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Il
giovane scostò un arbusto e scosse la testa, sconsolato.
"L'ho
perso, maestro", disse, e Aulë, candido e fulgente nella sua veste
color ghiaccio, gli accarezzò gentilmente i capelli.
"Ne
costruirai un altro, ancor più bello - lo consolò,- Domani ti porterò
nella mia fucina e ti darò oro e diamanti e fiori veri da incastonare
sulla criniera del leone, e Yavanna t'insegnerà i cantici più
squisiti. E quando Laurelin si spegnerà, suonerai per noi."
Gli
cinse le spalle con un braccio, e l'accompagnò sul sentiero. Calava la
sera, nella Terra di Aman. Oltre le Pelòri, Laurelin, l'albero femmina
dalle foglie dorate, si spegneva dolcemente, soffondendo l'ampio manto
del cielo d'un morbido lucore argenteo. Ma nella Terra di Mezzo, ad
oriente, il crepuscolo regnava eterno, e solo un lieve palpito del
tramonto giungeva a rischiarare le oscure stanze del palazzo di Melkor,
debole e fugace come un passero morente. Aulë distolse lo sguardo da
quello scurore eterno e varcò i cancelli del palazzo assieme
all'allievo. Ma un brivido di paura lo scosse e si chiese quale presagio
l'avesse visitato. Cosa starà tramando Melkor, nell'ombra? O cosa
tramerà, per distruggere i Valar, e soprattutto me?
Ad
un gesto di Melkor, signore Vala dal crudele aspetto, i tendaggi alle
alte finestre vennero richiusi e nella sala scese una tetra oscurità,
bagnata di sangue e morte. Un tempo, pensò lo Spirito Oscuro,
passeggiando nella sala silenziosa, avrebbe addobbato le pareti con
magnificenza, con specchi e oro, e i Valar si sarebbero ritratti
accecati da tanto splendore, l'avrebbero onorato e chiamato 'maestro'.
Ma le sue mani non avevano la maestria del fabbro Aulë e gli specchi
non sostenevano la ripugnanza del suo aspetto mortale. Molti si erano
ottenebrati, dopo averlo riflesso, e i servitori mormoravano che
avessero assorbito la sua tenebra terribile e ne fossero stati
annientati.
"Nella
Terra di Mezzo non sono altro che una sagoma nera, orribile. Ma se mi
spogliassi di questa forma e tornassi nelle vesti magnifiche che
possedevo un tempo, potrei..."
In
quel momento s'udì un trambusto fuori della sala e i battenti
s'aprirono. Tre piccoli demoni deformi sgusciarono nell'ombra, reggendo
un oggetto sinuoso, che liberava nell'aria uno strascico evanescente di
piccoli, allegri luccichii dal tintinnio cristallino.
"Che
volete? -, tuonò Melkor, con voce imperiosa,- Come osate disturbarmi,
inutili insetti?"
I
servitori s'arrestarono, tremando impauriti.
"Abbiamo
trovato qualcosa che forse ti piacerebbe avere, grande signore. Una
creazione rara...", balbettò il più alto, porgendogli un lungo
flauto dorato. Negli occhi di Melkor vibrò un lampo sanguigno.
"Un
flauto! - esclamò, con disprezzo, strappandoglielo dalle mani, - Aulë
ha tempo per dilettarsi in queste facezie, dopo che ho distrutto le sue
lanterne più preziose, gettando il mondo dell'oscurità?"
Lo
rigirò fra le mani, con odio rude. Era uno strumento pregevole,
elegante come un serpente e morbidamente intagliato nel ruggito d'un
leone, laddove si appoggiavano le labbra. Eppure qua e là s'indovinava
un tocco acerbo, le foglie ornamentali erano mal incise e talvolta le
pietre sfuggivano al ventaglio delle compagne. Se lo portò alla bocca e
soffiò bruscamente, chiudendo qualche foro a caso, ma la nota che
svolazzò nella sala era il suono più squisito che l'oscuro Vala avesse
mai udito, ad eccezione dell'armonia dolcissima e potente dello Ilùvatar.
"Eppure
Aulë sarebbe stato più accurato - osservò, dubbioso - Dove l'avete
trovato?"
"Nei
boschi, oltre i monti d'occidente. L'abbiamo rubato ad un discepolo di
Aulë."
Melkor
strinse il flauto nel pugno ed assorbì uno strano, indefinibile tepore
che era insieme purezza e scaglie di ferro.
