|
Aveva nevicato, quella notte, e un vento gelido, sferzante, sibilava tra
gli alberi spogli del viale. Silenziosi, i monaci attraversarono il chiostro
ed entrarono in chiesa per gli uffici del mattino; i novizi li seguivano
in file ordinate, raccolti in meditazione, ma qualcuno ridacchiava e
spintonava i compagni, e un ragazzino sbirciò da sotto il cappuccio
calato sul viso, sorridendo all’alta donna che si allontanava sul
viale. Lei seguitò a camminare, senza voltarsi, e scomparve sul fondo
degli alberi. Aveva quasi quarant’anni ma era ancora slanciata e
snella, e i pantaloni di flanella grigia - uno scandalo, per i monaci -
mostravano la linea seducente delle gambe. La si incontrava di rado nel
chiostro, ma di notte non
era infrequente scorgere i riflessi argentei della luna agitarsi nella
trappola dei suoi capelli d’ebano, lunghi e folti, e aggrappati alle
sbarre dei dormitori i novizi sospiravano malinconici. Notando
l’occhiata amichevole del ragazzo, il maestro gli assestò uno
scappellotto, ammonendolo aspramente; e rattrappito in se stesso,
l’allievo scivolò in lacrime nella chiesa.
Remisia sollevò il viso ai fiocchi che avevano rincominciato a
cadere, e si strinse nel mantello. Le campane presero a suonare, ma
tristemente. I rintocchi erano poco più che sussurri sospesi
nell’aria, dei timidi richiami alla preghiera.
“In rispetto alla morte imminente dell’abate.”, pensò
Remisia, asciugandosi furtivamente una lacrima. Sperò che nessuno la
vedesse. Ma ovattato dalla neve, un grido la chiamò alle spalle. Il
giovane prete si avvicinò e abbassò gli occhi, rispettosamente.
“Mia signora... Madama Elisabetta - disse,- Padre Amanzio si è
aggravato e desidera parlarvi.”
“Ti ringrazio, fratello. Precedimi, e avvisa l’Abate di
attendermi.”
Il prete si allontanò di corsa. Nella neve, Remisia tracciò con
il piede un simbolo che subito cancellò. “Elisabetta...
Perché non accetti la mia natura per metà pagana, Amanzio? Non sarei
diversa da quella che sono, se anche mio padre fosse stato cristiano!”
Nella stanza del morente, le imposte erano accostate e il
riverbero luminoso della neve era un nastro sbiadito sul soffitto
affrescato di immagini sacre. Con un cenno, Remisia allontanò i due
sacerdoti che accudivano il vecchio abate e s’inginocchiò al
capezzale. Amanzio, il respiro affaticato e fischiante, socchiuse gli
occhi e le prese una mano nelle sue.
“Elisabetta... - mormorò, - Sei venuta...”
“Non affaticarti, riposa. Domani starai meglio.”
“Non vedrò nessun domani, Elisabetta. La fine è vicina... No,
è l’inizio di un viaggio a cui ho teso per tutta la vita. Ho vissuto
a lungo, carissima, ed è giusto che mi spenga. Non piangere, la morte
non mi angoscia e sono vecchio... troppo vecchio. Ho compiuto gli
ottant’anni e sono stanco di oziare in questo letto e di non
partecipare ai riti. Ma non perdiamo tempo in cose di poco conto.
Piuttosto, allontana quei preti e proibisci a chiunque di entrare. Devo
parlarti di argomenti a cui pochi sono iniziati, e ho una preghiera da
rivolgerti. Ma nessun orecchio estraneo deve udire quello che tu sola
puoi ascoltare.”
I preti
uscirono e le porte vennero richiuse.
Amanzio ansimò: “Ho poco tempo, e le forze mi stanno
abbandonando. Ancora non
conosci
il mio segreto, il segreto degli abati di Kleineston... Avrei dovuto
parlartene già
da
tempo, sapevo di potermi fidare di te. Guarda.”
Si punse un dito con uno spillone, e dalla ferita sgorgò una
goccia di sangue scuro: nell’ombra della stanza pareva nero, come la
linfa degli alberi leggendari che crescevano nei boschi al di là dei
laghi e dei monti che marcavano i confini del ducato. Poi Amanzio mosse
il dito al riverbero della brace, e la goccia luccicò violacea.
“Conosco da anni il tuo segreto,- confessò Remisia,- Ma ho
taciuto, temendo d’indispettirti. L’ho scoperto quand’ero ancora
ragazzina, e tu mi curavi dalle febbri... ricordi? Al tuo tocco il
dolore svaniva e la febbre cadeva. A volte, quando credevi che dormissi,
dicevi cose strane, parlavi al vuoto e tracciavi nell’aria simboli
magici...”
“Che altro sai?”
“So che non sei un uomo comune e che a oriente, in una terra
irraggiungibile dai non eletti sorge il tempio in cui tu e i tuoi
fratelli venite allevati fin dalla giovinezza. E so che il vostro
compito è superiore a quello di cui siete investiti indossando i
paramenti sacri. Siete custodi dei cancelli che separano il nostro mondo
da quello dell’ombra, e siete iniziati ai più alti misteri... e ben
sapete amministrare le cose divine, esperti come siete nella lotta
contro i demoni. Dunque, cosa vuoi che faccia? Sai che non ti rifiuterei
niente, Amanzio.”
“Da oltre un mese attendo il mio successore, perché lo prepari
adeguatamente a governare questa abbazia; ma mi è giunta notizia che
mentre si avviava al monastero ha deviato in compagnia di uno
sconosciuto e da qualche tempo è ospite nella fortezza del Duca
Alfonso. Non so se vi è trattenuto contro la sua volontà - ma Alfonso
è nostro amico e benefattore! Farebbe questo a me, che per lui sono
stato come un fratello nei momenti di difficoltà? - o se vi soggiorna
per sua scelta. Cercalo laggiù, Elisabetta. Si chiama Lucas. Esortalo
ad occupare il posto che gli sto lasciando; è giovane, ma è l’unico
che possa tenere imbrigliate le creature dell’occulto. Se vi sarà
salvaguardia nella terra di Dio, mia cara, anche tu ne avresti parte, se
accettassi...”
“Lo devi chiedere? Partirò oggi stesso.”
