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Deserto.
Solo la morte sopravviveva allo sfacelo del mondo, in quella notte di
San Valentino. L’orizzonte oltre le pianure tremolava nella notte
lattescente, lavata dall’ansito cadaverico di una luna al primo
quarto, un po’ più piccola del consueto, forse anche lei colpita dal
morbo misterioso che aveva devastato la terra.
Un
ruscello di rocce rotolò a valle, e Sinfan si arrestò sulla cima del
sentiero, sondando la tenebra con occhi acuti e penetranti, di belva
affamata. Poteva scorgere i detriti lasciati dalla Morte, là, nel
sudario della notte, resti di corpi in putrefazione, villaggi
disabitati, letti di fiumi e laghetti asciutti. Sibilò una bestemmia, e
battè un piede a terra.
Il
mondo era morto; e anche quell’isola l’aveva tradito. Con un’ansia
isolita era disceso in volo dal cielo fuligginoso della notte, levitando
sopra l’oceano basso e quieto, squassato da una bramosia di sangue che
gli ardeva nelle vene come febbre; ma fin dal momento in cui aveva
appoggiato i piedi a terra era stato investito dall’inutilità di
quella caccia. La Morte l’aveva schernito, mostrandogli orgogliosa il
suo misfatto: lo scempio di una terra ricca di sangue saporito, bruciata
come carne viva, e dove avevano verdeggiato parchi e viali ora
s’increspavano le rughe sofferenti di un’anima spogliata e
violentata dall’arsura; quel che restava degli uomini e degli animali
era buttato nei fossati, e l’aria era infettata dal lezzo della
decomposizione.
Erano
sempre stati nemici, i vampiri e la Dama dal Viso di Teschio, anche se
durante i festini nelle grandi ville bianche venivano immolate vittime
che i seguaci della Falce non esitavano a prendere con sé. Ma quelle
anime, Sinfan lo sapeva, non riuscivano che ad attenuare l'appetito
della Morte. Erano altre le prede che smaniava: quelle maledette dei non
morti, che troppo spesso doveva attendere per interi secoli, dopo averle
perseguitate e desiderate fino a consumarsi. E per possederle, a quanto
pareva, aveva deciso di sterminare l’umanità, e in qualche modo
oscuro era riuscita a spezzare la grande forza che i vampiri le
opponevano, impedendole di impadronirsi senza controllo delle vite degli
uomini. Poi, forte e invincibile, aveva brandito la sua falce
insanguinata ovunque c’era vita, e in breve aveva sfigurato il mondo
in un inferno ancora più terribile di quello accolto nel grembo della
terra.
Una
vampa di rabbia incendiò gli occhi freddi di Sinfan.
“Non
mi avrai, maledetta - giurò, aggredendo con lo sguardo le distese
avvizzite che un tempo erano stati campi di grano e tulipani, - Gli
altri possono rassegnarsi a rinsecchire come foglie vecchie, ma non io.
Andreas e Miltos erano deboli, e sono morti due notti fa; Gustav li ha
seguiti poco prima dell’ultima alba. E Maradiel... Era un ragazzino
capriccioso, senza volontà. Sarà fuggito in qualche deserto senza
riparo, e il sole avrà squagliato le sue bianche membra da parecchi
giorni, ormai.”
Scosse
il capo, per scacciare la visione del corpo del vecchio amante ridotto a
fanghiglia da una stella più calda di quelle che di notte
accompagnavano il vagabondare dei vampiri in città. Aveva smesso di
amarlo da alcuni anni, e da allora non l’aveva più pensato. Ma negli
ultimi giorni, quando la sete si era fatta insopportabile e la vista
sempre più appannata, il passato era tornato nei suoi ricordi, e i
secoli - fatti di notti, sangue e sesso - gli erano scorsi nella mente
come acqua di torrente. A volte gli sembrava di non essere solo nella
notte. Anche l’ultima che aveva trascorso con Gustav, a dividere il
pasto e il piacere, aveva avuto la sensazione che gli antichi fantasmi
lo visitassero per il saluto d’addio.
“No,
per gli Inferni! - imprecò,- Nessun addio, nessuna morte, nessuna
sconfitta! Io mi salverò. Per secoli sono stato il Maestro della mia
razza, e ho alle spalle studi di profonda conoscenza. La Morte non si
prenderà la mia anima per deridermi nell’eternità.”
Gli
parve di sentire una risata lontana - o era un gemito sommesso? -,
dietro di sé, ma un istante più tardi la brezza gli portò solo il
profumo di sangue e cera impregnato nella cenere che aveva gettato via
quand’era sceso sull’isola. Questo era Gustav, gli ricordò quell’odore, Di lui non resta che uno sbuffo di polvere. La sete l’ha ucciso. E’
morto, è morto!