"Voglio
vederlo", disse. S'accostò ad una finestra e agitò una mano, una
danza tentacolare e magica. Nel vetro si compose l'immagine sfocata di
un giovane che cercava disperatamente qualcosa fra gli arbusti di una
foresta verde, inargentata dalla fioritura di Telperion, il luminoso
albero maschio nato dall'accorato cantico della Regina Yavanna, qualche
tempo prima. L'osservò per qualche tempo, poi, con rabbia improvvisa,
mosse il pugno e l'immagine si dissolse. Aulë aveva un nuovo allievo,
un giovane Maia di grande talento e bello, d'una bellezza ammaliante,
superba, comparabile, per trasparenza e perfezione, all'avvenenza dei
Valar. Gli rassomigliava, tanto che, se avesse riassunto il suo vero
aspetto, molti l'avrebbero creduto suo figlio. Ma Aulë lo tratta
come l'avesse evocato lui stesso dal suo fuoco incantato... Aulë... Che
sia maledetto! Riprese brutalmente il flauto al servitore e si
richiuse nella sua stanza; sbalorditi, i servi del palazzo lo udirono
suonare per molto tempo; poi Melkor gridò una parola in una lingua
sconosciuta, e ogni pietra tremò, le finestre si spalancarono, le torce
morirono al turbinio improvviso del vento.
Poi
tornò la quiete, e sul palazzo calò il silenzio.
Un
grosso uccello-demone sbatté le ali, e un'ombra massiccia scivolò
attraverso la finestrella socchiusa, confondendosi nell'argento brunito
della stanza. Dal Màhanaxar s'innalzavano gli inni che i Valar, seduti
sui loro troni di concilio, cantavano al cielo e alla terra. Anche Aulë
e sua moglie Yavanna sedevano nel grande cerchio, tenendosi per mano, e
il loro palazzo giaceva incustodito nell'intreccio dei giardini e dei
roseti profumati. Torbido come un'ombra, Melkor s'accostò al letto in
cui il giovane dormiva. Gli posò una mano sulla fronte e seppe che si
chiamava Sauron ed era l'allievo prediletto di Aulë; scese sul cuore e
raccolse una coppa di gentilezza che lo ferì. Lanciò un urlo, bruciato
dalla paziente curiosità che ardeva in quel nappo fiammeggiante, ma,
prima che ritraesse la mano, sul suo palmo palpitò uno scurore lieve,
trafitto da un gelo mortale, che gli strappò un sorriso.
"Aulë
non ha mai creato nulla di più bello di te, ragazzo mio -, mormorò
Melkor, alzandosi - Ma anche le rose più incantevoli hanno spine feroci
e lo splendore del giorno non sopravvive all'abbraccio prepotente del
crepuscolo..."
Schioccò
le dita e il grosso uccello s'accostò al davanzale. S'allontanarono in
volo, solcando il cielo verso la nera dimora di Melkor, oltre la
muraglia delle Pelòri.
Sauron
s'agitò, nel sonno, e fra le visioni d'un sogno gli giunse il
singhiozzo del flauto rapito, e si svegliò rabbrividendo. Ma anziché
aprirsi sulla luce, i suoi occhi si spalancarono su un sudario di
tenebra soffocante, e, lanciando un urlo di terrore, svenne.
"Il
giovane Maia è qui come hai comandato, mio signore.", annunciò
una bestia demoniaca, e altre due srotolarono un tappeto sul pavimento,
ai piedi dello scranno di Melkor. Sauron cadde a terra, stordito e
spaventato, e con un gesto si strappò il panno che gli copriva la
bocca.
Melkor
balzò in piedi, sdegnato. "Disgraziati idioti, cosa avete fatto? -
urlò, e i demoni si rattrappirono, terrorizzati dalla collera del loro
signore,- Vi ho chiesto di condurlo onorevolmente al mio cospetto, non
d'imbavagliarlo e di arrotolarlo in un tappeto, come un ladro fuggiasco!
Perdonali, giovane Maia - aggiunse, con un sorriso aggraziato,-
Sono rozzi e stupidi. Ti ho invitato nel mio palazzo perché ho
trovato qualcosa che t'appartiene e desidero restituirtelo. Devi averne
sentito la mancanza... E' uno strumento così bello che chiunque se ne
innamorerebbe..."
Sciolse
una sacca appesa allo scranno e gli porse il flauto. Sorpreso, il
giovane osò avvicinarsi di qualche passo, gli occhi risplendenti di
gioia.
"L'ho
perduto nel bosco - disse,- Come è giunto in questa terra senza luce? I
miei compagni mi hanno schernito a lungo, dicendo che l'avevo gettato
via perché mi vergognavo della sua bruttezza..."
"Tutt'altro,
è un'opera incantevole - osservò Melkor, seducente,- Hai rubato il
canto alle cascate, per accordare la sua voce..."
"No,
agli uccelli del fiume - lo corresse Sauron, - E la dolce Yavanna dalla
veste verde gli ha donato un poco dell'armonia del suo canto. Sono
felice che ti piaccia. Se ami la musica, non sei crudele come si
racconta."
Melkor
finse una risata amara, e agitò una mano con rassegnazione. "Sono
schiavo della mia bruttezza e della derisione dei miei fratelli -
disse,- Persino il giorno rifugge il mio volto con ripugnanza, e son
costretto a vivere nella notte. Ma tu non mi temi, ed io non sono lo
stregone malvagio di cui tanto si parla. Giacché ho la compiacenza di
renderti un favore, restituendoti questo flauto prezioso, posso
chiederti una grazia, come ricompensa?"