Amanzio sorrise. “Sei rimasta per questo... l’avevo
previsto... Dio è stato generoso, mi ha concesso il tempo necessario,
ma prima che ritorni a lui, vorresti...?”
Il fiato gli mancò, e fissò intensamente Remisia, posandole il
dito ferito sulle labbra.
“Il sigillo della benedizione del tuo sangue? - sussurrò lei,-
Sì, lo voglio.” Baciò il sangue viola, e bevve avidamente. Con sforzo estremo, Amanzio
bisbigliò: “Elisabetta,
Remisia...- era la prima volta, dopo trent’anni, che la
chiamava con il suo vero nome,- E’ stato saggio tenerti al monastero,
piccola orfanella... Avevo capito che avresti mantenuto pura la mia
discendenza, anche se non appartieni al nostro ordine...”
Sussultò, emettendo un gemito stonato, e reclinò la testa sulla
spalla. Era morto. Piangendo, Remisia gli abbassò le palpebre
socchiuse, e sfiorò le labbra esili con le sue. Poi si ricompose e
annunciò ai monaci in attesa nell’anticamera che l’abate era stato
accolto nella misericordia divina. E mentre i sacerdoti affollavano la
stanza cantilenando i salmi funebri, si appoggiò ad una finestra,
esausta. Aveva vegliato Amanzio per molte notti, ed ora la stanchezza
l’assaliva; non desiderava far altro che piangere. Ma le lacrime si
asciugarono presto, e non ne vennero altre ad alleviare la sua
sofferenza. I novizi più arditi si sottrassero all’attenzione dei
maestri e le si avvicinarono per stringerle le mani e confortarla con
poche, svelte parole; uno, il più piccolo, si alzò sulle punte e le
baciò la guancia.
“Vuoi fare una cosa per me? - sussurrò Remisia, e il ragazzino
assentì,- Il cellario sta vegliando la salma: pregalo di raggiungermi
al più presto. Lo aspetterò nel chiostro.”
Rapido, il ragazzino s’intruffolò tra i monaci, e scivolò
agilmente nella camera dell’Abate.
Era scesa da poco, quando il cellario uscì coprendosi il capo
rasato col cappuccio. Era il solo di cui si potesse fidare, almeno in
parte, e che potesse mantenere l’ordine nell’abbazia fino a quando
non fosse giunto il nuovo superiore prescelto da Amanzio. Gli disse che
si sarebbe recata al castello del duca per ricevere l’abate, e
Padre Severo - questo era il suo nome - l’abbracciò e la
benedisse. Ordinò che ogni cosa fosse disposta alla sua partenza, e
nell’accommiatarsi da lei, sussurrò:
“Siate prudente, mia signora. Ho sentito voci inquietanti sul
nostro giovane abate. Si dice che abbia sangue viola nelle vene.”
“Allora - sorrise lei,- è un uomo saggio e fidato. A presto. E
che Nostro Signore vegli sulla pace del convento.”
Partì quello stesso mattino. Le strade erano fangose, e
il cielo plumbeo e turbolento. I villaggi, sparsi nei campi chiazzati di
neve, tacevano, e i comignoli sbuffavano pennacchi di fumo perlato. Un
quadretto tranquillo, grazioso, che ispirava pace e silenzio. Ma ad un
tratto l’occhio di Remisia cadde su una catapecchia bruciata anni
addietro e lasciata là, sul ciglio della strada, a cadere a pezzi. La
mente le volò a un tempo lontano, quando i predoni avevano assalito e incendiato il suo villaggio. Non si era
salvato quasi nessuno, e lei, senza più famiglia, aveva vagato nelle
campagne per alcuni giorni; poi, spinta dalla fame, era salita a
Kleineston, una cittadina arrampicata su un colle di ulivi. Lassù aveva
stretto amicizia con Petres, un ladruncolo di pochi anni più grande di
lei, troppo onesto per essere un abile furfante, ma simpatico e allegro.
Per qualche mese aveva vissuto assieme a lui e alla sua numerosa
famiglia sotto i ponti di Kleineston, rubando per vivere, ma un giorno
Petres era stato sorpreso nella casa di un signorotto e gli era stata
falciata la mano destra sulla piazza della città. Inorridita, Remisia
era fuggita e aveva implorato ospitalità al convento dei frati, che però
l’avevano messa alla porta con con parole sgarbate. Alcuni le avevano
consigliato di chiedere rifugio alle suore del convento di clausura,
oltre il Lago delle Streghe. “
Non è lontano, piccola, puoi andarci anche a piedi - le avevano detto-
Coraggio, va’. Sei una femmina, non puoi restare qui.”
Ma subito era intervenuto l’abate, che aveva accolto la bambina
e le aveva assegnato una minuscola celletta sul retro dei dormitori. E
fissandola negli occhi, strani, inconsistenti, simili ad acqua mista a
nuvole, aveva sussurrato:
“Ti aspettavo, piccola. Il tuo arrivo ha placato un’angoscia
che mi tormenta da sempre. Resterai , e mi servirai come tu sola potrai
fare, quando verrà il momento.”
Pioveva da poco, e il cortile era asciutto. Remisia smontò,
affidò il cavallo ad uno
sguattero
e chiese del duca. Alfonso, che stava rientrando da una galoppata nei
campi, si volse e discese di corsa la gradinata, tendendole le braccia:
“Elisabetta! - esclamò, stringendola,- Dovrei rimproverarti,
invece di abbracciarti! Sei
rimasta
lontano così a lungo che sospettavo ti fossi scordata di noi. Ma sei
venuta proprio ora che l’abate è malato... Forse è... No, non dire
niente... - le baciò i capelli con affetto paterno, e mormorò, piano,
- Che Dio l’accolga nella sua grazia. Era tanto buono e pio... E tu,
Elisabetta, sei venuta fin qui per portarmene l’annuncio... Vieni,
entriamo. - il forte braccio, abituato alla spada e alle redini,
sorresse quello di lei, galantemente,- Ci sarà un temporale, stasera, e
tu sei stanca e vorrai lavarti, prima di cena. Siedi con me nel salone.
Manderò una donna a preparare la tua camera per la notte.”
Accompagnò Remisia nella sala, e l’aiutò a sedersi su una
panca vicino al fuoco; una fantesca portò del vino caldo e diede ordini
ad una servetta di ripulire la stanza che si affacciava sullo stagno
delle anitre e di accendere il camino.
