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Già sapevo cos’era successo. C’ero anch’io, quando lo schianto
aveva fermato l’auto in corsa e i miei padroni erano stati
scaraventati sull’asfalto bollente.
Avevo
ricordi confusi ma terribili di quell’incidente, e mordendo la rete
della mia cuccia guaivo alla casa silenziosa, sperando che i miei
padroni aprissero una delle alte portefinestre affacciate sul giardino e
mi lanciassero un osso per farmi tacere. Ma Patrick mi aveva detto che
erano morti, che non sarebbero tornati mai più. Era sceso da me sul
calar della sera, e mi aveva stretta come non faceva ormai da tempo -
aveva sedici anni, secondo i calcoli degli uomini, e si vergognava ad
abbracciarmi come quand’era bambino - ed aveva pianto, soffocando i
singhiozzi nel folto del mio pelo. Aveva parlato a lungo, raccontandomi,
credo, quel che era successo dopo che i carabinieri mi avevano
allontanata dalla strada; ma fu il dolore che vibrava forte nella sua
voce e nel suo odore, fu quello, più d’ogni parola, a darmi certezza
di quel che era successo. Avrei voluto piangere, perché a mio modo
comprendevo la morte, e sapevo che non avrei mai più rivisto i miei
amici; ma repressi un mugolio desolato e mi obbligai a scodinzolare,
fingendo allegria. Patrick era il compagno del mio cuore, e lo amavo più
d’ogni altra cosa al mondo. Giurai a me stessa che gli sarei stata
vicina, che mi sarei sforzata di rallegrare le sue giornate più cupe.
Mi sarebbe costato tanto, ma avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Per me
era tutto. Non volevo che soffrisse.
Il
mattino dei funerali non vidi nessuno; ai miei lamenti rispondevano
soltanto il silenzio ostinato delle imposte chiuse e qualche rimbrotto
dei vicini. Ma nel pomeriggio sentii dei passi sul retro della casa, e
Patrick mi venne incontro, vestito in nero, pallido, gli occhi offuscati
di lacrime.
“Vieni,
Priscilla.”, mi chiamò. Aprì il cancelletto, e senza mettermi il
guinzaglio - com'era invece sua abitudine - mi portò fuori, sulla
sterrata che costeggiava il bosco. Ci avviammo verso il lago. Scendevamo
spesso a passeggiare laggiù, quando Patrick era stanco e desiderava
rinfrescarsi nella quiete della campagna. Alle nostre spalle
riecheggiarono alcuni rintocchi di campana. Dapprima non vi badai; ero
abituata a sentirli ogni ora. Ma quel pomeriggio erano insolitamente
lenti e tristi, e m'accorsi che Patrick affrettava il passo giù per il
sentiero e aggrottava la fronte, come se quel suono lo infastidisse.
La
nostra spiaggia preferita era deserta. Patrick si sedette nell’ombra
di una quercia e mi lasciò libera di scorazzare dove volessi. Ne
approfittai subito. Con un grande slancio mi tuffai nel lago e giocai
con i pesci facendo un gran chiasso, nel tentativo di strappare al mio
padroncino un’occhiata d’interesse o un sorriso. Ma Patrick non mi
guardava neppure. Lo fissai per qualche istante, fradicia, le zampe
nell'acqua; poi corsi sulla riva, mi scrollai, e andai ad accucciarmi ai
suoi piedi. Ero avvilita, non sapevo come rasserenarlo, e per quanto
anche dopo avessi saltato, corso, e mi fossi rotolata sul prato, non
ebbi maggior fortuna.
Più
tardi, sulla via del ritorno, passammo davanti ad un parco recintato che
gli umani chiamano “cimitero”. Era una grande cuccia infelice e
puzzava di fiori marci, ma a suo modo era anche buffa. La sola volta che
avevo accompagnato Patrick nel giardino più alto avevo visto in un
sasso la faccia di un uomo che conoscevo - ancora adesso non sò
spiegarmi come avesse fatto ad entrarci e perché avesse voluto farlo -
e una donna aveva sparso una lacrima, guardandolo. Di lui, si diceva da
tanto tempo che era morto, e Allora,
pensai,
quando qualcuno muore viene a vivere qui. Mah, io, anche dopo essere
morta, preferirei restare nella mia cuccia all’ombra del glicine, con
Patrick e i miei amici. Mi divertirei senz'altro di più che quassù.
Avvicinandomi
al cimitero, quella sera, credetti che Patrick avesse voluto entrare per
rivedere i suoi genitori, e tutta contenta gli trotterellai davanti e
puntai verso il cancello socchiuso. Ma non appena sollevai la zampa per
varcare la soglia, Patrick mi afferrò per il pelo umido e mi costrinse
a svoltare in un sentierino alberato dall’altra parte della strada.
“No”, disse, e la voce gli tremava. “Là dentro, no. Mai!”.
Non
nascondo che mi stupii, ma pensai che forse i miei padroni non vivevano
nel cimitero, e lo seguii docilmente. Ma nei giorni seguenti accompagnai
la zia di Patrick a visitare i suoi parenti e v'assicuro che c’erano,
perché li vidi con i miei stessi occhi. Anche loro, come gli altri,
erano rimpiccioliti in una finestrella dorata, ma non nel sasso; erano
vicino ad un vaso di fiori, fra le granelle bianche e grigie del
ghiaietto, più giovani e belli di come li ricordassi, abbracciati e
felici.