Sauron
esitò, incerto. Aulë l'aveva messo in guardia dalla sua astuzia e
dalla sua crudeltà. Avrebbe potuto intrappolarlo con una promessa
troppo ardita... Ma cosa poteva desiderare da lui, un giovane fabbro
apprendista, che non potesse ottenere da solo? E se amava la musica...
Era brutto, certo, ma non sarebbe stato bello come gli altri Valar, se
avesse potuto scegliere? No, forse dietro la tunica tenebrosa del suo
volto si celava un cuore solo, che aveva ormai smarrito il livore d'un
tempo e supplicava amore. Scosse la testa, e un ricciolo scuro gli
adombrò gli occhi verdi.
"Se
potrò esaudire il tuo desiderio - rispose,- Lo farò con piacere."
"Vorrei
- disse Melkor, malcelando un sogghigno di trionfo, - che ti trattenessi
a palazzo per qualche giorno e suonassi per me. Io non sono un abile
musico - la mia dissonanza è stata sconfitta, nelle ere passate, ed ho
perduto il dominio su Arda! - e questo strumento merita il tocco
amorevole di un giovane appassionato. Aulë ti ha insegnato a suonare,
vero?"
"Il
mio maestro mi ha insegnato a creare tutto ciò che è bellezza e
splendore.", rispose Sauron, e una fiamma spaventosa s'alzò negli
occhi di Melkor... ma subito si riabbassò, e il Vala riprese, in tono
velato: "Se sapessi quant'è opprimente la mia solitudine, non mi
negheresti una gioia così piccola. Non ho altri con cui parlare che i
miei servi, e raramente ho ascoltato la musica deliziosa di un flauto -
sospirò, fingendo malinconia - Ma se vuoi tornare al tuo oro e alle
pietre della terra, va' pure. Non ti tratterrò nella mia casa contro la
tua volontà."
Sauron
si umettò le labbra, esitante. Quell'infelice era davvero il dispettoso
Vala da cui gli altri Figli del pensiero di Ilùvatar gli avevano
intimato di guardarsi? Ah, ma se mai aveva davvero infastidito i
compagni, l'aveva certamente fatto in un momento di noia e disperazione.
Quel palazzo era così vuoto e opprimente, e si raccontava che la luce
non splendesse mai, nella Terra di Mezzo... Chiunque sarebbe impazzito,
ascoltando giorno dopo giorno soltanto l'eco dei propri passi nei lunghi
corridoi e i bisbigli di servitori mostruosi nascosti dietro i
cortinaggi. Alzò il mento senza più timore e sorrise.
"Mi
hai restituito il flauto, e non pretendi una ricompensa che non ti possa
concedere. Resterò, se un tuo servitore avvertirà Aulë, cosicché non
abbia da preoccuparsi della mia assenza."
"Sarà
mia premura rincuorare il tuo maestro - lo rassicurò Melkor, e con un
gesto sollecitò il servo a non indugiare,- Va' al palazzo di Aulë, e
riferiscigli il messaggio del suo discepolo. Nessun pensiero dovrà
turbare il mio ospite, mentre suonerà per me."
Quindi
s'avvicinò a Sauron e gli posò il flauto nelle mani. Per un momento,
il gelido alone che lo circondava impietrì il giovane Maia, ma,
obbedendo ad un gesto di Melkor, sedette a terra, fra i cuscini, e intonò
un motivetto grazioso, che evocava il lento, tiepido diffondersi
dell'alba nella notte argentea di Amar. Melkor s'accostò ad una
finestra, fingendo d'ascoltare. Aulë doveva essere molto orgoglioso di
quel Maia, così abile ed elegante, e bello... Lo guardò di sottecchi,
e sogghignò. Ma non lo accoglierà più con amore e compiacenza,
quando glielo restituirò. Lo scaccerà con orrore e dovrà riconoscere
che anche le mie sono mani di fabbro... Ma anziché plasmare l'oro, io
seduco le menti, e presto Sauron sarà ansioso di rassomigliarmi e di
soddisfare ogni mio ordine... E Aule, dopo averlo reclamato invano, se
ne tornerà ad Aman, sconfitto e piangente, e orfano del suo Maia più
promettente...
I
giorni trascorrevano lenti, nel tenebroso palazzo di Melkor. Abituato al
lavoro e alla vivacità della dimora di Aulë, a Valinor, Sauron
s'aggirava inquieto nelle immense stanze silenziose, spezzando di tanto
in tanto la quiete con il canto allegro del suo flauto.
"Ho
nostalgia dei roseti selvaggi e delle belle torri dei Valar,- si lamentò
un giorno, mentre sedeva nella sala degli specchi oscurati, in compagnia
di Melkor - Le sale del tuo palazzo sono più buie della notte e il
giardino è un cimitero di alberi e cespugli. Come puoi sopportare di
vivere in una simile miseria?"