“Sei venuta sola? - domandò Alfonso, appoggiando il boccale
sul pavimento, - Una
donna
non dovrebbe viaggiare senza scorta. Amanzio non te l’avrebbe
permesso.”
“No, avrebbe insistito perché portassi con me qualche vecchia
e un paio di uomini virtuosi e gagliardi che allontanassero i
malintenzionati. La nipote di un Arcivescovo - sorrise, ironica, e
Ruggero ricambiò la complicità di quel sorriso,- si sposta
accompagnata da una guardia adeguata al suo rango.”
“E non indossa calzoni da uomo, né porta i capelli sciolti
sulle spalle come una ragazzina, per il gusto di provocare una
cinquantina di frati perbene - osservò il vecchio duca, accarezzandola
con lo sguardo,- Ricordi ciò che ti disse il Capitano Ruggero della
Pubblica Sicurezza, dieci anni fa? Che una donna della tua età e della
tua posizione doveva vestire come le si conveniva, con vesti di seta,
gioielli e veli profumati e non come una barbara del nord. Osservò che
eri bella, e si rammaricava del modo in cui ti trascuravi. E tu, in
risposta, lo hai insultato di fronte all’intera sala.”
“Quell’uomo è un fanatico, e non mi piace - osservò Remisia,-
Mi corteggiava in modo indecente e parlava con sarcasmo di Amanzio e
delle sue opere. Diceva cose strane che non capivo... ma certo i miei
insulti l’hanno ripagato delle cattiverie che raccontava. Prego che
non ricompaia più sul mio cammino; nessun uomo mi ha mai ispirato tanto
ribrezzo quanto lui.”
“Lo sospettavo. - Alfonso sorseggiò il vino, pensoso,- Per
questo ho sempre cercato di non lasciarvi mai soli in una stanza, e, per
quanto mi era possibile, di evitare che vi incontraste. Ma oggi mi hai
colto di sorpresa. Ruggero è al castello da qualche settimana, per
sbrigare certe faccende personali, ed altre per mio conto. Non ti
biasimo, se preferisci evitarlo. Se vuoi, stasera ti verrà servita la
cena nella tue stanze, anziché nella sala grande. Ma presto o tardi
dovrai rassegnarti ad incontrarlo.”
Remisia si guardò le mani, accigliata. “Mi dispiace rinunciare
alla tua compagnia e a quella di Camilla, ma preferisco cenare sola.
Ruggero non si farebbe scrupoli ad assillarmi e ad intralciare le mie
ricerche, se sapesse che mi tratterrò per qualche giorno...”
“Ricerche?”, ripeté Alfonso, e la fiamma del camino parve
abbassarsi e gettare la stanza nell’ombra. Remisia rispose, con voce
fievole, incerta:
“Sto
cercando un sacerdote. E’ venuto al castello lo scorso mese assieme ad
un amico,
e
credo che non sia ancora ripartito.”
“Sì, ospitiamo un giovane sacerdote, ma non so molto di lui.
L’ha ricevuto Camilla mentre ero fuori ad ispezionare le terre del
ducato. E’ taciturno e riservato, ed esce solo all’imbrunire.
Camilla l’ha alloggiato in un vecchio appartamento del primo piano,
nell’ala destra. Non lo voleva vicino a noi. Diceva che al suo
passaggio le sembrava di essere sfiorata dall’alito gelido di uno
spettro.”
Remisia non tradì una certa sorpresa, ma tacque. Uno spettro...
ma no, Camilla era facilmente impressionabile e il giovane sacerdote
dell’ametista, pallido e assiduamente raccolto in preghiera, doveva
aver infiammato la sua fervida immaginazione.
In quel momento la fantesca scese ad avvertire che la stanza era
pronta. Ma prima che uscissero, Alfonso richiamò l’amica:
“Non andare da quel prete, non da sola. E’ un uomo
misterioso, e la sua riservatezza mi inquieta. Se vuoi visitarlo,
domattina ti accompagnerò nelle sue stanze. Anche i demoni più infidi
perdono forza alla luce del giorno, e fuggono inorriditi davanti al
segno del crocefisso.”
Remisia annuì, ma nel suo cuore sapeva che non avrebbe potuto
attendere. Dopo cena, decise, scenderò al primo piano. Devo sapere troppe cose. Subito.
Aveva raccolto i capelli in una retina, e indossava una vecchia
casacca grigia. Non voleva che qualcuno nel castello la riconoscesse e
vista da lontano e trasfigurata dalla penombra sarebbe stata facilmente
confusa con un uomo. Un servo passò, non la notò. Rapida, sgusciò
nella penombra e si fermò sulla soglia delle tenebre aperte sulla
scalinata che si arrotolava fino al primo piano. Una torcia lingueggiava
poco distante, e la prese; ma non l’aveva ancora sfilata dall’anello
che una mano nerboruta si strinse attorno al suo polso e la costrinse a
voltarsi. Soffocando un grido di spavento e di collera, Remisia si
contorse su se stessa e affondò nell’abbraccio ruvido, maldestro, di
Ruggero. Nauseata, respirò l’odore di vino e incenso che gli
impregnava la barba e lottò inutilmente per svincolarsi dalla sua
stretta.
“Lasciami!”, ordinò, ma lui sorrise, lascivo, sciolse la
retina e l’afferrò per i capelli,
tenendole
la testa alzata.
“Nessuno potrà biasimarmi, se cedo alla provocazione di una
sgualdrina - disse, facendo scivolare la mano libera sulle curve delle
sue gambe, - E non raccontare che non lo vuoi...”
Remisia si dibatté, cercò di urlare, ma lui le chiuse la bocca
con mano e con l’altra la
schiaffeggiò,
sbattendola contro il muro. Spalancò una porta con un calcio e la
spinse
nella
stanza.
“Non fingere di vergognarti, maledetta! Togliti quegli stracci
che hai addosso!”
Tramortita dalle percosse, Remisia vedeva la camera e Ruggero
roteare attorno a sé, e la fiamma di una torcia - era quella che voleva
prendere? - avvamapre in un enorme incendio. Lui l’afferrò, cercò di
stringerla, di buttarla sul letto, e Remisia lottò ciecamente, agitando
le braccia, le gambe... le unghie. Affondò in qualcosa di morbido - la
faccia di Ruggero - e sentì il capitano sussultare e lanciare un acuto
ululato di dolore. Svelta, lo spinse da parte e corse via. Stringendosi
la guancia graffiata a sangue, l’uomo non tentò neppure di
agguantarla, e l’eco delle sue bestemmie si perse in quella dei passi
di lei, in fuga sulle scale divorate dall’oscurità.
