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     SACRILEGIO!

   In una notte squarciata da lampi estivi, un giovane discende ad un cimitero abbandonato in compagnia d'uno scheletro con cui conversa abitualmente. Alcuni amici lo seguono... finale a sorpresa.

 

 

Le fiamme dei ceri si contorsero e morirono, e la tenebra ingoiò il vecchio tomo spalancato sul tavolo, restituendo ai figli della notte gli ansiti di tetri segreti vergati in lingue antiche, perché nessun occhio umano li potesse profanare. Oltre la finestra, un lampo estivo squarciò il sudario della notte. Era il segno che Loris attendeva. S'alzò ed aprì un'anta dell'armadio della sua stanza.

«Non pioverà, Aldo», disse, e il teschio sghignazzante d'uno scheletro gli rispose con un suono secco, d'ossa contro ossa. 

«Non temere. Non mancheremo all'appuntamento. E anche lui verrà.»

Lo scheletro sbatté la mandibola - una lingua di morte -, e Loris scosse la testa.

«No, non ho tempo per riparare l'impianto delle luci. Devo studiare, e se almeno tu mi aiutassi, invece di lagnarti inutilmente...! Andiamo, è tardi!»

Prese il libro sottobraccio, ed uscì nel cortile. La sua auto attendeva immobile sotto un salice nodoso, un grumo nero nella cecità della notte. Sistemò Aldo sul sedile accanto al suo, con il tomo aperto fra le esili gambe, e partì. Discesero il colle, sferzato dal baluginio dei lampi lontani, e s'inoltrarono in una sterrata di campagna. Il vento scuoteva le fronde ricurve delle querce e dai rami più bassi si svincolavano figure spettrali che, ululando, s'avventavano contro il parabrezza. Aldo protestò, innervosito, ma Loris pareva non curarsene. Perso nei suoi pensieri, di tanto in tanto sfogliava il libro, segnava qualche frase con il dito e sussurrava arcaiche parole in latino; domati da quel raro incantesimo, i demoni delle querce si placarono, e si ritrassero nell'oscurità.

Finalmente, la boscaglia s'aprì e i fari illuminarono una figura affilata, in attesa sul ciglio della strada. Loris spostò Aldo sul sedile posteriore, ed un giovane pallido gli salì accanto.

«Sei in ritardo.», osservò, con voce roca.

«Hai portato i ceri?», domandò Loris. «Io ne ho soltanto due. Non basteranno per tutta la notte.»

«Ho una torcia. Se avessimo bisogno d'altra luce, chiederemo in prestito un lume a qualche morto.» 

L'auto sobbalzò, discendendo il sentiero irto, dove passavano solo carretti e cavalli da passeggio. In lontananza, gli occhi tenui del cimitero li osservavano incuriositi ed ebbero un guizzo, come stelle maligne, mentre i due ragazzi lasciavano i boschi e s'avviavano sulle strade secondarie della città.

 

«Loris! Con Simone e Aldo!»

Un giovane scostò la tendina del bar, cercando nella notte, il lampeggio dei fari sulfurei dell’auto di Loris. «Dove?»

«Laggiù, al semaforo...!», indicò una ragazza bionda.«Vedo la sagoma di Aldo sfumata dalle luci… Mio Dio! Mi sento male…»

«È vero, Marco, guarda!», esclamò l'altro ragazzo, ridendo. «Sono loro. Ma dove andranno a quest'ora, di sabato sera?»

«Ad un festino scabroso», balbettò un'altra ragazza, rabbrividendo. «Un rito satanico... No, Andrea, non pensarci... Conosco quell'espressione...!»

Si segnò, e baciò il crocefisso d'argento che portava al collo. Marco schiacciò la sigaretta nel portacenere e balzò in piedi, eccitato.

«So dove si stanno dirigendo: al cimitero abbandonato, fuori città. Ne parlavano qualche giorno fa, alla mensa della scuola, e discutevano di vecchie tombe da sconsacrare…»

«Loris è pazzo!», gemette la ragazza bionda. «Non ha famiglia, studia alla luce dei ceri, viaggia in macchina con uno scheletro finto e gli parla...!»

Andrea rise, gettando indietro il ciuffo che gli ricadeva sulla fronte. «Intrigante», commentò. «Non perdiamo altro tempo. In macchina!»

 

Nel cimitero, si respiravano solo tenebra e silenzio. Avevano atteso oltre un'ora - meno spavaldi di quanto non ostentassero -, prima d'entrare; e da qualche parte, un campanile rintoccava la mezzanotte. Avanzarono cauti. Le granelle del sentiero, smosse dai loro passi, erano un grido nella notte.

«Siamo certi che siano venuti qui?», sussurrò Marco, e la ragazza bionda trasalì, aggrappata al suo braccio.  «Guardate laggiù...!», ansimò. «Una luce!»

Anche la voce di Andrea era incrinata: «Marco...»

«Sì... Andrò io, se hai paura.»

«No, veniamo con te. Ma potrebbe essere pericoloso...»

Marco restò in ascolto, assorto. «Non si sentono litanie. Non è strano? Forse sono soli.»

Ripresero a piccoli passi, nell'ombra delle lapidi. Poi, quando furono vicini, si fermarono. Il silenzio era incrinato da bisbigli e dal fruscio di pagine che rievocavano tempi antichi, umidità e misteri occulti. Marco si sporse fra due tombe, ma scorse solo un tomo aperto nell'alone di alcuni ceri raccolti in cerchio, e un teschio posato sulle pagine ammuffite. S'aggrappò ad una croce di legno, e si tese fra gli arbusti selvaggi, e catturò un piede di Loris, inginocchiato davanti ad una tomba come ad un altare.

«Lo vedo, lo vedo», sussurrò, concitato. «Non capisco cosa stia facendo, ma forse è meglio ritornare... AHH!»

La vecchia croce si spezzò, e urlando, Marco investì un vaso di fiori marci e rovinò sul sentiero. Loris s'alzò di scatto e sollevò la torcia, soffocando un’imprecazione. Stordito, Marco sbatté gli occhi, difendendoli dalla sferza della torcia. Simone dormiva su un grosso libro, e Aldo era abbandonato in un angolo; dalla mandibola pendeva una cordicella che gli ricadeva inerte in grembo. Avevano aperto una tomba vecchia di cent'anni, senza lapide, e tutt'intorno erano sparse ossa bianche, spolpate dai vermi e dal tempo; nell'aria, ristagnava un opprimente fetore di morte.

Loris avanzò, minaccioso, e Andrea aiutò Marco ad alzarsi. Indietreggiarono.

La torcia li colpì in pieno viso, li accecò.

E oltre il bagliore, la voce stupefatta di Loris: «Andrea, Marco... Anche voi qui a preparare l'esame di anatomia?»

 

 FINE

Racconto pubblicato di diverse fanzine specializzate

 

 


 

 
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