Melkor
lo trasse a sé e lo condusse alla finestra. Il parco era un groviglio
spettrale di rami morti, che si continuava, libero e selvaggio, con le
anguste foreste aggrappate alle falde di neri vulcani, in cui Melkor si
recava, di tanto in tanto, per saggiare il fuoco violento dei loro
grembi ribollenti. Nel silenzio, Sauron udì un borbottio incollerito e
uno sbuffo di fumo oscurò le stelle che la Regina Varna aveva creato
nelle ere passate. Trasalì, spaventato, ma il vulcano si riassopì, e
nelle foreste corse un brusio cupo, un coro di morte, e figure spettrali
s'aggirarono fra gli alberi, appestando l'aria con il fetore del loro
animo crudele.
Melkor
posò una mano sulla spalla di Sauron, e mormorò:
"Aulë
ti ha ammaestrato ad amare la luce e i colori, ma non ti ha insegnato a
cercare la bellezza nascosta in una forma disarmonica, come un albero
morto o me. Mi trovi davvero tanto ripugnante, Sauron?"
"No,
signore. Sei strano, e ami la solitudine, ma non provo ribrezzo, nel
posare gli occhi sul tuo volto. Vuoi che suoni per te?"
"No!"
Melkor alzò una mano come a parare un colpo. Il suono dolce e lamentoso
del flauto, tanto simile alla musica prediletta dello Ilùvatar, gli
straziava le orecchie.
"Vieni
con me, invece. Vorrei mostrarti la mia fucina. Un tempo anch'io mi
dilettavo a creare belle cose, come il tuo maestro, ma non ho talento
per l'oro e le preziose gemme nascoste nella terra, ed ho presto
rinunciato a competere con la sua bravura."
Scostò
una tenda, scoprendo una stretta e angusta scalinata, illuminata da
poche torce basse, e s'avviò in un lungo cunicolo in cui si respirava
uno spesso odore di muschio e umidità. Sauron lo seguiva intimorito, ma
affascinato dalla cupa, sinistra bellezza del posto: i muri erano
vecchi, ma solidi, le arcate piccole ma eleganti. Attraversarono un
cortiletto ed entrarono nella fucina.
"Questa
è la mia umile 'sala del fuoco', come amo io chiamarla - disse Melkor,
aprendo la porta,- L'ho costruita sulla bocca d'un vulcano che ribolle
sotto il palazzo - e scorgendo paura, negli occhi del Maia, soggiunse,-
Non temere, io sono il signore del fuoco e del gelo, e il grembo del
vulcano s'accenderà per servirti, non per nuocerti. Anch'io, a mio
modo, sono sovrano di Eä, e amo tutto ciò che i miei fratelli, per
orgoglio e presunzione, disprezzano - entrò, e gl'indicò la sala con
un ampio gesto delle braccia,- Ti piace? E' in disuso da molto tempo, e
certamente la troverai vecchia e inospitale..."
Sauron
sbatté le palpebre, incredulo. "E'... bellissima!", esclamò,
con un filo di fiato, contemplando, estasiato, gli strumenti lucenti
appoggiati su un lungo tavolo e la fornace spenta. Una simile meraviglia
abbandonata all'ozio... ! Oh, quante splendide invenzioni avrebbe potuto
creare, se fosse stata sua! Neppure Aulë aveva una fucina tanto
spaziosa e accogliente. Osò avvicinarsi agli strumenti, e li toccò
fremendo. Era una suggestione, o lo incitavano a gran voce ad afferrarli
e a restituire vita a quel luogo inanimato?
"Temo
che ti annoi, mio giovane ospite, nel mio freddo palazzo - osservò
Melkor, suadente,- Forse trarresti più appagamento quaggiù, a far
ruggire questa nera fornace..."
Sauron
si volse, luminoso di gioia. "Davvero posso usarla, mio signore? Mi
manca tanto lavorare, e Aulë mi ha spesso raccomandato di non cedere
mai troppo a lungo alla pigrizia."
"Puoi
farne ciò che più ti piace. E quando Aulë verrà a trovarti sarà
lieto di vedere che hai seguito i suoi insegnamenti. Se ti eserciterai,
diventerai presto più grande del tuo maestro - si chinò su di lui, e
la sua voce divenne più bassa, un sibilo che penetrava nel cuore come
un serpente viscido,- E tu non desideri altro... Mettere Aulë in ombra
e mostrare al mondo intero la tua maestria..."
Per
un attimo cadde un cupo, assordante silenzio. Le parole di Melkor erano
piovute sul cuore di Sauron come gocce di ghiaccio, senza forma, ma più
taglienti di una lama. Il giovane lo guardò smarrito, ma Melkor si
rialzò con un sorriso ingannevole e nel cortile gli uccelli demoniaci
ripresero ad ululare. Sauron scosse la testa, senza più ricordo del
gelido sussurro dello Spirito Oscuro.
"Chiedi
ai miei servi tutto ciò che ti occorre: metalli, acqua, fuoco, pietre -
riprese Melkor, camminando nella stanza,- Niente ti sarà negato.
Costruisci tutto quel che vuoi, e, se avrai tempo, ti chiedo solo
d'inventare una corona per me."
