle tue parole."
    Pur colmo di sacro terrore, non riuscii più a stare zitto. "Perdonami, mio signore," sussurrai. "Fa' ciò che vuoi di me, ma ecco la verità. Ora per me esiste un solo Sovrintendente di Gondor." Mi inginocchiai di nuovo di fronte a lui. Gli presi le mani, e, prima che egli potesse comprendere ciò che stavo facendo, gli aprii le dita gelide e deposi le mie mani nude fra le sue nell'antico gesto di appartenenza. "Se le parole sono ancora necessarie, io giuro fedeltà a te, Sire Faramir, mio signore, e a nessun altro, in pace o in guerra, con la vita o con la..."
    Faramir interruppe il mio giuramento afferrandomi strettamente le mani, e, invece di tirarmi in piedi, cadde in ginocchio davanti a me e mi mise una mano sulla spalla coperta dall'armatura.
    "Irolas, siamo cresciuti insieme," disse gentilmente. "Siamo diventati soldati insieme. Mi hai massacrato negli addestramenti più volte di quante io possa contare, quando Boromir aveva di meglio da fare. Non sono il Sire Faramir per te, o il tuo signore, o qualsiasi altra sciocchezza."
    Fino a quel momento, ero stato convinto che mi stesse confortando, come doveva essere. Poi, sotto i miei occhi sbalorditi, mi lasciò andare e chinò il capo, afflosciandosi su se stesso.
    "Ti prego, mio signore," balbettai. "Non lasciare che gli uomini ti vedano piangere."
    "Vorrei poter piangere," giunse la sua voce, smorzata dalle pieghe del cappuccio. "Non ci riesco più. Non posso smettere di pensare ai morti, e a mio padre, e..." Il suo respiro si spezzò in singhiozzi aridi.
    "Faramir," lo supplicai. Che altro? Non c'erano limiti al suo dolore? Non potevo chiedere, perché egli non riusciva a parlare. "Faramir, abbi compassione di te stesso. Il dolore può essere un balsamo per il cuore in lutto, ma questo dolore ti sta avvelenando!" Tesi le braccia e cercai di abbracciarlo. Non potevo, per timore di ferirlo con la mia armatura.
    Il mio amato signore si allontanò da me, appoggiando la spalla contro il muro di pietra, fissando la volta vuota delle nubi. "Doveva esserci qualcos'altro da fare. Avrei dovuto insistere per partire al suo posto. Avrei dovuto agire diversamente a Osgiliath, e nell'Ithilien. Tutto continua a tornarmi alla mente. Questa notte vorrei non essere un capitano."
    I suoi occhi erano selvaggi. Ciò che vedeva mi terrorizzava, anche se io stesso non riuscivo a scorgerlo. Anch'io sapevo provare intenso dolore e paura, eppure per me erano ferite di spada, tormentose ma pulite e circoscritte. La sofferenza di Faramir era come un'ustione ampia e profonda sulla pelle; come una crescita maligna nelle viscere, una cancrena imputridita. Incurabile, forse. Se fosse stato un cavallo ne sarei stato sicuro, e lo avrei abbattuto perché smettesse di soffrire, non importa quanto lo amassi. Non riuscivo neppure ad afferrarne la portata; per me era impossibile anche solo pensare a tante cose insieme, come faceva lui. Riuscivo solo a vederne le conseguenze in lui.
    Mi slacciai il mantello e lo distesi sulle pietre, al riparo dal vento. "Allora riposa qui, come abbiamo fatto così tante volte quando eravamo più giovani."
    "Ricordo," sussurrò Faramir. Fissò il mantello, poi, con mio sollievo, abbandonò il sostegno del muro freddo e si distese stancamente.
    "Quella volta che noi tre facemmo fuori una ventina di Orchi," continuai, slacciandomi gli spallacci, e poi cominciando con il pettorale, "e io sarei morto dissanguato se tu non avessi saputo come legare un laccio. Boromir non aveva idea di dove mettere le mani. Lui si occupava di ringhiare a qualsiasi cosa si avvicinasse." Non sapevo neanche più se me lo stavo inventando. Ma sembrava calmarlo, così continuai a cianciare mentre mi sbarazzavo di armatura e cotta di maglia.
    Non avevo avuto intenzione di dormire quella notte, ma alla fine fui in grado di distendermi al fianco di Faramir. Lo circondai con le braccia, come facciamo noi soldati di pattuglia nelle notti fredde, e trassi il suo mantello a coprire entrambi. Quel gesto parve riscuoterlo. Depose il capo sulla mia spalla ed emise un respiro, anche se abbassando lo sguardo su di lui vedevo ancora i suoi occhi luccicare. Altri piccoli gruppi di soldati, raccolti insieme, cercavano di dormire poco lontano, mentre le sentinelle camminavano lentamente sopra di noi.
    "Dobbiamo solo rimanere vivi fino a domani, Faramir," gli dissi, appoggiandogli la mano sul petto tormentato, sopra l'Albero Bianco dipinto sul pettorale. "E poi a dopodomani. Davvero non c'è nient'altro da fare."
    Lo sentii annuire, e lo tenni più stretto per conservare il calore corporeo. Nell'immobilità assoluta, udii le sue ciglia chiudersi sfiorando la mia camicia di cuoio. Era il mio unico e solo signore, eppure aveva ragione, lì non c'erano capitani. Sperai che la semplicità della vita di un comune soldato gli fosse di conforto, almeno per una notte. Mentre lo sentivo scivolare nel sonno pensai di aver compiuto la mia missione.
    "Grazie, fratello mio," mormorò Faramir, mezzo addormentato.
    Le lacrime mi punsero gli occhi. "Ora riposa," sussurrai. "Penserò io a te." E con quella promessa, cercai di trascorrere nel sonno le ore che ci separavano dal nostro destino.

 

© Paola Cartoceti 2004.