Non
ebbi cuore di rimproverare Patrick per quel suo strano comportamento.
Era sempre più triste e taciturno, e solitario. Talvolta imboccava la
stradicciola del lago senza di me, e non si voltava quando lo
richiamavo, abbaiando dalla mia cuccia. Detestava il silenzio della casa
vuota, e non entrava quasi mai. A volte restava sulla veranda fino a
notte inoltrata o scendeva al cancello e restava là a lungo, con la
fronte appoggiata alle sbarre, come se aspettasse qualcuno. Mi straziava
assistere impotente al suo tormento, a quell’ostinazione che lo faceva
ancora sperare, e in quelle notti mi resi conto che era quella la
ragione - e nessun’altra! - che
lo spingeva a non entrare nel cimitero. Non voleva rivedere i genitori
rinchiusi nei sassi perché non gli ricordassero che se ne erano andati
per sempre. E io comprendevo e condividevo il suo dolore.
Ma
in certe sere si sdraiava sul prato e mi guardava con lo stesso affetto
che gli aveva illuminato gli occhi quando suo padre mi aveva messa fra
le sue braccia per la prima volta, cinque anni prima, e poi parlava,
parlava, parlava, e giurerei che rievocasse il passato, mi raccontava di
quand’ero un cucciolotto e rideva di cose che non capivo. Ma quella
serenità svaniva presto, e camminando sotto il porticato si fermava a
contemplare l’arco di rose aggrappato al tetto e il pianoforte che
s’intravvedeva fra i tendaggi aperti. Allora non lo sapevo, ma presto
avremmo lasciato l’Italia per andare a vivere lontano, in un paese
freddo, dove nevica spesso e c’è poco sole.
“Ma
tu resterai con me, non ci separeremo mai, non noi due... ”, mi
sussurrava, accarezzandomi, con tocco un po’ rude, quasi temesse che
anch’io potessi andarmene all’improvviso lasciandolo
irreparabilmente solo.
Una
sera era più malinconico del solito. Era appoggiato al davanzale del
terrazzo, e parlava, come di consueto. Io ascoltavo, sdraiata sul
pavimento. In casa c’erano valige e casse sigillate, e sua zia aveva
ricoperto i mobili con coperte e vecchie lenzuola. Solo il pianoforte
era aperto. Patrick l’aveva suonato tutta la sera, come l’avevo
sentito fare per tutti gli anni che ero stata con lui. Aveva smesso da
poco, ed era venuto a cercare la mia compagnia. Come sempre, non
comprendevo quasi nulla di quel che diceva: solo qualche nome, qualche
allusione ormai nota. Mi raccontava dei suoi genitori, di eventi passati
che non conoscevo o avevo del tutto scordato. A volte sorrideva,
beandosi nei ricordi, ma più spesso stringeva i pugni e scuoteva la
testa, come a scacciare un brutto pensiero. D’un tratto, la voce gli
si spezzò, e si nascose il viso nelle mani. “Stiamo per andarcene,
Priscilla...”, singhiozzò. “E’ tutto finito. Sono morti... Sono
morti davvero!”
Quelle
parole furono chiare; perlomeno, abbastanza perché le capissi. Mi alzai
di scatto, e gli buttai le zampe al collo, felice che avesse accettato
la verità. Ma lui pensò che volessi giocare e mi scostò, facendomi
però cenno di seguirlo. Scendemmo sulla strada che conduceva al
cimitero. Il custode stava per chiudere, ma ci lasciò entrare. “Il
cane non potrebbe...”, iniziò, ma aveva simpatia per Patrick, e con
un gesto mi fece cenno di passare. “Ma fate presto. Sto per tornare a
casa”, ci esortò.
Il
passo di Patrick era incerto, non sapeva dove fosse la nuova dimora dei
suoi genitori, e io gli corsi davanti, scesi le scale che portavano al
giardino più basso e mi fermai davanti alle finestrelle da cui i miei
padroni, che senz’altro mi avevano sentita arrivare, mi sorridevano già.
Patrick mi raggiunse poco dopo, e li guardò a lungo. Emozioni diverse
gli solcar
ono il volto: pianto,
disperazione, ribellione, rassegnazione... Poi, ormai insperato, sbocciò
un piccolo, esitante sorriso.
Non
disse nulla, lottando con le parole che non gli obbedivano - per la
prima volta, da che lo conoscevo! - ma il suo tocco era lieve, quando mi
accarezzò la testa. Sollevando lo sguardo, scoprii che il suo sorriso
era per me. E quant’era luminoso, nonostante la sofferenza! Le labbra
gli tremarono, stonò, ma non era più tempo di parole. I lunghi
monologhi che aveva riversato nelle mie orecchie attente l’avevano
aiutato a comprendere e ad accettare; ora il silenzio gli restituiva la
pace e l’armonia, legandoci l'uno all'altra come mai eravamo stati, in
passato.
Quel
silenzio portava al suo cuore la voce del mio
cuore.
E
il dolce profumo che soffuse dalla pelle di Patrick, inebriandomi le
narici, mi svelò che l’aveva sentita.
FINE
Federica
Leva 1997
Vincitore
di numerosi Premi Letterari Nazionali
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