"Una
corona? - ripeté il giovane, perplesso,- A cosa ti serve,
signore?"
"Lo
capirai.", rispose Melkor, con un sorriso misterioso, e s'avviò
alla porta, un'ombra nera, fumosa da cui il chiarore delle stelle
rifuggiva sbattendo ali di terrore. Batté le mani, e i servi accorsero,
solleciti.
"Sauron
desidera riaprire la fucina - disse, - Voglio che gli procuriate tutto
ciò che gli occorre e che il fuoco non sia mai spento. Le sue mani sono
agili e le sue creazioni saranno tanto belle da oscurare lo splendore
dorato di Laurelin - mosse una mano, e un'intensa vampata s'alzò nel
forno addormentato,- La mia fucina è tua, Sauron. Crea, perché un
giorno tu possa diventare il più grande fabbro della terra."
Il
giovane arrossì di piacere, e s'inchinò. "Non so se ne sarò
degno, ma m'impegnerò a soddisfarti, mio signore."
Melkor
s'avvolse nel drappeggio della tenebra ed uscì. Un colpo di vento gli
artigliò il mantello e, voltandosi verso il palazzo di Aulë, ad
occidente, fiutò collera e preoccupazione. Presto, il fabbro sarebbe
giunto a fargli visita, pretendendo che l'apprendista gli fosse
restituito. E allora, pensò con una risata crudele, la mia
vendetta sarà compiuta.
"Non
ho mai temuto la tua perfidia - tuonò Aulë, ritto davanti a Melkor,
adagiato sul suo scranno prediletto, - Ma mai avrei pensato che avresti
plagiato un mio discepolo per offendermi."
"Sauron
è più virtuoso di te e t'infastidisce che l'appoggi nei suoi
studi", osservò Melkor, beandosi della collera del luminoso Vala.
Aulë aveva la bellezza e l'abilità che lui non avrebbe mai
posseduto... Ebbene, il Maia sarebbe stato suo, e ne avrebbe fatto il
suo servo più fidato e il più fedele luogotenente per quand'avesse
riunito un esercito di spettri con cui affrontare e sconfiggere i Valar
di Valinor.
"Amo
Sauron come un figlio e l'hai letto nel mio cuore - ribatté il fabbro,
stringendo i pugni,- Altrimenti, non ti saresti disturbato ad attirarlo
nella tua casa e a spingerlo a rivaleggiare con me, come se traessi
piacere ad umiliare i Maia al mio servizio con la bellezza delle mie
opere."
"Mio
caro amico - sorrise Melkor,- Se possedessi il tuo talento mi diletterei
a costruire meraviglie d'ogni fattezza; ma essendo meno fortunato di te,
devo accontentarmi d'aiutare un giovane a rivelare tutte le sue capacità.
E tu mi condanni per questo?"
"Il
talento non nasce dalle mani, ma dal cuore - disse Aulë, e nei suoi
occhi azzurri passò un lampo di collera,- E il tuo è nero e grezzo, e
non riuscirebbe a plasmare nemmeno l'argilla più volgare in una forma
graziosa e meritevole d'ammirazione."
"Fratello
mio, mi insulti - replicò Melkor, con voce mielata, - Mi accusi
d'essere invidioso di te e della tua gentilezza..."
"Rivoglio
il ragazzo, Melkor - disse Aulë, con fermezza,- L'hai trattenuto sin
troppo a lungo nel tuo palazzo. E' tempo che ritorni da me, e prosegua i
suoi insegnamenti."
L'Oscuro
Signore sbadigliò, annoiato. Ma nel suo volto nero esultava il trionfo.
"Quel
Maia è qui da dieci giorni, ormai, e trascorre il suo tempo a creare
oggetti, nella fucina, e a suonare il suo flauto d'oro. Nessuno lo
importuna e miei servi lo riforniscono d'ogni cosa di cui abbia necessità.
Credi che voglia tornare nella tua casa, quando qui ha tutto ciò che
vuole?"
"Il
tuo palazzo è fatto di notte, e Sauron ama la vivacità della piena
fioritura di Laurelin e Telperion. Ti ripeto, Melkor, rivoglio il mio
allievo. E l'avrò, dovessi smuovere cielo e terra per strappartelo
dalle grinfie!"
"Le
minacce sono inopportune, Aulë - rise Sauron,- Scendi nella fucina. Lo
troverai là - E mentre Aulë usciva dalla sala, cupo come un cielo
tempestoso, aggiunse,- Quando te ne andrai, non venire a salutarmi.
Comprenderò."
Aulë
afferrò con le mani la lunga veste scintillante e discese i tetri
scalini ricoperti di muschio e licheni, seguendo il vago martellio che
riecheggiava dalla fucina. Attraversò un cortiletto lavato da un
chiarore freddo, spettrale, che penetrava attraverso una lunga vetrata,
dal corridoio superiore, ed entrò nella stanza in cui Sauron lavorava.
