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LE STATUINE DI BRONZO

 

   Uno strano delitto, perpetrato durante un rituale sacro, perseguita la giovane Nefera, Sacerdotessa della Dea Rossa. Forse, il sacerdote che la corteggia è colpevole dell'orrendo crimine?

All’imbrunire, una giovane sacerdotessa mi annunciò che il Gran Sacerdote Haruptha mi attendeva nell’anticamera del tempio. M’inchinai all’altare, e la ragazzina scostò il tendaggio che separava la camera delle preghiere dal vano d’ingresso. Là, nella penombra, una figura torbida, sfumata, attendeva voltata di spalle. Al mio ingresso si voltò, chinandosi cerimoniosamente.

  “Hai disposto ogni cosa, per il rito di stasera? ”, mi chiese il Gran Sacerdote.

  “E’ tutto pronto. Porterò io stessa i due gatti in bronzo benedetti dalla divina Sekhmet. Il traditore sarà punito secondo giustizia. ”

  Haruptha si avvicinò di qualche passo, quanto bastava perché potessimo vederci, nel giorno morente. Portava il volto scoperto, a differenza del mio, velato in omaggio alla Dea Rossa che adoravo, mia madre, ma non si curò di reprimere un sogghigno sfrontato, untuoso, che ricambiai con freddezza. Mi voleva, l’avevo sempre saputo. Finsi di non badarci, e ripetei che mi sarei occupata d’ogni cosa perché nulla mancasse al rito.

  “Ma tu sei stanca, mia cara -, osservò lui, in tono premuroso, - Va’ a riposare. Non dormi da tre notti per preparare le statuine sacre e la dea della sapienza sarà certo in collera con me, per aver sciupato la sua figlia più bella. Non sarà necessario che presenzi, stanotte, per quanto possa farmi piacere. E tu sai quanto vorrei averti con me...”

  Mi lanciò un’occhiata che avrebbe fatto tremare qualsiasi altra donna, ma non me. E tuttavia ero tanto stanca che accolsi con sollievo il suo consiglio. Non pensai che forse volesse tenermi lontana dalla cerimonia. Quell’ultimo sguardo e l’allusione al suo assiduo corteggiamento non mi lasciavano dubbi che fosse sincero.

  “Muteti ti accompagnerà al templio nella miniera, e porterà i gatti di Sekhmet.”, gli dissi.

  Mi ringraziò, io chiamai mia sorella Muteti e le affidai le statuine di bronzo. Haruptha non le avrebbe fatto niente, era solo una bimbetta; e a lui piaceva-

no le donne di vent’anni, come me, perfette nei loro splendori femminili e capaci di donarsi senza che lui dovesse esserne maestro.  

  Se ne andarono, svanendo sul fondo del viale di sfingi, e io mi ritirai nella mia stanza per cambiarmi la veste.

  “Lavala e purificala, - dissi all’ancella che mi serviva,- E’ stata profanata dallo sguardo di un uomo.”

  Indossai una tunica bianca, fermata in vita da una cintura rossa, simbolo del fuoco, e mi lavai la faccia con l’acqua del bacile. Per quanto fossi stanca e assonnata, era mio dovere recarmi a portare libagioni a mia madre, nel santuario sotterraneo, prima che  calassero le tenebre.

  Nessuno stava di guardia al rubino trasparente, dono della bellissima donna fulva giunta dalle stelle, che raffigurava la potenza e la saggezza della dea. Mi inginocchiai e aspersi la pietra rossa di gradevoli aromi. Il rubino, spento quand’ero entrata, pulsò, riconoscendomi, e a poco a poco la sua luce colmò il santuario, inondò le mie mani raccolte a coppa, nel gesto rituale noto a poche iniziate; traboccava generosa, e purissima, stupendomi ancora, nonostante molte volte in passato l’avessi già vista. Fu allora, in quel vivido rosseggiare, che il sonno mi vinse. O credo che mi vinse, perché non so se ciò che accadde in seguito lo vissi realmente o lo sognai soltanto. Tutto ad un tratto, non mi trovavo più nel santuario, ma galleggiavo, invisibile e leggera come fumo, nel templio scavato in una miniera scoperta poco tempo prima nei pressi di Luxor. Ne avevo sentito parlare, ma solo vagamente, non interessandomi di quegli aspetti della vita quotidiana. Ma ciò che vedevo mi sembrava una cerimonia inaugurale della nuova miniera, con però poche persone: i giudici del traditore, i servi di Sekhmet. La camera sfavillava di luci e delle gemme degli officianti. In mezzo ai sacerdoti e alle sacerdotesse, scorsi alcuni dignitari di corte, assisi su seggi intarsiati e rinfrescati dal morbido sventolio di larghi ventagli piumati. Il Gran Sacerdote sedeva su un trono dorato, affiancato dai sacerdoti di più alto