Si fermò ad ascoltare, nessuno la seguiva. Trasse un profondo
respiro per calmare il galoppo del suo cuore e si addentrò nella
penombra. In passato era già stata nei primi piani dell’ala destra, e
Alfonso le aveva mostrato i corridoi meno frequentati dai servitori. La
luce delle torce era fievole, ma fuori la pioggia aveva preso a cadere
violenta e il cielo era squarciato da fulmini azzurri.
In quella zona del castello viveva qualche servo, ma molte stanze
erano chiuse da parecchi anni. L’appartamento che si apriva sul
giardino era disabitato da due generazioni. D’inverno era sempre umido
e le stanze erano buie e anguste. Nessun ospite di riguardo avrebbe
acconsentito a dimorare laggiù, e solo un uomo abituato alla semplicità
- come un prete - non si sarebbe risentito di una simile sistemazione.
Avanzando, Remisia si sorprese ad avere paura. Se l’ospite di
cui Alfonso aveva parlato era Lucas, era vicina a sciogliere l’enigma:
era forzato a rimanere - ma da chi? - o aveva tradito il suo abate di
sangue e si sarebbe rifiutato si sorvegliare i Cancelli d’Ombra
lasciati incustoditi dalla morte di Amanzio?
Svoltò. Qualcuno suonava, in una delle camere non più abitate:
le note dell’arpa si rincorsero, lente e dolci, suonate con la
morbidezza dei bardi del nord. Si accostò alla porta socchiusa e sbirciò
attraverso la fessura. La stanza era celata nell’oscurità e un
braciere di bronzo ardeva su un tripode, arrossando le pareti in sasso;
da quel punto, scorgeva solo una spalla e una gamba maschile, e la curva
lignea dell’arpa. Solitario, il canto dell’uomo s’innalzò senza
parole: solo vocalizzi caldi e profondi e appassionati, e Remisia sognò,
trasportata dalla malinconia. Infine, il canto cessò, l’arpeggiare
scemò e si spense. Remisia si asciugò gli occhi inumiditi dalle
lacrime. Non amava la tristezza e preferiva i canti festosi dei
contadini al tempo del raccolto, ma quella musica, così sincera, era la
più bella che avesse mai sentito. Si mosse per allontanarsi, ma
l’uomo, la voce bassa, come se parlasse a se stesso, la chiamò senza
voltarsi: “ Entrate, madama. Sono lieto che appreziate la mia musica.
Non restate sulla soglia, venite e se l’oscurità vi infastidisce
accendete la torcia appesa al muro. Il braciere è ancora caldo.” E
poi, più piano, tanto che lei non sentì, aggiunse: “Lui
mi aveva assicurato che saresti venuta, Remisia...”
Esitando, la mano appoggiata sullo stiletto legato alla cintura -
un vecchio dono di Alfonso-, Remisia prese la torcia, e l’accese. La
stanza era spoglia e umida, e non conteneva altro che un letto e una
cassa per gli indumenti spinta sotto la finestra.
“Non abbiate paura - sorrise
l’uomo,- Guardatemi. Ho forse un aspetto deforme o pericoloso?”
No, non era deforme né minaccioso: era gigantesco, eppure fluido
nei movimenti, un
puma
invecchiato ma ancora grintoso e fiero. I capelli avevano riflessi
argentati, ma un tempo erano stati biondi, e regnatele di rughe si
ramificavano attorno agli occhi e agli angoli della bocca. Aveva
lineamenti regolari ed era avvenente. Ma con un sussulto, Remisia si
accorse che gli mancava la mano destra. Solo la sinistra accarezzava le
corde dell’arpa, e le strappava i sospiri che l’avevano commossa.
L’uomo notò la sua occhiata sgomenta, e con una smorfia
indifferente sollevò il braccio monco.
“Oh,
questo... - disse,- un incidente, molto tempo fa. Ma venite, madama,
sedetevi sulla panca. Vi ho attirata sin qui con la mia musica e non vi
lascerò scappar via senza aver prima conosciuto il vostro nome.”
Remisia si sedette. “Mi chiamo Elisabetta.”, rispose
“ Elisabetta... E’ così che vi hanno chiamata i cristiani?
Invece di rispettare le vostre
origini
per metà pagane vi hanno imposto il nome di una loro santa?”
“Come osate...! Io sono cristiana!”, gridò lei, offesa, e si
alzò per andarsene.
“Lo siete diventata. Un tempo non avreste saputo distinguere la
dea delle messi dal figlio di Dio morto sulla croce. No, perdonatemi,
non intendevo insultarvi. - l’uomo la trattenne per un braccio, ma
Remisia si divincolò con uno strattone, - Restate, signora, e
riflettete: non vi domandate come ho appreso il vostro segreto? Quasi
tutti vi credono la nipote del defunto Arcivescovo, ma entrambi
sappiamo... Guardami, Remisia: non mi riconosci? Sono passati molti
anni, e io sono cambiato, ma non puoi aver scordato... Eri
tra
la folla, quando il boia ha eseguito la sentenza...”
Alzò il braccio falciato, e a quel gesto la brace del camino
divampò... no, era stata una sua fantasia, eppure era quasi certa che
un’intensa fiammata gli avesse schiarito il volto, e per un attimo
aveva rivisto l’amico d’infanzia. Amanzio era capace di simili
portenti: era un suo monito a non credere allo sconosciuto o un invito a
non dubitare di quanto diceva?
“No, - si rifiutò di credere,- Petres era più esile, e tempo
fa è stato impiccato un ladro. Sono certa che fosse lui. Mi state
ingannando.”
Ma invece di indietreggiare gli si accostò e si sforzò di
ravvisare in lui il giovane ladruncolo biondo del passato. Gli anni
l’avevano segnato, e la linea delicata della mascella si era indurita;
non era più snello e dinoccolato, ma forte e nerboruto. Eppure mille
dettagli coincidevano con quelli del ragazzo che le aveva insegnato a
rubare, trent’anni prima.