Tutt'intorno, il pavimento era cosparso di oggetti luccicanti, collane,
bracciali, ma soprattutto anelli, e fiori dai petali sottilissimi,
trasparenti, soffiati nell'oro più puro. Sauron stava battendo
sull'incudine un nuovo anello, quando lo scintillio argenteo della veste
di Aulë scacciò le ombre sulla soglia. Sauron frenò il martello a
mezz'aria e l'appoggiò sul tavolo di quercia.
"Maestro!
- esclamò, correndogli incontro,- Sono così felice di vederti! Melkor
mi ha permesso d'usare la sua fucina, per consentirmi di divenire ancor
più bravo... Avvicinati! - prese una manciata di anelli e li fece
ricadere nelle mani raccolte a coppa di Aulë,- Non sono bellissimi?
Beh, sono ancora un po' grezzi, ma un giorno saranno degni delle tue
opere, maestro."
Ma
oltre il brillio festoso dei suoi occhi, Aulë lesse nel suo cuore
parole feroci: un giorno sarò più bravo di te, e persino tu dovrai
inchinarti al mio talento e rinunciare a misurati con me. E
s'accorse che, nonostante lo stimasse ancora, il suo amore si stava
raffreddando al gelo dell'ambizione.
"Sei
un orafo abilissimo - l'adulò, - I Valar saranno orgogliosi del tuo
talento, quando mostrerai loro il tuo operato. Ma ora devi tornare a
casa con me, Sauron. Questo posto non ti può piacere. Tu ami i colori e
la musica, lo so, mentre il palazzo di Melkor è una tomba di silenzio e
morte."
"E'
triste, è vero, ma Melkor è buono, e si occupa di me." Come tu
non hai mai fatto, soggiunse nella mente e Aulë lo fissò
sbalordito.
"Come
puoi pensare una cosa simile? - lo rimproverò, aspramente - Ti ho amato
come un figlio e non ho avuto timore ad insegnarti il mio mestiere...
Abbandona questo posto, Sauron, non lasciare che il suo gelo soffochi
anche te... Sei sempre stato ambizioso, ma speravo che un giorno la fama
ti avrebbe reso indulgente verso gli artigiani meno fortunati..."
Indignato,
Sauron strinse i pugni, e il suo aspetto, mutevole come l'umore di una
fanciulla capricciosa, divenne deforme, spaventoso. Una nuvola nera,
fumosa, avvolse il suo volto, rendendolo orribile e sfuggente, come uno
spettro maligno.
"Melkor
mi vuol bene - scandì,- Tu l'hai sempre condannato all'odio e al
disprezzo d'ogni altro Vala, ma io non mi lascerò accecare dal tuo
risentimento. Se c'è odio, fra voi, non sceglierò né l'uno né
l'altro. Saresti ingiusto, se pretendessi che spezzassi in due il mio
cuore, e rinunciassi per sempre a te o a lui - quindi si raddolcì, e il
suo volto tornò bello e luminoso,- Non litighiamo, maestro. Lasciami
restar qui per qualche altro tempo ancora. Sto imparando cose nuove ed
ho inventato oggetti che nemmeno tu hai mai concepito. Va', torna al tuo
palazzo, e non temere per me: quando avrò terminato il mio lavoro,
tornerò da te."
Rassegnato,
Aulë curvò le spalle fiere e abbassò gli occhi. "Se è questo
che desideri... - sospirò,- Ti ho perduto, mio caro ragazzo..."
E
prima che Sauron potesse parlare, Aulë si raccolse su se stesso e
divenne una stella accecante, un fiume che ribolliva d'immenso
splendore. Il Maia si coprì gli occhi con le mani, abbacinato, e Aulë
si librò nel cielo cobalto del crepuscolo, leggero come musica, bello
come la rugiada dorata che Yavanna, tramutata in albero, stillava sulla
terra arida perché si ricoprisse di germogli. Non lo vide svanire,
oltre il filare di alberi disteso fuori del palazzo; ma quando sbatté
le palpebre scorse una stella cadente che s'inarcava verso occidente, e
con uno strano, inspiegabile senso di disagio, comprese che il suo
maestro l'aveva lasciato... e forse non sarebbe tornato mai più.
Con
il trascorrere dei giorni, Sauron imparò ad amare la dimora di Melkor.
Dapprima ne era stato disgustato, e il silenzio e il fetore del fiume
che scorreva nei sotterranei gli avevano provocato un moto di
ribellione. Poi, a poco a poco, aveva iniziato a spingere lo sguardo
oltre il sudario tenebroso che avvolgeva ogni cosa, ed aveva catturato
meraviglie che nel luminoso palazzo di Aulë non avrebbe mai neppure
immaginato. Passeggiava sovente nei lunghi corridoi, le mani intrecciate
dietro la schiena, soffermandosi, di tanto in tanto, ad ammirare le
forme che sfuggivano alle ombre, o che con le ombre si confondevano,
creando immagini dal terribile fascino. Alle pareti, fra gli spiragli
dei drappeggi, occhieggiavano bizzarri candelabri dalle cento braccia,
sinuose come un intreccio di serpi, e talvolta, quando ardevano, pareva
d'udire il loro sibilo sinistro riecheggiare fra le volte del corridoio.