rango. Si godeva, accarezzando la testa scoperta di una ragazza nuda, accoccolata ai suoi piedi, la danza sensuale delle Giovani Figlie del Nilo. La fanciulla si massaggiava imbronciata il ginocchio bronzeo; probabilmente era una Danzatrice Sacra caduta durante le danze. Guardava le compagne con invidia, ma non respingeva la mano invadente, avida di piaceri, che Haruptha insinuava nell’incavo della sua nuca. Dietro di lei, su un tavolino, erano posati i due gatti di bronzo che avevo preparato per il rito.

  Mi domandai, incuriosita, dove fosse il traditore.

  Non sapevo chi fosse, né perché fosse stato condannato. E quindi, poteva essere chiunque, un sacerdote che aveva trasgredito clamorosamente i suoi compiti, un dignitario di corte scomodo ai giochi politici dei sacerdoti, o una danzatrice sacra sorpresa in compagnia di un uomo; forse, la vittima era proprio la splendida fanciulla abbronzata blandita dal Gran Sacerdote. Ma poi, sul finire delle danze, scorsi un uomo mascherato accovacciato al centro delle danzatrici, un uomo che fino ad allora, chissà perché, non avevo notato. Era abbigliato lussuosamente, come un principe, e anche se non potevo distinguerne il volto, indovinavo la sua eccitazione nell’essere circondato da una decina di bellissime ragazze che gli si avvolgevano attorno, sinuose come serpenti,  mostrandogli il corpo statuario scoperto da qualsiasi velo, in un sottile gioco erotico che avrebbe riacceso le passioni di un vulcano spento. L’ondata di desiderio che vibrava nel tempio mi colpì quasi con forza, e anch’io, che ho sempre fugato sentimenti e passioni, mi sentii accendere da un fuoco proibito.

  La musica scemò, e le fanciulle si ritirarono. Fu la volta delle sacerdotesse, anch’esse seminude e sensuali, che intonarono canti propiziatori agli dei.

  Quando tacquero, l’uomo mascherato si alzò.

  Il Gran Sacerdote scostò da sé la Figlia del Nilo, a malincuore, ma pregustando una gioia che, a suo modo, gli procurava un piacere pari al soddisfacimento dei sensi. 

  Prese una coppa d’oro massiccio, ingemmata di smeraldi, lapislazzuli e

malachite, la colmò di vino e la porse all’uomo mascherato.

  Sussultai.

  Forse perché nell’inconscio avevo riconosciuto il volto celato sotto la maschera o forse perché avevo capito, non so come, che quell’uomo non doveva morire, che non aveva fatto niente per meritarlo, eccetto aver scoperto la corruzione del clero e di alcuni dignitari di corte - quelli presenti - e aver deciso di punirla. Non avevo idea di come lo sapessi, sentivo quella verità agitarsi in me, urlare e dibattersi per uscire, per fermare la mano protesa e impedire che l’uomo bevesse.

  Per un istante, il quadro vivente sotto di me si fermò. I sacerdoti erano immobili, in attesa che l’evento si compisse. Il traditore chiedeva il vino di Oro, e Haruptha glielo negava, fissandolo esitante... No, non esitante, aveva gli occhi socchiusi, in attento ascolto. Mosse appena il volto, alzandolo verso di me. Era un mago, e aveva percepito la mia presenza.