Ma io no, replicò
Sinfan, scuotendo le spalle con noncuranza. Discese il sentiero,
inoltrandosi nell’isola, e camminò nei villaggi silenziosi e spenti,
frugò nelle case, nei letti, nelle culle, nelle stalle, e maledisse il
fondo secco degli stagni, dov’erano scomposti gli scheletri
invecchiati di pesci e anatre. Anche i pozzi delle fattorie erano
asciutti, gli abbeveratoi degli animali crepati dalla sferza del soll
che di giorno forava il cielo.
Stava
per lasciare un cortile polveroso, quando all’improvviso un alito di
vita gli solleticò i sensi, spirando dalla fitta oscurità di ciò che
rimaneva di un boschetto di noccioli. Una bambina piangeva, dove
l’ombra era più nera, e quel suono - canto dolcissimo, per le sue
orecchie avide! - gli fece sobbalzare il cuore nel petto. Si voltò di
scatto, e l’odore di carne viva gli inebriò le narici. Senza
pensarci, prese a correre fra i rami ricurvi, inseguendo il richiamo
della sopravvivenza. Per un momento il pianto si azzittì, e subito dopo
riprese, più fievole, allontanandosi dal villaggio: forse la piccola
l’aveva visto, e impaurita, stava fuggendo lontano da lui.
La
scia dei singhiozzi lo guidò su per una collinetta brulla. Sinfan corse
al ritmo eccitato del suo cuore, e non rallentò il passo neppure quando
sospettò che quella corsa era stranamente troppo veloce per essere la
fuga smarrita di una creaturina spaventata. D’un tratto il pianto cessò,
e Sinfan si fermò sulla cima pietrosa, ansimando lievemente. Annusò
l’aria con voracità e catturò l’odore caldo della bambina dietro
ad un orlo di rocce ammassate poco lontano. Doveva essersi acquattata là,
piangendo piano per non farsi sentire.
La
sensuale bocca di Sinfan si piegò in un sogghigno di trionfo, e i
lunghi canini d’avorio balenarono nel biancore trasparente della luna.
Per la bimba non c’era più salvezza: ovunque avesse tentato di
nascondersi avrebbe fiutato il suo odore, e le sue gambe e le sue ali
erano capaci di sopportare un inseguimento di molte ore senza sosta. Si
avvicinò alle rocce, e subito qualcosa cambiò nell’aria, un altro
odore, più forte e velenoso, si mescolò a quello della piccola, e
ancor prima che realizzasse quel che stava accadendo dal paravento
roccioso emerse una figura pallida e spettrale, inumana, che stringeva a
sé una bimbetta di forse sette anni, ammutolita dalla paura.
Il
nuovo vampiro sorrise. Era fulgido come sole, nella notte fumosa, una
stella fredda, abbagliante, mortale. Pochi altri potevano sostenere il
confronto con la sua bellezza sicura ed elegante, di giovane gentiluomo.
“Sapevo
che saresti accorso, Sinfan - disse, e c’era astio nella sua voce
musicale, - I tuoi appetiti sono sempre stati raffinati, e io ho scelto
con cura questa tenera esca... Una bimba forte e sana, solo
per te.”
“Maradiel...
- Sinfan si schiarì la voce, sbalordito,- Credevo che fossi morto. Sono
tutti morti. Come hai fatto a salvarti... proprio tu?”
“Sono
più scaltro di quanto non hai mai voluto ammettere. Mi hai sempre
considerato un idiota incapace di pensare, un pezzo d’amore da
prendere e buttare a tuo piacere. Un grande errore, Maestro. Un errore
che ti costerà la vita.”
“Non
essere ingenuo, ragazzo. Credi davvero di avere qualche potere su di me?
Cosa vuoi fare, uccidermi? O sgozzare quella bambina e berla, mentre ti
guardo assetato? Sai che potrei portartela via quando ne ho più voglia.
Ti ho fatto io, conosco i tuoi limiti. Non sei saggio a sfidarmi.
Dammela, e se sarai accondiscendente ti permetterò di cibarti di lei,
dopo di me.”
Maradiel
lo fissò, con insolita intensità. “Gustav non avrebbe esitato ad
obbedirti... faceva ogni cosa gli chiedessi.-, mormorò,- Eri il suo
dio, e lui il tuo, tuo e della Congrega dei Vampiri, il più
affascinante, il più abile cacciatore di sangue dolce... e prima
dell’alba lo vedevo, con te, nella Sala delle Candele, dove avevi
portato anche me, prima di lui... lo vedevo, fra le cortine velate e il
sangue, fantasioso e affamato... - la sua voce ebbe un fremito, e lottò
a stento per domarla, - Lo riconoscevo, anche sotto il sangue. Lui non
era come tutti gli altri, era l’amante ideale, il più ambito… Il più
amato.», ansimò, in un sussurro.