“Petres...- sussurrò, sopraffatta dalla gioia,- Tu..:”
“Torna a sedere. Ti racconterò ogni cosa.”
Parlò a lungo. Aveva smesso di rubare poco dopo l’esecuzione,
non era mai stato abile, e privo di una mano non sarebbe sfuggito a
lungo alle carceri del duca. Per molti anni aveva vissuto fra gli
stenti, poi aveva incontrato Alfonso ed era stato assunto nelle file di
braccianti che coltivavano una piccola tenuta ai confini del ducato.
Alfonso lo chiamava ‘amico’ e poiché Petres aveva dato prova di
competenza nell’amministrare i
terreni
di sua signoria, da qualche anno ne era stato nominato castaldo.
“Ti ho vista molte volte, al castello, e avrei voluto
salutarti. Ma temevo di offenderti.
La
nipote di un Arcivescovo non ha amici fra i ladri e i servi del duca.”
“Mi avrebbe fatto piacere rivederti e salutarti, invece.”,
gli assicurò Remisia, e gli sfiorò la mano, come faceva quand’era
bambina e non osava abbracciarlo. Pensò che Petres era una delle poche
persone a cui era stata affezionata; non la rimproverava mai
ed
era sempre allegro e vivace.
“Stasera ho sentito la servitù parlare della morte di Amanzio
- proseguì Petres, e non appena lo nominò un’inspiegabile fitta di
dolore gli trafisse il capo; corrugò la fronte, come se lottasse con un
violento mal di testa, - Non lo conoscevo, ma ti ha allevata e ti ha
voluto bene. Era senz’altro un brav’uomo, e tu devi averlo amato
come un padre. Avrei voluto correre al monastero a confortarti, ma sap...
ero certo che presto saresti venuta qui; e ti ho aspettata.”
Lei esitò: “Sì, sono venuta, ma non per cercare conforto,
come tutti voi credete - svelò, - Sto cercando un uomo, e forse tu mi
puoi aiutare.”
“Sono al tuo servizio, signora.”
“Dimmi, l’appartamento in fondo a questo piano è occupato da
un ospite? - Petres assentì,- Hai notato se si tratta di un giovane
prete piuttosto riservato... se fosse l’uomo che cerco dovrebbe
chiamarsi Lucas.”
La mano di Petres sfiorò distrattamente le corde dell’arpa.
Sbattè gli occhi, scosse la testa, e lei si accorse che era diventato
pallido. Una smorfia di sofferenza gli attraversò la faccia, ma subito
passò. E ritrovando la voce, annunciò: “L’hai trovato, madama. Si
trova qui da oltre un mese, e quando lo conobbi, dieci giorni fa, mi
disse che la sua anima era tormentata, perché il suo cuore gli
suggeriva di partire, mentre la sua volontà era legata a quella di un
grande amico. Credo che si riferisse al Capitano Ruggero, perché li ho
scorti sovente appartarsi insieme. Non mi fraintendere, Remisia, non
facevano nulla di...hem, riprovevole. Si limitavano a parlare
sottovoce...”
Remisia impallidì. “Ruggero!”, esclamò. Le tornarono alla
mente i discorsi strani, sardonici, che faceva su Amanzio, i riferimenti
a qualche mistero magico, pagano, che praticava nel segreto della sua
cella. E spogliandola con lo sguardo aggiungeva che se fosse stato
dotato di simili poteri avrebbe saputo come utilizzarli meglio, non per
possedere i misteri degli spettri ma un corpo pieno e piacente, come il
suo... Allora non capiva appieno, ma adesso ogni tassello balzava
nell’intarsio giusto di un grande mosaico. “Ruggero! Allora è ancor
peggio di quanto non immagini! Lui sa, ne sono certa, ha sempre
saputo...! E se confabula con il prete di cui ti ho chiesto...! Allora
Amanzio non sospettava invano! Che Dio lo maledica, traditore
immondo...!”
S’interruppe ansimando. Petres non l’aveva mai vista tanto in
collera.
“Traditore? - ripeté - Ruggero o Lucas?”
“Lucas, il prete! - sbottò Remisia,- Il grande custode... Ma
non posso parlare. Siamo in pochi a sapere e ho taciuto anche con
Alfonso... Eppure, se tu potessi aiutarmi ad allontanare Lucas
dall’influenza di Ruggero, forse...”
Gli raccontò ogni cosa, e di tanto in tanto Petres annuiva, e
talora sbarrava gli occhi, incredulo. “I monaci dell’Ametista
esistono davvero? - esclamò,- Non sono miti di vecchie leggende, come
racconta la gente?”
“Sono reali, e purtroppo non sempre saggi. Parlami di Lucas.
Che uomo è?”
Petres rise, vincendo la fastidiosa sensazione che ancora non lo
lasciava, e blandì l’arpa, che rise con lui. “Uomo? E’ appena un ragazzo, non dimostra più di vent’anni. Vuoi
sapere se mi piace? E’ istruito e ha un animo pacifico; ma non è
adatto a governare un’abbazia e a custodire i Cancelli d’Ombra. Non
è abbastanza scaltro e non ha fermezza. Chiunque lo raggirerebbe con
poche parole ben scelte. - s’incupì d’un tratto, e anche la luce
della stanza parve abbassarsi,- Il capitano è un uomo furbo. Forse
ignora la nobiltà del sangue di Lucas o, com’è più probabile, mira
a sfruttarla per qualche suo scopo. In ogni caso, il titolo di Abate di
Kleineston è prestigioso e se restasse nell’ombra dell’Abate Lucas,
Ruggero governerebbe indisturbato su tutte le terre dell’abbazia.”
Remisia annuì, lentamente. “Lo devo fermare e accompagnare
Lucas al monastero. Lassù vi sono monaci anziani che lo istruiranno
nella saggezza, e dimenticherà gli insegnamenti di Ruggero.”
“E io ti aiuterò - s’offrì Petres, stringendole la mano,-
Il capitano è infido e non si lascerà scappare facilmente una preda
così rara.”
Non aveva finito di parlare che un fremito lo squassò, da capo a
piedi, e senza un lamento si accasciò sullo sgabello; la mano ebbe una
scossa, si contrasse, e poi s’inflaccidì, scivolando sul pavimento.