Anche il parco aveva perso quel velo spettrale che tanto l'aveva
spaventato, e gli piaceva ricopiare su una tela seccata la danza macabra
dei rami spezzati, per poi riprodurla nei gioielli che creava nella
fucina di Melkor. Aveva ormai dimenticato il flauto a testa di leone; lo
suonava di rado, e senza più allegria. Forse sentiva la mancanza di Aulë;
ma a poco a poco il ricordo del maestro s'offuscò, nella sua mente, e
il suo cuore si riscaldava soltanto nel calore della fucina, quando
prendeva fra le mani i suoi gioielli e li baciava, estasiato.
Melkor
lo andava a visitare a sera tarda, nella sua stanza, ma talvolta lo
chiamava nella sala grande e conversavano assieme per molte ore. Sauron
attendeva con impazienza d'incontrarsi con il suo benefattore, e,
traboccando fierezza, gli mostrava le creazioni più belle che aveva
realizzato e gliele donava: un gioiello, una lampada che ardeva lava, un
pugnaletto tempestato di zaffiri e diamanti. Come ricompensa, Melkor
gl'insegnava piccole stregonerie che agli occhi di Sauron erano grandi
prodigi, e di tanto in tanto uscivano insieme dal palazzo e cavalcavano
i demoni-uccelli nelle profondità di selve paludose e nere, cacciando
strane bestie dalla risata stridula, di iena.
Da
tempo Sauron aveva smesso di temerlo, e spesso, mentre sedeva ai suoi
piedi, nella sala degli specchi oscurati, nei suoi occhi guizzava un
lampo d'adorazione. Non l'amava come aveva amato Aulë, ed entrambi lo
sapevano. Ma venerava ogni suo gesto, ogni sua parola, e ardeva dalla
bramosia di rassomigliargli, per potenza e maestà, e d'essere come lui
servito e temuto dalle orribili creature della notte. Melkor era tanto
potente - avrebbe potuto distruggere gli altri Valar con un gesto della
sua mano, Sauron ne era certo - da far tremare qualunque essere della
Terra, e se Aulë non avesse avuto in dono l'arte di crear la bellezza,
Melkor sarebbe diventato il fabbro più ricercato di Eä.
Un
giorno, mentre sedeva malinconico su un pozzo asciutto del giardino, un
mantello d'ombra lo sfiorò, e Melkor sedette accanto a lui.
"Sei
triste, quest'oggi, mio giovane fabbro - gli disse - Aulë ha inviato un
messaggero, chiedendo di vederti: vuoi tornare nel suo palazzo?"
Sauron lo guardò con
amarezza, e per un momento Melkor temette che avrebbe acconsentito. E
tutto quel che ho fatto, per strapparlo ad Aulë, sarà stato vano...!
Ma il giovane Maia scosse la testa, e si posò una mano sul cuore.
"No,
signore - rispose,- Non saprei dare un nome al mio tormento... Mi sento
lacerato, una parte del mio cuore vorrebbe tornare alla luce e un'altra
morirebbe, se lasciassi la tua oscurità... Se ritornassi da Aulë
diventerei forse un grande artista, ma sarei il prediletto dei Valar?
Qui, nessuno può competere con me, ed io sono felice di lavorare nella
tua fucina. Sono un vigliacco, lo so, ma vorrei rassomigliarti, e non
posso..."
"No,
non puoi - ammise Melkor, - Ma puoi avvicinarti a me, se lo vuoi... ma
prima devi dimenticare Aulë..."
Sauron
s'alzò, a testa bassa. "Non è una scelta facile..."
"Ne
sei sicuro? - nella voce di Melkor correva una sottile, perfida ironia,
e Sauron lo fissò con gli occhi spalancati - Hai già scelto, ma hai
paura di confessarlo persino a te stesso."
"Non
è vero! Non è vero!", gridò il giovane, e fremendo, gli volse le
spalle e corse nella sua stanza. Si gettò sul suo giaciglio di foglie
di bosco, nascondendo il volto nell'incavo del braccio. Giacque a lungo
immobile, la mente sconvolta dai pensieri, poi, d'improvviso, nel vetro
rosso della finestra socchiusa prese forma il volto di Aulë, e la sua
voce dolce lo chiamò:
"Sauron,
mio Sauron, cosa ti angustia?"
Sauron
sollevò gli occhi, stupefatto. Ma il bel volto di Aulë era segnato
dalla tristezza. "Perché hai respinto il mio invito? - gemette il
fabbro,- Non desideri più tornare nella tua casa? Eppure hai promesso,
ricordi?"
Sauron
sedette fra le foglie, serrando i pugni. D'improvviso, l'immagine
dell'antico maestro gl'ispirava collera. Quant'era patetico, così
candido e affilato, mentre implorava d'essere esaudito! Melkor si
sarebbe alzato tuonando parole spaventose, e la sua mano avrebbe
seminato il gelo nel cuore dello sventurato che avesse osato
disobbedirgli. Quello era potere, era grandezza... E Aulë lo supplicava
di ritornare nella sua fucina, a creare flauti per donne e lampade che
raccogliessero la luce dei Due Alberi...!
