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CANTICO
SULL'OCEANO
pp.
115, coll. "L'alba"
Ennepilibri
Editore, Imperia 2006, € 13,00
RILEGATO
A MANO
Prefazione
di Barbara Frittoli
Copertina
di Tiziano Micci
ROMANZO
FINALISTA AL PREMIO LETTERARIO PER
ROMANZI
INEDITI "LE ALI DELLA
FANTASIA" DI
CHIETI
NEL 2005
ROMANZO
VINCITORE EX AEQUO DEL C
ONCORSO
LETTERARIO PER ROMANZI INEDITI
PROMOSSO
DALLA CASA EDITRICE ENNEPILIBRI
DI
IMPERIA, 2006
I
commenti dei lettori sui IBS
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In un’ala deserta del Louvre
è accolto un misterioso ritratto di nudo capace
d’incantare con una musica celestiale i visitatori
più accorti. Miraggio o realtà? E chi è la dama
raffigurata, e quale mano l’ha dipinta? Un vecchio
musicista ripercorre, s’un rosario di note, un
appassionante squarcio di vita passata, rievocando
il segreto di Elenoire Lanter, una pianista
scomparsa molti anni addietro lasciando soltanto
qualche sua composizione e il suo ritratto. Giunta
agli inizi del 1900 sulle spiagge della Francia per
ritrovare se stessa e il marito, Elenoire rievoca
gl’insegnamenti di Debussy nell’amicizia con un
bizzarro avventuriere e nelle confessioni d’un
assassino d’ignote origini. E mentre un pittore
cieco immortala la sua anima s’una tela bianca, le
sue mani riscoprono la musica della terra e la
intessono s’un’organo antico, costringendo il
marito ad ascoltarla e a comprenderla. Alla fine, un
seme di melograno – simbolo della passione eterna
– donato ad Elenoire da una vedova pazza, sfuggirà
al capriccio degli anni e giungerà anche nel nostro
tempo, a rammentare che i sentimenti più tenaci
possono nascere ed assopirsi, ma mai morire…
Dalla
prefazione:
"La
trama, come spesso si apprezza nelle
opere di questa giovane autrice, si
snoda inconsueta fra le pagine,
avvalendosi di un linguaggio
forbito, a tratti poetico, che
rimane scorrevole e avvincente ad un
tempo. Accostandosi alla lettura, ci
si addentra in percorso intrigante,
dove la parola diviene immagine e
suono, trasportando il lettore,
stupito e rapito, in un incalzante
susseguirsi d’emozioni, espresse
in contrasti di luci, sospiri di
musiche, tormenti dell’anima. Ecco
che il potere dell’immaginazione
cristallizza ogni attimo, ogni
pensiero, trasformando l’effimero
in eterno, e il lettore approda alla
fine del romanzo quasi inconsapevole
dello scorrere del tempo, della
realtà che lo avvolge."
B.
Frittoli
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E'
bene pensare ai tumulti della vita,
pensare
ai grandi musicisti, e, soprattutto,
risvegliare
negli altri il pensiero di essi
C.
Debussy
Parigi,
2000
A
quell’ora, solo pochi visitatori indugiavano ancora nelle ampie sale del
Louvre, scrutati dalle ali maestose dei dipinti e dall’arazzo purpureo del
tramonto. Una compagnia di cinesi vociava attorno al piccolo ritratto di
Monna Lisa e una coppia d’innamorati passeggiava tenendosi per mano,
incurante dei tesori che ammiccavano oltre i loro sospiri. Ignorando le
trame sottili del fato, che già mi seguiva ad ogni passo, mi spinsi in una
zona deserta, dove il riverbero del giorno si ritraeva, ormai fievole, per
lasciar posto all’incedere inesorabile della notte. Mi soffermai a leggere
un'iscrizione ai piedi d’una natura morta, ma subito passai oltre,
incalzato dai rintocchi d’un campanile vicino. Era quasi ora di cena, e il
mio pomeriggio di spensierato vagabondaggio fra piazze storiche e musei
volgeva ormai al termine. Con rincrescimento, mi rammentai di non essere a
Parigi per diletto, ma per lavoro, ed era tempo che rientrassi in albergo a
revisionare il progetto per cui ero stato inviato in Francia dall’impresa
d’ingegneria edile che rappresentavo. Il giorno seguente avrei partecipato
ad un congresso di filiali come membro italiano, ed entro sera desideravo
riguardare ancora qualche grafico e ripetere una parte del mio discorso,
vergato un po’ troppo frettolosamente prima della partenza. Più tardi, ne
ero consapevole, non avrei avuto né tempo né spirito per farlo. Come
sovente accadeva, sedotto dalla mia passione per la musica avevo accettato
l'invito d’alcuni amici al Théatre Musical de Paris, e non avrei
potuto riprendere in mano un saggio scientifico dopo essere stato inebriato
dall’estasi d’un concerto per pianoforte ed orchestra. E tuttavia
incapace, nonostante il richiamo delle campane, d’abbandonare
l'affascinante sfilata dell’arte, mi ostinai a scivolare di quadro in
quadro - finestre aperte su mondi lontani ed irreali - come una barca s’un
fiume, sospinto da acque pigre ma impazienti. Incontrai divinità decadute,
pavoni in parchi infiorati e nobili aggraziati, ed ero ancora ubriacato
dalla suggestione d’ogni vita racchiusa in quelle effigi senza respiro,
quando venni attratto – stregato – da un dipinto un po’ discosto dagli
altri, di dimensioni modeste e tagliato in due da un corno d’ombra. Pareva
aver abbandonato il gregge dei fratelli per richiamarmi a sé con tacita
malia, e m’arrestai, obbediente. Non riconoscevo l’impronta prepotente
del pittore e la targa era vuota; ma chiunque l’avesse cesellato aveva
saputo rievocare una tale struggente bellezza negli occhi della donna
ritratta da incendiarmi l'anima: non era la stretta dei rovi che la
incatenava, rosea nella sua nudità, a dar luce al suo volto, ma una
tristezza lucente e sublime, che sembrava riaffiorare da una lunga,
tormentata sofferenza. Provai l’urgente desiderio di sfiorarla e
d’impulso tesi una mano, ma prima che potessi accarezzarla una voce ruggì
alle mie spalle, in rude francese: «Le piace? Era una bella donna, benché
pochi lo sapessero.»
