Home

Chi sono
I miei romanzi
     Radici di sabbia
     Cantico sull'oceano

Parere della critica

I commenti dei lettori

I miei racconti
I miei pensieri
Gallery fotografica
"Cantico sull'oceano" su IBS

"Radici di sabbia" su Librando. net
I romanzi su Classicaonline


 


      L'ULTIMA NOTTE DI SAN VALENTINO

 

 

   Il mondo è stato colpito da un morbo misterioso e soltanto due vampiri sono sopravvissuti. Che cosa ha devastato la terra, disseccando i campi e i mari?

 

Deserto. Solo la morte sopravviveva allo sfacelo del mondo, in quella notte di San Valentino. L’orizzonte oltre le pianure tremolava nella notte lattescente, lavata dall’ansito cadaverico di una luna al primo quarto, un po’ più piccola del consueto, forse anche lei colpita dal morbo misterioso che aveva devastato la terra.

Un ruscello di rocce rotolò a valle, e Sinfan si arrestò sulla cima del sentiero, sondando la tenebra con occhi acuti e penetranti, di belva affamata. Poteva scorgere i detriti lasciati dalla Morte, là, nel sudario della notte, resti di corpi in putrefazione, villaggi disabitati, letti di fiumi e laghetti asciutti. Sibilò una bestemmia, e battè un piede a terra.

Il mondo era morto; e anche quell’isola l’aveva tradito. Con un’ansia isolita era disceso in volo dal cielo fuligginoso della notte, levitando sopra l’oceano basso e quieto, squassato da una bramosia di sangue che gli ardeva nelle vene come febbre; ma fin dal momento in cui aveva appoggiato i piedi a terra era stato investito dall’inutilità di quella caccia. La Morte l’aveva schernito, mostrandogli orgogliosa il suo misfatto: lo scempio di una terra ricca di sangue saporito, bruciata come carne viva, e dove avevano verdeggiato parchi e viali ora s’increspavano le rughe sofferenti di un’anima spogliata e violentata dall’arsura; quel che restava degli uomini e degli animali era buttato nei fossati, e l’aria era infettata dal lezzo della decomposizione.

Erano sempre stati nemici, i vampiri e la Dama dal Viso di Teschio, anche se durante i festini nelle grandi ville bianche venivano immolate vittime che i seguaci della Falce non esitavano a prendere con sé. Ma quelle anime, Sinfan lo sapeva, non riuscivano che ad attenuare l'appetito della Morte. Erano altre le prede che smaniava: quelle maledette dei non morti, che troppo spesso doveva attendere per interi secoli, dopo averle perseguitate e desiderate fino a consumarsi. E per possederle, a quanto pareva, aveva deciso di sterminare l’umanità, e in qualche modo oscuro era riuscita a spezzare la grande forza che i vampiri le opponevano, impedendole di impadronirsi senza controllo delle vite degli uomini. Poi, forte e invincibile, aveva brandito la sua falce insanguinata ovunque c’era vita, e in breve aveva sfigurato il mondo in un inferno ancora più terribile di quello accolto nel grembo della terra.

Una vampa di rabbia incendiò gli occhi freddi di Sinfan.

“Non mi avrai, maledetta - giurò, aggredendo con lo sguardo le distese avvizzite che un tempo erano stati campi di grano e tulipani, - Gli altri possono rassegnarsi a rinsecchire come foglie vecchie, ma non io. Andreas e Miltos erano deboli, e sono morti due notti fa; Gustav li ha seguiti poco prima dell’ultima alba. E Maradiel... Era un ragazzino capriccioso, senza volontà. Sarà fuggito in qualche deserto senza riparo, e il sole avrà squagliato le sue bianche membra da parecchi giorni, ormai.”

Scosse il capo, per scacciare la visione del corpo del vecchio amante ridotto a fanghiglia da una stella più calda di quelle che di notte accompagnavano il vagabondare dei vampiri in città. Aveva smesso di amarlo da alcuni anni, e da allora non l’aveva più pensato. Ma negli ultimi giorni, quando la sete si era fatta insopportabile e la vista sempre più appannata, il passato era tornato nei suoi ricordi, e i secoli - fatti di notti, sangue e sesso - gli erano scorsi nella mente come acqua di torrente. A volte gli sembrava di non essere solo nella notte. Anche l’ultima che aveva trascorso con Gustav, a dividere il pasto e il piacere, aveva avuto la sensazione che gli antichi fantasmi lo visitassero per il saluto d’addio.

“No, per gli Inferni! - imprecò,- Nessun addio, nessuna morte, nessuna sconfitta! Io mi salverò. Per secoli sono stato il Maestro della mia razza, e ho alle spalle studi di profonda conoscenza. La Morte non si prenderà la mia anima per deridermi nell’eternità.”