  Sorrise. E in uno slancio di trionfo depose nelle mani della vittima il vino avvelenato. Lanciai un urlo, che al ricordo mi strazia ancora le orecchie, ma nessuno, all’infuori del Gran Sacerdote, poteva udirmi. L’uomo si cavò la maschera, e bevve. Avidamente, con un’unica, lunga - l’ultima - sorsata. Quasi non s’accorse di morire. S’afflosciò a terra, strabuzzando gli occhi, mentre la coppa cadeva ed esplodeva l’esultanza dei presenti. Le sue guardie, appostate in fondo alla sala, furono rapidamente sopraffatte. I sacerdoti intonarono un canto di gioia, le danzatrici sollevarono il corpo dell’uomo e lo deposero al centro della sala, dove tutti potessero vederlo.

  E lo vidi anch’io. Vidi un volto gentile, che tante volte mi aveva sorriso, sfigurato dalla smorfia con cui aveva guardato Osiride e Ra venire a prenderlo per mano, e subito lo riconobbi: il Faraone. Haruptha ordinò che venisse portato in un’altra camera, dove i sacerdoti avrebbero verificato che fosse morto davvero, e non fingesse per salvarsi. Sapevo cosa gli avrebbero

fatto, e fui colta da un conato di nausea. Ma uno spirito non gode dei sollievi

concessi dal corpo, e la vertigine mi assalì, stordendomi. Mi parve di precipitare in un abisso oscuro, trafitta dai cori funebri che i sacerdoti avevano infine intonato. Prima di venire inghiottita dalle tenebre, mi parve di vedere, nel turbinio di colori e facce sotto di me, i due gatti di bronzo che io stessa avevo preparato per quel rito.

  La dea della vendetta aveva scagliato la sua freccia mortale.

  E io, complice di quel delitto, svenni.

  Riaprii gli occhi una volta sola, senza sapere dove mi trovassi, nel santuario o su un prato, all’aperto. Distinsi vagamente un cielo appannato di stelle, e il volto di un uomo chino su di me che annuiva, dicendo: “ Sta bene, tornate dentro.”

  Quella voce mi perseguitò in sogno, nelle quattro notti in cui rimasi addormentata. Ripeteva sempre la stessa frase, come una cantilena, uno scoglio che mi impediva di ricordare cosa fosse accaduto in precedenza. Poi, le parole mutarono: “Uscite, rimarrò io con la sacerdotessa. Anche tu, Muteti, non piangere. Andrà tutto bene, vedrai.”

  Sollevai le palpebre, era giorno. Uno spiraglio di sole tagliava in due la stanza, rivelandomi che era all’incirca mezzogiorno.

  “Ben risvegliata, Nefera - mi salutò Haruptha, accostandosi al letto,- Hai dormito molto a lungo. Eravamo preoccupati.”

  Di colpo, i ricordi tornarono. Quel volto, il sorriso grondante di trionfo, il Faraone mascherato, la coppa che cadeva...

  “Tu... bastardi... avete ucciso il Faraone... per il potere... corrotti... la Dea Rossa vi punirà...”, balbettai, con voce roca, ancora impastata dal sonno e

dagli intrugli che certo mi avevano costretta a bere, quando esitavo tra l’incoscienza e la veglia.

  “Su, mia cara, non maledirmi - sorrise il sacerdote, sedendosi sul letto e prendendomi una mano,- Sei viva per mio volere. Se l’ordinassi, uno dei miei

sicari ti taglierebbe la gola ancor prima che te ne accorgessi. Non è stato

difficile uccidere il Faraone. Eliminare te sarebbe ancor più semplice. E bada, se racconti cos’è successo, ti accuserò di aver stregato deliberatamente i gatti di bronzo per gettare un maleficio sul Faraone. Ci sono decine di testimoni disposte a deporre contro di te. Saresti condotta a morte, mia dolce fanciulla, e sarebbe uno spreco di tanta bellezza...”

  Cercai di ritrarre la mano, ma era artigliata dalla sua, e per divincolarmi lo graffiai sul palmo, facendolo sanguinare.

  “Vattene, verme schifoso! - gridai,- Cosa credi, che sia disposta ad arrendermi alla tua depravazione, in cambio del silenzio? Hai ucciso il Faraone, il mio re... Di questo, non ti perdonerò mai!”

  “Non ne avrai nemmeno il tempo, ragazza!”, ruggì lui, scattando in piedi, furibondo. Si torceva la mano graffiata. In lui l’amore si era rapidamente tramutato in  odio.