Tacque
un istante, e nel silenzio sentì il cuore della bambina battere
all’impazzata contro il suo, lento e gelido, già assopito in un limbo
di quiete, quasi ad attendere la morte che presto si sarebbe abbattutta
su di lui.
«Tu
mi hai sempre usato a tuo piacere, ma adesso le cose sono cambiate -
riprese, giocando con i riccioli bronzei della piccola, - Quanti teneri
ragazzini ti ho regalato, per il tuo letto e la tua gola... teneri come
questo fragile, bellissimo fiore... Aspira il profumo del suo sangue...
Ah, incantevole... inebriante! La vuoi, eh! - gliela porse, un gesto di
scherno, - Non è la cosa più bella che tu abbia mai visto in vita tua?»
Rise
forte, e la bambina scoppiò a piangere, aggrappandosi disperatamente al
suo collo freddo con le braccine rosee. Aveva capito poco delle parole
dei due uomini, ma era abbastanza grande da intuire che Sinfan non
l’avrebbe lasciata viva, se l’avesse avuta.
«È
un bell’esemplare, non te la cederò facilmente, amor mio. Ma anche se
la bevessi, moriresti lo stesso. Non c’è più vita, sulla terra.
Presto o tardi, avrai bisogno di bere ancora e vagherai disperato per il
deserto, il sole ti sorprenderà e ti ucciderà... Di te non resteranno
neppure le ossa. E non ci sarà nessuno a rimpiangerti. Nessuno. -
sospirò, e la sua voce si fece più bassa, più grave - Ah, Sinfan! Ho
sopportato tutto, da te: lo scherno, i tradimenti, gli insulti. Ma ai
tuoi occhi non contavo niente, e anche Gustav... In fondo mi fa pena,
quel disgraziato. Che ne è stato del tuo amore per lui, se non l’hai
neppure pianto, quand’è morto? E hai buttato via i suoi resti come se
fossero i residui di una candela consumata... Che ne è stato del tuo
amore per lui, quand’era in vita... e di quello per me?»
Scosse
la testa, esasperato, e con uno solo sguardo abbracciò la devastazione
dell’isola. Un’ombra velava l’azzurro delle iridi cristalline, ma
nella sua tristezza non c’era rabbia; solo rassegnazione, e rimpianto
per un passato che avrebbe voluto rivivere in modo diverso.
«Tutto
questo - riprese, dopo un breve silenzio, - Non è un caso, o il volere
di un dio. E’ il mio trionfo su di te, e sugli altri che in poco meno
di una notte mi hanno dimenticato per uno straniero dallo sguardo
perverso.»
Sinfan
agitò una mano, sprezzante.
«Sciocchezze.
Da solo non puoi aver stravolto le leggi dell’universo. Non so come
sia successo, ma una pestilenza ha invaso la terra e...»
«Quanto
poco mi conosci, Maestro. - sorrise, avvicinandoglisi di qualche passo,
- Sei stato tu a parlarmi del Patto contro la Morte, non ricordi? Dicevi
che se tutti i vampiri fossero stati uniti, la Morte non si sarebbe mai
impossessata delle loro anime. Ma bastava che un anello della catena si
spezzasse perché la forza del vincolo fosse infranta. Io volevo
vendetta, Sinfan - avanzò di un altro passo, e Sinfan indietreggiò, più
pallido di quanto fosse mai stato in oltre quattrocento anni di vita,-
Vendetta per il mio amore ferito, per la tua indifferenza - perchè tu
sei Indifferenza! -, per il mio orgoglio. Volevo che l’offesa degli
altri vampiri fosse scontata nella morte. Ma più di tutto, volevo che
tu soffrissi, che vedessi il tuo amante - quell’amante per cui mi
avevi chiuso la porta del tuo cuore! - agonizzare e ti struggessi
nell’impotenza di non poterlo salvare, e che, alla fine, ti arrendessi
alla sconfitta.»
«E’
folle - boccheggiò Sinfan, gli occhi dilatati dallo stupore, - Hai
distrutto tutto, morirai anche tu...»
«E’
vero - Maradiel tentò un sorriso, ma fallì,- Moriremo insieme, Sinfan.
Almeno questo non mi verrà negato.»
Poi
raccogliendo le forze in un profondo respiro, lo affrontò: «Perché
l’hai fatto? Ti avevo dato tutto di me, ma non ti bastava! Quante
volte mi hai quasi ucciso, per divertimento, quante volte mi hai
umiliato... Ed ogni volta tornavo a te, felice che tu fossi il padrone e
io il servo... Ero stupido anch’io, oh, certo che lo ero. Ma ti amavo,
e mi sarei accontentato anche delle briciole, pur di averti una notte al
cambio della luna...»