Mi
voltai sussultando. «Io... Non volevo...», balbettai, e l'uomo sorrise.
Non era il custode: indossava un alto cilindro nero e un cappotto di foggia
desueta, e la barba folta lo faceva rassomigliare ad un filosofo del vecchio
secolo. Mi s’accostò, e potei odorare il suo fiato, menta di campo
mescolata ad una lieve fragranza di tabacco: «Sa chi è la donna ritratta,
signore? S’intende di musica?»
«Non
quanto vorrei», ammisi. «Sono un ingegnere, e non ho molto tempo da
dedicare allo svago.»
L’uomo
rise, una risata bassa che rimbalzò cupa fra le alte volte del soffitto, e
mormorò: «Ma ha comprato un biglietto per il concerto di questa sera,
vero?»
Lo
guardai stupefatto, ma ancor prima che protestassi accennò con il bastone
alla donna del ritratto e i suoi occhi si colmarono di tenerezza. «È
Elenoire Lanter, la più virtuosa pianista parigina degli inizi del ‘900.
La musica che ascolterà questa sera è sua.»
«Mi
rincresce, signore, ma non la conosco. Credevo che la musica di questa sera
fosse stata composta da Debussy….»
«Gli
stata attribuita impropriamente, come talora accade. Elenoire e Claude
Debussy furono amici, un tempo, e lei s’appropriò a suo modo degli
insegnamenti d’un grande maestro. Nondimeno, superò in ingegno persino le
turbolenze che accompagnarono la decadenza del Romanticismo, e scrisse, fra
le altre, una musica che non fu mai suonata… Ma lei può sentirla. Per
questo ha notato il quadro.»
[...]
Quando
il teatro si svuotò, al termine del concerto, l’attesi a lungo accanto al
pianoforte. Nel silenzio, il mio respiro riecheggiava come un accordo di
violino, lungo e vibrante, il sospiro della musica. Credetti che si fosse
burlato di me e che non sarebbe venuto. Ma proprio quando, spazientito,
stavo per ritornare in albergo, udii il suo passo sicuro e il picchiettio
del bastone da passeggio. Congedò l’addetto alle pulizie con parole
amichevoli – supposi pertanto che si conoscessero da tempo –, e risalì
sul palco. Con gesti lenti e malinconici, raccolse una rosa gialla dai
cespugli che adornavano la mezzaluna dell’orchestra e l’adagiò sulla
coda abbassata del piano.
«Bellezza
ed eleganza, sul trono dell’armonia suprema: la musica», mormorò, e
sedette sulla panchetta lucente, posando le mani sui tasti d’avorio.
«Perché
vuole svelare il segreto di Elenoire proprio a me?», gli domandai,
appoggiandomi al pianoforte, al suo fianco. L’uomo suonò un trillo
giocoso, e i suoi occhi, sormontati da fitte sopracciglia grigie, svelarono
un sorriso malizioso.
«Perché
si è innamorato di lei ad un solo sguardo», rispose. «Non è così,
forse?»
Arrossii
violentemente, indispettito per non aver saputo celare la trasparenza delle
mie emozioni, ma il vecchio seguiva ad occhi chiusi uno spartito inciso
nella memoria e non badava al mio turbamento. Riconobbi, nel pezzo che
suonava, la ripresa del brano conclusivo del concerto, il più accorato e
toccante; quando il pianoforte aveva intonato l’adagio, gli occhi mi si
erano inumiditi di lacrime. Ora, però, il tocco era più rozzo e nel ritmo
rotolava un sapore antiquato, greve di pensieri mai dimenticati che si
rincorrevano fra gli spalti del teatro come bambini ostinati e capricciosi.
«Ha
voglia d’ascoltarmi?», mi chiese, ed io sedetti ai suoi piedi, in
impaziente attesa. Una domanda mi sfiorò la mente: chi è costui?,
ma già la musica scorreva limpida, baciata dalle sue dita nodose eppure
agili, e sopra le note, come un canto roco, la sua voce mi regalò uno
squarcio della vita della grande Elenoire Lanter.
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