“Può darsi. Avanti, uccidimi, sfida pure la collera della Dea Rossa, se ne hai coraggio! Ma non ne hai. Se solo un uomo.”

  Non feci nessun gesto particolare, non spalancai le braccia né invocai mia madre. Ma dalla mia pelle tremolò un fuoco rubicondo, che mi alonò di divino, e per un istante Haruptha vide in me la dea, bellissima, con la pelle di alabastro e i capelli raccolti in una crocchia fiammeggiante. Indietreggiò, a bocca aperta, gli occhi dilatati e pieni di paura.           

  Poi l’attimo passò, e io tornai ad essere me stessa.

  “La divina donna delle stelle ti protegge, Nefera - ansimò lui, facendosi forza,- Ma userò contro di te ogni sicario al mio servizio, se parlerai. Il

  Faraone è morto, e suo figlio non lo piange. Taci, e ti salverai la vita.”

  “E tu conserverai la tua.”, replicai io, con un freddo sorriso.

  Uscì sbattendo la porta. Ma qualche minuto più tardi udii un grido soffocato di donna e due sacerdoti minori, coperti in viso, entrarono nella mia stanza,

scostarono le tendine del letto, e mi trascinarono giù, afferrandomi per le

braccia. Non ebbi tempo di urlare, di dibattermi, di protestare. Uno mi schiaffeggiò fino a tramortirmi e il secondo mi cacciò in bocca una boccetta di terracotta, svuotandomi in gola una pozione amara. Sonnifero... lo riconoscevo dal sapore.

  “Che volete? -, farfugliai,- Chi siete?”

  “Non ha importanza, bellezza - sussurrò uno di loro,- Ora dormi.”
  Dormire, ancora dormire... No, il Faraone, il Re del Nilo aveva bisogno di me, era mio compito proteggerlo dal sacrilegio, anche nella morte. Non potevo dormire...

  “No... non voglio.”, biascicai, scivolando in un sonno confuso, dove i sogni d’inseguivano agli incubi, la notte si mescolava al giorno, le voci e i pianti riecheggiavano lontani, in un angolo assopito della mia mente. Tornavano ogni giorno, e mi costringevano a bere e a dormire. Volevano tenermi lontana dal Faraone e impedirmi di raggiungere le sue spoglie custodite dagli imbalsamatori, e di benedirle nel nome di Seckmet. Ah, Seckmet... dea della vendetta e custode dei re... Dov’era, quando il Faraone era morto? La sua mano l’aveva ucciso, tramite me, lei aveva tracciato il segno funebre sul suo destino, non poteva benedirlo... E allora perché Haruptha temeva la collera che il dio-uomo dormiente non gli avrebbe certo risparmiato, se la dea l’avesse baciato e accolto nelle sue braccia? Nei miei deliqui, mi accorgevo che qualcosa mi sfuggiva.

  Dissero che ero malata, e più tardi che ero partita verso una terra benefica dove avrei recuperato le forze. Pochi sapevano la verità. Muteti mi era sempre accanto, e con lei la mia vecchia ancella. Haruptha era certo che non avrebbero parlato e le sue guardie sorvegliavano la mia casa. Dapprima con solerzia, poi sempre più distrattamente, mentre le settimane correvano e

io continuavo a giacere nel mio sonno drogato. Mi destai il giorno in cui il corpo imbalsamato del faraone venne scortato nella sua nuova dimora. Ma caddi subito in un sonno leggero, e dormii ancora per alcuni giorni a venire.

Poi i sacerdoti non vennero più e io mi ripresi. Haruptha mi mandò un messaggio, esortandomi a tacere. “Hai conosciuto il mio potere - diceva,- non sfidarmi oltre.”

  Scrollai le spalle, e bruciai la pergamena. Non avevo paura di lui.

  Chiamai l’ancella, che venne sollecitamente ad accudirmi. Mangiai qualcosa, indossai una veste color lavanda e mi sedetti alla finestra. Guardandomi intorno notai, su un tavolo oltre una cortina velata, i due gatti di bronzo. Probabilmente li aveva portati mia sorella Muteti, e Haruptha non se n’era accorto. Ma in quel momento, non ci badai. Ripensavo al Faraone, alla sua morte, all’ambigua volontà di Seckmet. Mi persi in quelle domande finché il giorno non declinò e sfolgorò un tramonto d’oro e rubini. Allora mi alzai e passeggiai nella stanza. Avevo recuperato in fretta le forze, non mi sentivo stanca.