Gli parve di sentire una risata lontana - o era un gemito sommesso? -, dietro di sé, ma un istante più tardi la brezza gli portò solo il profumo di sangue e cera impregnato nella cenere che aveva gettato via quand’era sceso sull’isola. Questo era Gustav, gli ricordò quell’odore, Di lui non resta che uno sbuffo di polvere. La sete l’ha ucciso. E’ morto, è morto!

 Ma io no, replicò Sinfan, scuotendo le spalle con noncuranza. Discese il sentiero, inoltrandosi nell’isola, e camminò nei villaggi silenziosi e spenti, frugò nelle case, nei letti, nelle culle, nelle stalle, e maledisse il fondo secco degli stagni, dov’erano scomposti gli scheletri invecchiati di pesci e anatre. Anche i pozzi delle fattorie erano asciutti, gli abbeveratoi degli animali crepati dalla sferza del soll che di giorno forava il cielo.

Stava per lasciare un cortile polveroso, quando all’improvviso un alito di vita gli solleticò i sensi, spirando dalla fitta oscurità di ciò che rimaneva di un boschetto di noccioli. Una bambina piangeva, dove l’ombra era più nera, e quel suono - canto dolcissimo, per le sue orecchie avide! - gli fece sobbalzare il cuore nel petto. Si voltò di scatto, e l’odore di carne viva gli inebriò le narici. Senza pensarci, prese a correre fra i rami ricurvi, inseguendo il richiamo della sopravvivenza. Per un momento il pianto si azzittì, e subito dopo riprese, più fievole, allontanandosi dal villaggio: forse la piccola l’aveva visto, e impaurita, stava fuggendo lontano da lui.

La scia dei singhiozzi lo guidò su per una collinetta brulla. Sinfan corse al ritmo eccitato del suo cuore, e non rallentò il passo neppure quando sospettò che quella corsa era stranamente troppo veloce per essere la fuga smarrita di una creaturina spaventata. D’un tratto il pianto cessò, e Sinfan si fermò sulla cima pietrosa, ansimando lievemente. Annusò l’aria con voracità e catturò l’odore caldo della bambina dietro ad un orlo di rocce ammassate poco lontano. Doveva essersi acquattata là, piangendo piano per non farsi sentire.

La sensuale bocca di Sinfan si piegò in un sogghigno di trionfo, e i lunghi canini d’avorio balenarono nel biancore trasparente della luna. Per la bimba non c’era più salvezza: ovunque avesse tentato di nascondersi avrebbe fiutato il suo odore, e le sue gambe e le sue ali erano capaci di sopportare un inseguimento di molte ore senza sosta. Si avvicinò alle rocce, e subito qualcosa cambiò nell’aria, un altro odore, più forte e velenoso, si mescolò a quello della piccola, e ancor prima che realizzasse quel che stava accadendo dal paravento roccioso emerse una figura pallida e spettrale, inumana, che stringeva a sé una bimbetta di forse sette anni, ammutolita dalla paura.

Il nuovo vampiro sorrise. Era fulgido come sole, nella notte fumosa, una stella fredda, abbagliante, mortale. Pochi altri potevano sostenere il confronto con la sua bellezza sicura ed elegante, di giovane gentiluomo.

“Sapevo che saresti accorso, Sinfan - disse, e c’era astio nella sua voce musicale, - I tuoi appetiti sono sempre stati raffinati, e io ho scelto con cura questa tenera esca... Una bimba forte e sana, solo per te.”

“Maradiel... - Sinfan si schiarì la voce, sbalordito,- Credevo che fossi morto. Sono tutti morti. Come hai fatto a salvarti... proprio tu?”

“Sono più scaltro di quanto non hai mai voluto ammettere. Mi hai sempre considerato un idiota incapace di pensare, un pezzo d’amore da prendere e buttare a tuo piacere. Un grande errore, Maestro. Un errore che ti costerà la vita.”

“Non essere ingenuo, ragazzo. Credi davvero di avere qualche potere su di me? Cosa vuoi fare, uccidermi? O sgozzare quella bambina e berla, mentre ti guardo assetato? Sai che potrei portartela via quando ne ho più voglia. Ti ho fatto io, conosco i tuoi limiti. Non sei saggio a sfidarmi. Dammela, e se sarai accondiscendente ti permetterò di cibarti di lei, dopo di me.”