Remisia si slanciò a sostenerlo: “Petres! Cos’hai?”, gridò, e
lui le si abbandonò contro svenuto. Il grido di lei echeggiava lontano,
e non fu capace di risponderle. Poi raccolse le forze e socchiuse gli
occhi; il volto dell’amica galleggiò nell’oscurità.
“Un esercito d’ombra - sussurrò,- Si avvicina. Frecce
infuocate s’inarcano nel cielo e mi cadono accanto... Il cavaliere
cinto di una corona di fuoco mi indica... Vuole il mio sangue, la mia
anima...”
Delirava, ma Remisia aveva già udito quelle parole nei momenti
in cui Amanzio era assalito dal nemico e credeva di essere inascoltato.
Lo scosse, dolcemente, scacciando gli spettri di quella visione, che si
volsero a guardarla con astio.
“L’hai visto anche tu?”, domandò Petres, ricomponendosi a
fatica sullo sgabello. Si asciugò la fronte madida con una mano. “Non
è stata una fantasia? No, era reale...”
Remisia scosse la testa. “Non ho visto nulla, perché non
possiedo il potere del sangue viola. Non ricordavo che avessi simili
visioni, quand’eri ragazzo.”
“Ho iniziato ad averle dopo i vent’anni, e da allora mi hanno
sempre tormentato, vedo creature strane, odo voci... innaturali. E’
come se qualcuno volesse forzare una porta inesistente ed entrare... Ma
non so dove...”
Remisia lo scrutò con sospetto. “ Questo potrebbe
significare che sei un eletto dell’ametista - osservò, e la sua voce
divenne dura, - E’ per questo che sei qui? Per
spodestare
Lucas e appropriarti dei suoi privilegi?”
Petres si ritrasse, trasalendo. “ Per l’amor di Dio, Remisia,
non scherzare! - esclamò,- Io non sono...- deglutì, e il sudore lucidò
il viso sgomento,- Non sono un prete e il mio sangue... è scuro, forse,
ma non è viola! Sono un uomo comune. Ti prego, credimi! E se sono
qui... non è per Lucas, ma per te. Un sogno... una visione, mi ha detto
di venire al castello perché avresti avuto bisogno di me per completare
un’opera ...”
“I demoni sono stati premurosi, questa volta!”
“Non erano demoni, ma un uomo canuto, in una stanza affrescata
in blu e oro...”
Remisia fu scossa da un fremito. “Cosa ti disse?”, soffiò.
“Di venir qui e di aspettarti. Ci avrebbe pensato lui a farti
venire da me.”
“Amanzio... - gli strinse le mani, un modo silenzioso di
chiedergli scusa, - Posso
credere
che ignori di essere un prescelto, ma non che tu non lo sia. Comunque,
so come appurarlo. Non sei un prete, è vero, ma molti discendenti
dell’ametista non lo sono. Alcuni crescono nel Tempio dell’Ametista,
e vengono inviati in monasteri per amministrare la chiesa. Ma altri
rimangono laici e altri ancora non osano confessarsi di essere
diversi..:”
“Molti anni fa sono stato al Tempio dell’Ametista - ricordò
Petres,- Alfonso mi aveva mandato a Parganta per risolvere dei problemi
di terre... ma mi persi, e i monaci mi accolsero al tempio. Non sapevo
chi fossero, ma avrei voluto restare. Mi sentivo...”
Remisia concluse per lui: “ ... a casa.”
Gli prese la mano ed estrasse lo stiletto dal fodero legato alla
cintura; e ancor prima che Petres se ne rendesse conto, gli solcò la
pelle e scese in profondità; il sangue inondò la ferita e la goccia si
gonfiò. “Voi eletti avete vene profonde - mormorò,- per nascondere
la sfumatura scura del vostro sangue. Per questo non vi si distingue
dagli altri uomini. Al contrario, avete la pelle pallida e mai calda
come la nostra.”
Quindi posò le labbra sulla ferita, era quella la prova che
avrebbe confermato le origini dell’amico. Il sapore del sangue di
Amanzio era particolare, del tutto diverso da quello di un uomo comune.
E la linfa vitale di Petres aveva il medesimo gusto.
“Sangue viola come le ametiste - sussurrò Remisia,- Si
racconta che la vostra stirpe
nacque
da un’ametista fusa su un monte sacro... sangue viola dei custodi
dell’occulto... Petres, non chiedermi come sia possibile. La
discendenza non si riconosce negli avi, ma segue vie divine. Ora più
che mai ho bisogno di te, amico mio. Se Lucas si rivoltasse contro di
me, non lo potrei fermare: comanda il fuoco e l’acqua, e il pensiero.
Ma tu sei suo fratello di sangue e potrai fronteggiarlo.”
“Dio non voglia che ci scontriamo - pregò Petres, scosso da un
brivido,- Non so maneggiare i poteri che mi attribuisci e potrei
convocare orde di demoni in mio aiuto, invece di respingere le visione
inviate da Lucas per farmi impazzire!”
L’amica gli sorrise e lo baciò sulla guancia. “ Andrà tutto
bene. Abbi fiducia in te.”
Indugiarono un istante, tenendosi le mani, e Remisia provò il
desiderio di stringerlo. Non aveva mai abbracciato un uomo, e adesso si
sentiva disposta a fare di più... Ma Amanzio non avrebbe approvato. Si
alzò bruscamente, e quasi non lo salutò, mentre correva fuori dalla
porta.
Lucas passeggiava nel giardino della duchessa insieme a Ruggero.
Camilla sistemava alcuni cespugli rinsecchiti dal freddo, e salutò
Remisia che risaliva il sentiero fra le terrazze insieme a Petres. Lucas
si volse a guardarla; probabilmente, Ruggero gli stava parlando di lei,
e non aveva scordato il graffio che ancora gli segnava la faccia. Era
molto giovane, e aveva l’espressione ingenua di un fanciullo. Ma gli
occhi azzurri, trasparenti, rivelavano ostilità.
Remisia pensò: Petres ha
ragione, non è adatto a diventare Abate. Già ora mi disapprova a
comando di Ruggero... Ma non giudicherò la scelta di Amanzio e
rispetterò la promessa che gli feci in punto di morte.
Si rivolse a Petres, che osservava incupito il fratello di sangue
e il suo maestro.
“Parla con lui - gli disse,- Forse ti ascolterà. Ma temo che
sia troppo tardi per resti-
tuirgli
il giudizio e il senno.”