  I gatti di bronzo mi fissavano, con le iridi di smeraldo spalancate su una verità che ancora non conoscevo. Sostenni il loro sguardo, avvicinandomi al tavolo.

  Se Sekhmet ha voluto la morte del Faraone...

  Ne presi uno in mano 

  ... su di me non grava alcuna colpa. 

  Lanciai un urlo soffocato, e per poco non feci cadere la statuetta. La rigirai fra le mani e afferrai anche l’altra, incredula. Erano ancora impregnate degli incantesimi che vi avevo intessuto, la dea non aveva agito contro il Faraone con la sua autorità divina, non aveva avvelenato il vino del re, su mia preghiera.

  Ero innocente. Innocente.

  Indossai con furia una mantella di lino, sotto cui nascosi le statuine e uscii. Nessuno mi seguiva. Mi diressi verso quel tratto del Nilo che separava la terra dei vivi dalla città dei morti, la Valle dei Re. Scendevano le prime ombre, e poca gente si soffermava ancora nei campi. Sulla riva, non c’era

nessuno. Potevo attraversare il fiume in volo, era una capacità insita nella

mia natura semidivina. Ma mentre spiccavo il salto, un rematore mi vide, e gridò, pensando che volessi uccidermi.

  “Se mi porti dal mio re, nella valle, - gli dissi,- Ti pagherò bene.”

  “Tu sei pazza, signora, - balbettò lui, spaventato,- Laggiù vivono gli spettri, e i sacerdoti proibiscono alla gente comune di andarci...”

Ma io intervenni: “Non aver paura, rematore. Io, che sono figlia di una dea, ti proteggerò.”

Mi sciolsi il velo, e gli mostrai il mio viso, d’una bellezza sfolgorante, insostenibile. Tremò, incapace di resistermi, ed esitando mi porse la mano per aiutarmi a salire a bordo. La barca scivolò morbida sul fiume e si arenò, dolcemente, sulla sponda opposta.

  Feci cadere un anello ingemmato nella mano callosa dell’uomo, ringraziandolo.

  “Torna indietro, non restare qui. Va’, e che gli dei ti benedicano.”

  Se ne andò, e io mi diressi verso i sepolcri. Riconobbi senza esitare la tomba del Faraone defunto, custodita da guardie. Ma loro sembravano non vedermi. Protetta da Sekhmet e da mia madre, passai davanti a loro come vento, le superai. Con una parola spostai le rocce che chiudevano l’ingresso della tomba - anche questo è un dono che ho ereditato dalla razza di mia madre - ed entrai. Non avevo paura, e gli smeraldi lucenti dei gatti mi mostravano la via. Non sapevo dove fosse deposto il Faraone, e lo cercai a lungo, abbattendo inutilmente muri e entrando in camere sbagliate. Ma alla fine lo trovai, circondato da oro e anfore preziose.

  “Non sono riuscita a salvarti in vita, mio re - mormorai al sarcofago,- Ma ti difenderò nella morte, contro chiunque intenda profanarti. Sekhmet e la Dea Rossa sono con te, figlio di Ra.”

  Deposi i gatti in mezzo agli altri addobbi. Lucevano più dell’oro, e gli smeraldi sembravano piccoli cuori verdi, vivi. Le guardie più fedeli del Faraone. Nessuno gli avrebbe più fatto del male, d’allora in poi.

  Uscii che era notte.

  Iside e Osiride passeggiavano tra le tombe, tenendosi per mano; mi videro, mi sorrisero. Se avevo qualche colpa, nella morte del re, l’avevo espiata regalando pace e tranquillità al suo corpo addormentato. 

  Mi avviai lentamente verso il fiume.

  E levitando, tornai sulla riva dei vivi.

 FINE

 

Racconto pubblicato sullo "Special Egiziano" edito da Yorick, reggio Emilia, 1999

 

 


 

 

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