Maradiel lo fissò, con insolita intensità. “Gustav non avrebbe esitato ad obbedirti... faceva ogni cosa gli chiedessi.-, mormorò,- Eri il suo dio, e lui il tuo, tuo e della Congrega dei Vampiri, il più affascinante, il più abile cacciatore di sangue dolce... e prima dell’alba lo vedevo, con te, nella Sala delle Candele, dove avevi portato anche me, prima di lui... lo vedevo, fra le cortine velate e il sangue, fantasioso e affamato... - la sua voce ebbe un fremito, e lottò a stento per domarla, - Lo riconoscevo, anche sotto il sangue. Lui non era come tutti gli altri, era l’amante ideale, il più ambito… Il più amato.», ansimò, in un sussurro.

Tacque un istante, e nel silenzio sentì il cuore della bambina battere all’impazzata contro il suo, lento e gelido, già assopito in un limbo di quiete, quasi ad attendere la morte che presto si sarebbe abbattutta su di lui.

«Tu mi hai sempre usato a tuo piacere, ma adesso le cose sono cambiate - riprese, giocando con i riccioli bronzei della piccola, - Quanti teneri ragazzini ti ho regalato, per il tuo letto e la tua gola... teneri come questo fragile, bellissimo fiore... Aspira il profumo del suo sangue... Ah, incantevole... inebriante! La vuoi, eh! - gliela porse, un gesto di scherno, - Non è la cosa più bella che tu abbia mai visto in vita tua?»

Rise forte, e la bambina scoppiò a piangere, aggrappandosi disperatamente al suo collo freddo con le braccine rosee. Aveva capito poco delle parole dei due uomini, ma era abbastanza grande da intuire che Sinfan non l’avrebbe lasciata viva, se l’avesse avuta.

«È un bell’esemplare, non te la cederò facilmente, amor mio. Ma anche se la bevessi, moriresti lo stesso. Non c’è più vita, sulla terra. Presto o tardi, avrai bisogno di bere ancora e vagherai disperato per il deserto, il sole ti sorprenderà e ti ucciderà... Di te non resteranno neppure le ossa. E non ci sarà nessuno a rimpiangerti. Nessuno. - sospirò, e la sua voce si fece più bassa, più grave - Ah, Sinfan! Ho sopportato tutto, da te: lo scherno, i tradimenti, gli insulti. Ma ai tuoi occhi non contavo niente, e anche Gustav... In fondo mi fa pena, quel disgraziato. Che ne è stato del tuo amore per lui, se non l’hai neppure pianto, quand’è morto? E hai buttato via i suoi resti come se fossero i residui di una candela consumata... Che ne è stato del tuo amore per lui, quand’era in vita... e di quello per me?»

Scosse la testa, esasperato, e con uno solo sguardo abbracciò la devastazione dell’isola. Un’ombra velava l’azzurro delle iridi cristalline, ma nella sua tristezza non c’era rabbia; solo rassegnazione, e rimpianto per un passato che avrebbe voluto rivivere in modo diverso.

«Tutto questo - riprese, dopo un breve silenzio, - Non è un caso, o il volere di un dio. E’ il mio trionfo su di te, e sugli altri che in poco meno di una notte mi hanno dimenticato per uno straniero dallo sguardo perverso.»

Sinfan agitò una mano, sprezzante.

«Sciocchezze. Da solo non puoi aver stravolto le leggi dell’universo. Non so come sia successo, ma una pestilenza ha invaso la terra e...»

«Quanto poco mi conosci, Maestro. - sorrise, avvicinandoglisi di qualche passo, - Sei stato tu a parlarmi del Patto contro la Morte, non ricordi? Dicevi che se tutti i vampiri fossero stati uniti, la Morte non si sarebbe mai impossessata delle loro anime. Ma bastava che un anello della catena si spezzasse perché la forza del vincolo fosse infranta. Io volevo vendetta, Sinfan - avanzò di un altro passo, e Sinfan indietreggiò, più pallido di quanto fosse mai stato in oltre quattrocento anni di vita,- Vendetta per il mio amore ferito, per la tua indifferenza - perchè tu sei Indifferenza! -, per il mio orgoglio. Volevo che l’offesa degli altri vampiri fosse scontata nella morte. Ma più di tutto, volevo che tu soffrissi, che vedessi il tuo amante - quell’amante per cui mi avevi chiuso la porta del tuo cuore! - agonizzare e ti struggessi nell’impotenza di non poterlo salvare, e che, alla fine, ti arrendessi alla sconfitta.»

«E’ folle - boccheggiò Sinfan, gli occhi dilatati dallo stupore, - Hai distrutto tutto, morirai anche tu...»

«E’ vero - Maradiel tentò un sorriso, ma fallì,- Moriremo insieme, Sinfan. Almeno questo non mi verrà negato.»

Poi raccogliendo le forze in un profondo respiro, lo affrontò: «Perché l’hai fatto? Ti avevo dato tutto di me, ma non ti bastava! Quante volte mi hai quasi ucciso, per divertimento, quante volte mi hai umiliato... Ed ogni volta tornavo a te, felice che tu fossi il padrone e io il servo... Ero stupido anch’io, oh, certo che lo ero. Ma ti amavo, e mi sarei accontentato anche delle briciole, pur di averti una notte al cambio della luna...»