Parole
da innamorato. Il taglio severo delle labbra di Sinfan fu sfiorato dal
sorriso. Un sorriso beffardo, spavaldo, indifferente.
Maradiel ebbe una smorfia disperata. «Neppure questo ti commuove? -
gemette,- Nemmeno le mie lacrime?»
Piangeva,
perle trasparenti che si perdevano nei capelli arruffati della bambina,
striandogli le guance di madreperla. «La morte non ti farà del male,
Sinfan - singhiozzò,- Tu non hai un’anima da dannare. Sei un mostro
dell’Inferno.»
«Sì,
può darsi-, rise Sinfan - Per questo mi adori e mi adorerai sempre.»
E
per provargli ancora una volta chi era il dio e chi era il supplice, fra
loro, tese una mano, accennando alla bambina.
«Su,
Maradiel, non sfidarmi, ti ripeto. Dammi quella creatura. Sai che mi
appartiene già. Per prenderla non dovrei far altro che farmi più
vicino e guardarti negli occhi...»
Maradiel
balzò all’indietro, trasalendo. «Indietro! - abbaiò, quasi
soffocando la piccola contro il suo petto,- Non ti avvicinare!»
Ma
gli occhi neri di Sinfan si facevano sempre più grandi, più
abbaglianti, più irresistibili. Oh, per uno sguardo d’amore, una
carezza, una sola parola gli avrebbe dato tutto, tutto...! No, il tempo
del perdono era finito. Lanciò un grido d’agonia, da belva ferita, e
si curvò sulla bambina terrorizzata azzannandola con violenza,
dilaniando la morbida carne d’avorio e recidendo i vasi gonfi fra i
muscoli. Succhiò con rabbia, senza assaporare il gusto del sangue
delicato, mentre Sinfan rideva, e lui si chiedeva perché non cercasse
di strappargliela di mano per nutrirsi di lei...
Ormai
la piccola era morta, e Maradiel la gettò a terra come uno straccio. La
sua faccia era una maschera di sangue. E Sinfan rideva ancora.
«Ti
spavento ancora tanto, eh, ragazzo?», lo beffeggiò
Cieco
di rabbia, Maradiel urlò: «Bastardo! Perché volevi che l’aggredissi
così? Cosa ne hai guadagnato? Era il tuo ultimo pasto! Morirai, Sinfan.
Morirai!»
«Anche
tu, dolcezza. E forse prima di quanto non immagini.»
Indicò
l’Oriente, dove i primi fumi dell’aurora schiarivano la pennellata
funebre del cielo. Maradiel sobbalzò, ma esitò a cercare riparo
all’ombra delle rocce, che già si allungava, torbida, ai suoi piedi.
«Resta
con me. - lo supplicò,- Muori con me.»
«Non
intendo morire, ragazzo. Io scelgo la vita.», rispose l’altro,
laconico, e ancora mentre parlava i primi raggi del sole scavalcarono
l’orlo aspro dell’orizzonte e scesero a sfiorare la terra. Maradiel
vacillò, stordito, ma si riscosse, e lanciata un’ultima, appassionata
occhiata all’antico amante, corse via, verso un riparo di fortuna.
Sinfan invece si avvolse più strettamente nel mantello e indugiò
ancora un istante nella luce del sole nascente.
«Tutta
questa desolazione, questa morte... -, commiserò, - Che inutile spreco
di bellezza!»
Ma
scrollò le spalle, e cercò un granello luminoso nel cielo, a sud, un
granello che di notte vestiva la luna di luce e splendore. C’erano
altri mondi, laggiù, mondi dove il Patto dei Vampiri non era stato
ancora infranto, e dove la morte non poteva braccarlo. Maradiel, così
giovane e ingenuo, non poteva saperlo, e nemmeno gli altri, troppo
stolti e spaventati per ricordare i vecchi insegnamenti. Ma lui era
stato fatto in un’epoca in cui certi segreti venivano ancora
tramandati e i giovani vampiri erano più guardinghi e meno avventati.
Si
avvolse nel suo mantello, un enorme pipistrello nei vapori azzurrini
dell’alba, e il suo corpo si dissolse e volò lontano, attraverso
l’etere del cosmo, e fu attratto dalle ombre calanti di un crepuscolo
bambino, luccicante di diamanti e zaffiri. Prese di nuovo forma su una
collina adornata di querce, e aspirò a fondo il profumo brulicante
della vita.
Il
crepuscolo era la sua alba, l’inizio della vita, la sua resurrezione.
Si
passò la lingua sulle labbra sottili. Era l’ora della caccia.
FINE
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