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      IL RISVEGLIO DI LEDAERLE

 

 

 

  Raccontino bonsai. Cosa si cela fuori della strana casa di ombre in cui Ledaerle si è risvegliata, dopo un sonno infinito?

 

Qualcuno bussava, un picchiettio lieve ma impaziente, oltre la calda oscurità che mi avvolgeva. Mi raggomitolai su me stessa, assonnata, e con un gesto stanco mi coprii il volto con i capelli. Non ora, è ancora presto, la luce mi accecherebbe... pensai, e i colpi divennero più tenui, incerti, e finalmente cessarono. Ah, com'era piacevole la quiete di quel lungo sonno...! Mi sembrava di dormire da sempre, e, avida come una bimba, avrei voluto non svegliarmi mai. Ma fuori del mio piccolo giaciglio alcune voci cantavano: "Ledaerle! Ledaerle!", e l'unghia d'un drago scalfì la porticina della stanzetta. Mi rigirai, disturbata dal rumore, e socchiusi gli occhi. Il piccolo corno cesellato sulla mia fronte brillava d'un pulviscolo argentato e turchese, illuminando l'oscurità d'un azzurro fatato, surreale. E' ora, dunque?, pensai, e m'alzai, lievitando nell'impalpabile mare - Aria? Notte? O altro ancora? - che mi riscaldava. I miei capelli si aprirono come un ventaglio di seta, e danzarono nell'ombra, ingioiellati dai riflessi luccicanti che scaturivano dalle spirali del corno. Risi, affascinata, e per qualche tempo giocai con i miei riccioli, ora azzurri, ora argentei, ma ben presto mi stancai e mi raccolsi su me stessa, il volto sulle ginocchia, e riposai, sospesa in un limbo di pace e tepore. Non so per quanto tempo dormii, forse giorni, ore, o minuti. Quando mi risvegliai, attorno a me era sceso un profondo silenzio. Abituata ai canti e al suono dei flauti di selce, fui percorsa da un brivido di paura. S'erano già scordati di me, e mi avevano lasciata sola, in quel posto senza nome? Ma già mentre lo pensavo, il drago sfiorò la mia casa con un artiglio d'avorio, ed udii qualcuno intonare una ballata, accompagnandosi con la cetra. Era l'alba, sentivo un dolce, tiepido calore galleggiare nella stanza ed accarezzarmi come una soffice coltre di piuma. Mi accostai alla porta, ma era liscia e non aveva aperture; battei un pugno perché qualcuno mi udisse, e la parete si crepò. Il canto cessò, e sentii una strana confusione, grida, brusii, passi affrettati. Qualcuno s'avvicinò a grandi balzi, e un colpo violento mi fece sbalzare all'indietro, stordita, ma la fenditura s'era allargata. Felice, la graffiai con le unghie e con il cornetto luminoso; un grosso pezzo si sbriciolò, portandomi uno spiraglio di luce. Strappai un lembo vicino, poi un altro ancora... E finalmente vidi il cielo, le fronde curiose degli alberi che sospiravano nell'azzurro... Rimossi anche l'ultimo pezzo, e m'alzai. Attorno a me, draghi, unicorni e folletti attendevano raccolti in un silenzio estatico. Il liquido dolciastro in cui avevo vissuto scivolò sulla mia pelle nuda, i lunghi capelli biondi mi ricaddero sul corpo come una veste incantata.

L'uovo s'era spezzato, e finalmente ero venuta alla vita. Le corolle dipinte sul guscio, ricadute fra l'erba, si confondevano con i fiori sbocciati nel calore di quella indimenticabile mattina d'estate.

 FINE

Racconto pubblicato sul numero 2 della rivista 999 di Novara, 1999