"Ho
promesso - riconobbe il Maia,- Ma quella sera non comprendevo il valore
del mio giuramento. Ti chiedo... No, non chiedo nulla. Stasera lo
spezzo, e non lo rinnoverò mai più."
"Ah,
il gelido fuoco degli occhi di Melkor ti hanno infine sedotto... Sei
perduto, mio caro ragazzo!", gemette Aulë, e in Sauron montò una
rabbia selvaggia.
"Al
suo cospetto, sei soltanto un mendicante che elemosina pietà - lo
insultò, con disprezzo - Perché dovrei scegliere la debolezza, quando
posso venerare il potere?"
"Sauron,
non lasciare che distrugga lo splendore che porti in te!", gridò
Aulë, e Sauron gli mostrò le mani, racchiuse a pugno.
"Il
mio splendore è qui, nelle mie mani - scandì,- E Melkor non l'ucciderà
mai. Ma tu morirai, Aulë, perché sei fragile, e un giorno saranno le
mie opere, non le tue, a destare stupore nel mondo, lo ammalieranno e lo
soggiogheranno... Ed io avrò ottenuto la gloria che da sempre desidero,
e che con te mi sarebbe negata..."
Aulë
socchiuse la bocca per protestare, ma Sauron lanciò un grido che lo
ammutolì. D'un tratto, l'immagine riflessa nel vetro scomparve, ma dal
cielo giunse in volo una colomba bianca, che tentò d'atterrare sul suo
davanzale.
"Sauron...",
riecheggiò nella stanza la voce di Aulë, e risoluto il giovane
richiuse la finestra prima che la colomba potesse entrare.
Aveva
serrato l'ultima porta che ancora lo separava dal mondo della luce;
d'allora in poi, nel suo cuore sarebbe scesa la tenebra del potere.
Chiamò
i servitori e scese nella fucina. Lavorò a lungo, ed entrò nella
grande sala quando Laurelin fioriva, nella Terra di Amar.
"Ho
un dono per te.", disse, e, tremando, porse a Melkor una superba
corona, d'oro purissimo e tempestata di gemme preziose simili a lacrime
porpora, azzurre e verdi.
"Avvicinati.",
gli ordinò Melkor, freddamente, e Sauron obbedì.
"Per
te, mio signore"
Melkor
prese la corona, se la posò sul capo nero, e si specchiò in un vetro
della finestra. "Un buon lavoro - si complimentò,- Ti sei deciso,
infine, a soddisfarmi, ingrato ragazzo...!"
Pallidissimo,
Sauron abbassò gli occhi. "Allora era diverso - osò rispondere,-
Ma ora ho deciso... maestro."
Tuonando
una spaventosa risata, Melkor si chinò su di lui e l'afferrò in una
stretta ferrea, eppure lieve, e gli posò un bacio sulle labbra. Non per
amore o desiderio, perché il cuore di Melkor era serrato a qualunque
sentimento, ma con quel bacio gli rubò ogni
residuo di luce ch'era in lui.
"D'oggi
in poi mi servirai, mi adorerai, e combatterai al mio fianco ogni nemico
che maledice il mio nome - disse, e, stordito, incapace di parlare,
Sauron non poté far altro che annuire, - Oggi, donandomi questa corona,
hai posto la tua vita nelle mie mani; domani, il mondo intero dovrà
riconoscere la mia forza e inchinarsi al simbolo del mio potere che tu
stesso hai creato."
"Sì...
sì.", giurò Sauron, e, con un moto stanco, infastidito Melkor lo
scostò da sé.
"Ora
va', voglio riposare - disse,- Ho sprecato sin troppo tempo con te e con
la tua testardaggine. Va', e riposa, e sogna la notte; ora l'amerai più
del giorno e non desidererai altro, perché sei mio."
Incatenato
alla volontà del suo padrone, Sauron s'inchinò e si ritirò nella
propria stanza. Nella mente aveva il vago ricordo d'una colomba bianca
che frullava sul davanzale della finestra, supplicando d'ascoltarlo, e
rammentò un flauto che aveva costruito un giorno, molto tempo fa...
dove l'aveva posato? Non ricordava. Ma, più vivido d'un occhio di brace
era il pensiero della fucina ardente, dove il fuoco non moriva mai e
l'oro fumava negli stampi robusti. S'addormentò, e nel sogno fu
attratto dallo sfarfallio di molti anelli, e tese la mano per prenderne
uno, liscio e luminoso, bellissimo. Ridendo, lo infilò al dito e
improvvisò una strana, insulsa filastrocca, che tuttavia gli piacque:
Un
anello per domarli,
Un
anello per trovarli
Un
anello per ghermirli
E
nel buio incatenarli...
FINE
Vincitore
del Premio Internazionale Tolkien 1999
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