Rintoccava la mezzanotte, quando bussarono alla sua porta. Aprì,
e Petres l’afferrò per un braccio e corse alla finestra che si
affacciava sul cortile.
“Non l’ho convinto, Remisia. Mi ha accusato di tramare alle
spalle del suo più caro
amico
e ha cercato di colpirmi. Ma quel che è peggio è che ha raccontato
ogni cosa a Ruggero, e il capitano lo sta portando via. Guarda!”
Cinque cavalieri attendevano nel cortile, ammantati in blu e
grigio. Lucas si assestò il cappuccio sul capo e Ruggero s’avviò in
testa al gruppo.
“Ai cavalli, presto!”, esclamò Remisia, ma Petres la
trattenne
“Non è necessario, so dove si stanno dirigendo: al Tempio
Sacro dell’Ametista. Rivestiti senza fretta, partiremo all’alba.”
Alfonso era dispiaciuto di separarsi da entrambi. “Elisabetta,
mia cara bambina, sei arrivata da pochi giorni soltanto...! Questo
briccone ti ha conquistata a tal punto da voler già fuggire con lui?”
Li abbracciò e li accompagnò per un tratto.
“Ecco il bivio: qui le nostre strade si dividono, ma confido
che si ricongiungano presto.” Indicò la landa innevata che si
estendeva a oriente, offuscata dalla nebbia del primo mattino. Una
strada poco battuta e fangosa serpeggiava fra i campi.
“Seguite la via finché il sole non sarà alto, a mezzogiorno -
aggiunse,- E poi chiamate i rematori: vi condurranno sulla sponda
opposta con la barca, e risparmierete altri due giorni di viaggio. E se
a Dio piacerà, troverete la strada per il tempio. Buona fortuna, amici
miei.”
“Tu... sai...!”, balbettò Remisia, stupefatta.
Alfonso rise, una risata piena, divertita. “Figliola, mi
offendi. Ho davvero l’aspetto di un vecchio rimbambito? La vecchiaia
è ancora generosa con me, e non sono cieco a ciò che avviene nella mia
casa... e oltre! E ora andate, o non troverete più rematori disposti a
traghettarvi: le ombre li terrorizzano come poppanti.”
La landa non era piana come appariva da lontano; era un
incostante ammontarsi di terra, e nelle sue pieghe accoglieva un tratto
esile del fiume che scorreva verso il tempio. Ne seguirono il decorso
fino a mezzogiorno. Il letto si era allargato e le acque scorrevano
calme, impigrite dal freddo delt ardo inverno. Il cielo era terso, la
giornata assolata e senza vento. Pagarono gli uomini sulla spiaggia e
presero posto su una barca. I cavalli vennero issati su un’altra, che
li seguì dappresso.
“Respiro il profumo di casa, Remisia, e te ne ringrazio, perché
sei stata tu a
restituirmi
la mia identità.”, disse Petres, cingendo le spalle dell’amica con
il braccio mutilato. La mano rimasta indicava le sponde, i prati
digradanti delle colline coltivate che li circondavano. Le mostrò la
strada che avrebbero seguito per raggiungere il tempio e l’isola
lontana, dove riposavano i templari dell’ametista e i fratelli
dispersi nel mondo. “Nessuno di noi può rimanere sordo al richiamo di
questa terra - spiegò,- E’ la voce della madre che ti chiama, e prima
che giunga la fine devi tornare a lei, per dormire nel suo grembo il
sonno eterno. Amanzio è laggiù - non chiedermi come lo so -, dei
monaci del suo monastero l’hanno riportato alla sua terra prima che
fosse sepolto nella cripta dell’abbazia, e un giorno riposerò accanto
a lui.”
Parlava sottovoce, all’orecchio di lei. Fraintendendo, il
vogatore distolse lo sguardo e sorrise.
Lentamente, le barche scivolarono verso riva. I rematori le
ormeggiarono e aiutarono i passeggeri a scendere, e portarono a terra i
cavalli.
Rimasero soli. Petres chiuse gli occhi e fiutò l’aria.
“I miei fratelli ci stanno osservando - disse,- Ma non hanno
inviato grandine e venti ad ostacolarci, e aspetteranno di averci
ascoltati, prima di giudicare. Chissà quali menzogne avrà raccontato
Ruggero, per giustificare il loro arrivo frettoloso e il nostro
inseguimento!”
“Non avrei dovuto coinvolgerti - si pentì Remisia - Se i
sacerdoti sosterranno Lucas, sarai accusato di tradimento. E i seguaci
di Ruggero saranno appostati ovunque, pronti a sorprenderci e a
tagliarci la gola!”
Petres sorrise, spavaldo, e il suo tono lanciò una sfida: “Che
si appostino dove preferiscono! Non sono che in tre, e io ho con me una
compagna che saprà stroncare le loro pretese!”, e accarezzò l’elsa
di una spada che gli scendeva al fianco.
Spallegiando il fiume, raggiunsero al tempio dopo il tramonto.
“Cosa possiamo fare, adesso? - domandò Remisia,- Non possiamo
bussare e chiedere
di
conferire con Lucas. E’plagiato da Ruggero e non ci ascolterebbe. E i
soldati del capitano non esiterebbero a tenderci un’imboscata, fosse
anche all’interno di quelle sacre mura.”
Petres annuì, pensoso. “Eppure dovrò insistere a parlare con
Lucas, o richiedere un’udienza con il Sommo Sacerdote: egli disporrà
di ogni cosa, se avrà l’assennatezza di credermi.- sbadigliò, e
stese a terra il mantello,- Vieni, dormiamo un po’. Siamo stanchi, e
qualunque decisione prendessi ora, temo che in seguito me ne
pentirei.”
Si sdraiarono vicini, la testa di Remisia sulla sua spalla. La
mano di lui le accrezzò i capelli, dolcemente, finché non si addormentò.
Remisia si svegliò di soprassalto. Nel sonno aveva udito un
urlo, il frastuono di una collutazione, e cozzi di spade. Era notte, e
Petres si era allontanato o era stato condotto via con la forza. Si
avvolse nel mantello, rabbrividendo all’aria gelida e stagnante della
collina. Le stelle gettavano una pallida luce sulla landa innevata, che
riluceva bianca e sterminata all’orizzonte.