Parole da innamorato. Il taglio severo delle labbra di Sinfan fu sfiorato dal sorriso. Un sorriso beffardo, spavaldo, indifferente. Maradiel ebbe una smorfia disperata. «Neppure questo ti commuove? - gemette,- Nemmeno le mie lacrime?»

Piangeva, perle trasparenti che si perdevano nei capelli arruffati della bambina, striandogli le guance di madreperla. «La morte non ti farà del male, Sinfan - singhiozzò,- Tu non hai un’anima da dannare. Sei un mostro dell’Inferno.»

«Sì, può darsi-, rise Sinfan - Per questo mi adori e mi adorerai sempre.»

E per provargli ancora una volta chi era il dio e chi era il supplice, fra loro, tese una mano, accennando alla bambina.

«Su, Maradiel, non sfidarmi, ti ripeto. Dammi quella creatura. Sai che mi appartiene già. Per prenderla non dovrei far altro che farmi più vicino e guardarti negli occhi...»

Maradiel balzò all’indietro, trasalendo. «Indietro! - abbaiò, quasi soffocando la piccola contro il suo petto,- Non ti avvicinare!»

Ma gli occhi neri di Sinfan si facevano sempre più grandi, più abbaglianti, più irresistibili. Oh, per uno sguardo d’amore, una carezza, una sola parola gli avrebbe dato tutto, tutto...! No, il tempo del perdono era finito. Lanciò un grido d’agonia, da belva ferita, e si curvò sulla bambina terrorizzata azzannandola con violenza, dilaniando la morbida carne d’avorio e recidendo i vasi gonfi fra i muscoli. Succhiò con rabbia, senza assaporare il gusto del sangue delicato, mentre Sinfan rideva, e lui si chiedeva perché non cercasse di strappargliela di mano per nutrirsi di lei...

Ormai la piccola era morta, e Maradiel la gettò a terra come uno straccio. La sua faccia era una maschera di sangue. E Sinfan rideva ancora.

«Ti spavento ancora tanto, eh, ragazzo?», lo beffeggiò

Cieco di rabbia, Maradiel urlò: «Bastardo! Perché volevi che l’aggredissi così? Cosa ne hai guadagnato? Era il tuo ultimo pasto! Morirai, Sinfan. Morirai!»

«Anche tu, dolcezza. E forse prima di quanto non immagini.»

Indicò l’Oriente, dove i primi fumi dell’aurora schiarivano la pennellata funebre del cielo. Maradiel sobbalzò, ma esitò a cercare riparo all’ombra delle rocce, che già si allungava, torbida, ai suoi piedi.

«Resta con me. - lo supplicò,- Muori con me.»

«Non intendo morire, ragazzo. Io scelgo la vita.», rispose l’altro, laconico, e ancora mentre parlava i primi raggi del sole scavalcarono l’orlo aspro dell’orizzonte e scesero a sfiorare la terra. Maradiel vacillò, stordito, ma si riscosse, e lanciata un’ultima, appassionata occhiata all’antico amante, corse via, verso un riparo di fortuna. Sinfan invece si avvolse più strettamente nel mantello e indugiò ancora un istante nella luce del sole nascente.

«Tutta questa desolazione, questa morte... -, commiserò, - Che inutile spreco di bellezza!»

Ma scrollò le spalle, e cercò un granello luminoso nel cielo, a sud, un granello che di notte vestiva la luna di luce e splendore. C’erano altri mondi, laggiù, mondi dove il Patto dei Vampiri non era stato ancora infranto, e dove la morte non poteva braccarlo. Maradiel, così giovane e ingenuo, non poteva saperlo, e nemmeno gli altri, troppo stolti e spaventati per ricordare i vecchi insegnamenti. Ma lui era stato fatto in un’epoca in cui certi segreti venivano ancora tramandati e i giovani vampiri erano più guardinghi e meno avventati.

Si avvolse nel suo mantello, un enorme pipistrello nei vapori azzurrini dell’alba, e il suo corpo si dissolse e volò lontano, attraverso l’etere del cosmo, e fu attratto dalle ombre calanti di un crepuscolo bambino, luccicante di diamanti e zaffiri. Prese di nuovo forma su una collina adornata di querce, e aspirò a fondo il profumo brulicante della vita.

Il crepuscolo era la sua alba, l’inizio della vita, la sua resurrezione.

Si passò la lingua sulle labbra sottili. Era l’ora della caccia.

 FINE

 

 

 


 
Sono passati
di qui

amici