Oltre gli alberi, qualcuno gemette. Un armigero di Ruggero
giaceva trafitto alla gola e un altro aveva il ventre squarciato. Pochi
passi più in là, dove gli alberi erano radi, Ruggero giaceva riverso a
terra. Sputava sangue e stringeva una gamba trapassata dalla spada di
Petres. Remisia impugnò lo stiletto che portava al fianco e la sua
ombra lo sovrastò. A fatica, il capitano sollevò il volto cinereo.
“Dov’è Petres? - ringhiò, e il bagliore della lama tagliò
la notte,- Parla, o com’è vero che l’inferno esiste ti sgozzerò
come un animale!” Ruggero alzò un braccio per parare l’affondo.
“No, Elisabetta, non farlo... - singhiozzò, - So che ne saresti
capace...! E’ corso via dopo avermi ferito, e il mio soldato l’ha
inseguito... Non so cosa gli sia successo... Ma se è entrato nel
tempio, si starà battendo con Lucas...”
Remisia lo rovesciò con un calcio. “Un prete pronuncia il voto
di non portare armi e
di
non combattere, in nessuna circostanza! Ma tu, maledetto, l’hai
convinto ad uccidere
Petres!”
L’afferrò per il giustacuore, e un impeto di follia le infuocò il
volto. La lama sibilò. Ma ricadde lentamente, senza affondare.
“Non meriti che insozzi la mia coscienza e il mio ferro con il
tuo sangue. Ti disprezzo, Ruggero. Se Dio vorrà, morirai dissanguato e
assiderato prima che sorga l’alba.”
Corse via, leggera come un felino, discendendo il colle. Trovò
il corpo del terzo soldato in una fossa e entrò nel tempio. I cancelli
erano aperti e i monaci non li sorvegliavano. Rimase in ascolto per un
istante; sul retro dei dormitori, due uomini duellavano. I preti,
destati dal clangore del ferro, stavano scendendo per fermarli.
Lucas era figlio di un conte, e un abile spadaccino. Incalzava
con ferocia, aggressivo, e Petres arretrava, in difficoltà.
“Non sono venuto per battermi, ma per parlarti - ansimò,
schivando un affondo,- Ascoltami...”
“Anche tu, come il Sommo Sacerdote, credi che non sappia
distinguere il giusto dal falso? - ritorse il prete,- Ma Amanzio ha
scelto me e Ruggero è stato paziente, e mi ha aiutato a superare le
debolezze del mio spirito!”
“Per renderti il suo pupazzo più fedele...!”
Lucas urlò qualcosa in una lingua inumana e afferrò l’elsa
con ambedue le mani. Petres
arretrò, ma Lucas si slanciò su di lui, colpì, e spinse la spada
sotto le costole, affondando con violenza.
“Tu vuoi distruggere la forza che ho tanto faticato a
conquistare!”, ruggì, poi la sua voce si spezzò in un gemito. Il
dolore, un bruciore insopportabile, dilagò nel petto di Petres, e
all’improvviso il braccio che sorreggeva la spada divenne pesante,
insostenibile; e prima di stramazzare a terra, scorse Lucas trafitto, la
tunica azzurra inzuppata di sangue viola; poi, il cuore spappolato del
giovane s’arrestò, e insieme i due fratelli crollarono al suolo.
Remisia accorse urlando, e si buttò in ginocchio accanto alla
pozza di sangue viola che si allargava sciogliendo la neve. Adagiò la
testa dell’amico sulle sue gambe e lui socchiuse gli occhi, cercò di
bisbigliare qualcosa, ma le forze lo abbandonarono e svenne.
Il trepestio dei monaci che si affrettavano nel cortile si zittì
all’unisono sotto il porticato, e il Sommo Sacerdote avanzò,
abbassando la lucerna perché Remisia potesse guardarlo in volto. Non
parlò e non si mosse, ma alla donna parve che mormorasse antiche
parole, parole che andavano oltre il tempo e il suono, e nel loro
silenzio i
monaci
risposero alla sua preghiera con una cantilena a più voci.
Si issò il corpo morente di Petres sulle spalle, e il Sommo
Sacerdote annuì - eppure era immoto come una statua - e l’allontanò
con un gesto benedicente - o l’aveva soltanto immaginato? Nessuno tentò
di fermarla, e due novizi spalancarono i cancelli che si aprivano sulle
sponde del fiume. Nei loro occhi, Remisia lesse pietà e dolore; uno
piangeva la perdita dei fratelli.
“Tornerò - promise,- E pregherò il Sommo Sacerdote di inviare
un templare al mio monastero, perché ne sia Abate.”
Alcuni preti
erano affaccendati sulla piana dove giacevano i tre armigeri di Ruggero.
Udì il lamento del capitano, assistito dal guaritore; ma non aveva
tempo per soffermarsi,
doveva
far presto.
Il fiume era liscio e quieto, e la barca li attendeva, ormeggiata
alla riva. Non dubitava di trovarla, i monaci - o la forza
sovrannaturale che avvolgeva quel luogo - l’avevano preparata per lei.
Depose Petres sul fondo e sciolse gli ormeggi. Nasceva l’alba, e
l’acqua era tinta d’un viola trasparente cosparsa di riflessi
argentati.
La corrente li fece scivolare verso l’isola dei morti.
Petres riprese conoscenza, ma il respiro era affannoso e il volto
esangue.
“Remisia...”, sussurrò.
La donna si chinò su di lui. “ Sì, amico mio... Ti sto
portando a casa. E’ un privilegio che nessuno ti può negare.”
Petres sorrise, a stento. “No...”, perse nuovamente i sensi, e
infine si riprese, per l’ultima volta. “Remisia... - invocò,-
Remisia...”
“Ti ascolto.”
Ma riusciva soltanto a ripetere il suo nome, e la guardava
implorante.
Lei scese a baciargli la fronte, gli occhi, e indugiò sulle
labbra. Quando si rialzò, la bocca di lui era tesa, ma ombreggiata dal
vecchio sorriso; e beato, Petres morì.
Il sole era fulgido nel cielo, quando urtarono la terraferma.
Oltre il fiume, rintoccavano le campane a lutto del tempio.
FINE
Racconto
quinto classificato alla I° edizione del Prmeio Letterario
"Cristalli Sognanti" di Torino e pubblicato sull'omonina
rivista
|