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I
rumori della montagna sono rintanati nelle pieghe del silenzio. Anche il
mio respiro e il morbido scalpiccio degli scarponcini sul sentiero
sembrano nascere da lunghe distanze, quasi mi siano portati dal vento
che scompiglia l’erba curva sui pendii lontani. A tratti, in
sottofondo mi giunge il fruscio rotolante delle fronde piene, in corsa
verso la valle. Poi, d’improvviso, la pace è spezzata dal basso
gracchiare di un corvo in volo fra l’azzurro del cielo e uno strappo
nuvoloso, a poche braccia sopra di me. Nessun altro suono scalfisce la
quiete, non un fischio, non un richiamo d’animale, non una voce
d’uomo. E’ strano salire quassù in solitudine, ma oggi non ho
voglia di compagnia. E tuttavia non sono sola come vorrei: ogni mio
passo è scortato dall’ombra torbida dei miei pensieri, vigile,
severa, instancabile.
La
notte si sta ritirando nei primi chiarori del giorno, e ad oriente, fra
le schiene cupe dei monti, sboccia il germoglio rosato del mattino; i
suoi lunghi petali sfiorano indifferenti la mia tristezza, e voltandogli
le spalle mi pento d’aver voluto cercare un po’ di serenità proprio
qui, nel trionfo spensierato della montagna incontaminata. Alla natura,
penso afflitta, poco importa della sofferenza degli uomini.
La
Dora, qui ancora esile, non più gonfia d’un torrentello, rimbalza
allegra fra i sassi - e quanto la detesto, per questo!-, schiumeggiando
e poi sciogliendosi in un velo trasparente, mentre la sabbia confonde il
fondale, e le trote guizzano via rapide e libere, rompendo i riflessi
verdi e bianchi delle betulle che si affacciano dai prati. Nell’erba
scorgo qualcosa muoversi, tutt’intorno friniscono i grilli.
Quand’ero piccola, ricordo, credevo che il canto dei grilli fosse il
sibilo dei serpenti. Spio nell’erba che bordeggia la Dora, quasi
ansiosa di scoprire una vipera in posizione d’attacco, assetata del
mio sangue. Ma il praticello è calmo, e solo la brezza l’aveva
smosso, creando l’illusione che la morte, la mia salvezza, si
annidasse fra gli steli spiegazzati. La violenza dei miei pensieri mi
stordisce. Scuoto la testa per scacciarli, e a testa china continuo a
risalire il sentiero, nella giostra colorata di genziane, dafne,
rododendri e anemoni. La loro bellezza trasforma in sacrilegio la mia
amarezza. Più feroce di un rimprovero o di uno schiaffo, nel mio cuore
rimbalza il monito di un vecchio prete alpino: «Se nessuno li ammira,
è come se quei fiori non fossero mai esistiti!»
Con
rabbia, mi accorgo di piangere. Vigliacca!, mi accuso, Se
brami la morte, perché non la cerchi buttandoti dal dirupo, invece
d’attenderla inerme, quasi per perdonarti d’averla desiderata, per
giustificarti d’averla accettata...!
Indispettita,
m’asciugo le lacrime con la mano aperta. Odio le mie debolezze e la
mia resa; e mentre mi maledico, un’ombra veloce scivola sul mio
sconforto. In cielo, si libra la croce nera di un falco, bassa e
incalzante. No, mi ribello, non ho bisogno d’una croce. Questo posto
non sarà la mia tomba. Con un colpo d’ali, il falco si disperde nel
sole; sento il suo fischio riecheggiare nelle valli. È un inno alla
vita, all’incorruttibile, perenne bellezza che lo circonda, e
d’improvviso, come se riemergessi da un sonno buio, mi risveglio al
vivido splendore che finora, per invidia e dispetto, ho respinto. Scopro
il crepitio dell’aria frizzante nei miei capelli, e il fresco
pizzicore che m’imporpora le guance umide. Di fronte a me, come
dipinti su una tela ad olio, si spiegano le ali della Gruetta e del
Dolent, maculate in un mosaico d’ombre e luci dalle tiepide carezze
del sole; più in profondità, le vallate sono immerse nel verde fondo
di un fitto, fosco scurore. Il mattino mi s’affolla intorno brulicante
di vita, ovunque sento ronzii, fischi, sibili, e i colori si distendono
soffici davanti ai miei occhi, l’ocra del sentiero, il verde sfumato e
vellutato degli alpeggi, il cobalto incerto, capriccioso, del cielo, le
macchie suggestive e vivaci dei fiori. La mia anima esulta, fiera
d’esser parte di tanta perfezione, ma presto si zittisce, sbigottita,
delusa, consapevole che la comunione fra me e la montagna è ancora
sfuggente, incompleta. La mia essenza non s’è ancora incorporata
indissolubilmente con quella della natura, non sono ancora la
montagna. Se chiudo gli occhi, di me non vedo altro che un guscio vuoto
appeso alle muraglie festose della vita. Non sono in pace con me stessa.
Violerei la natura, se così impura, insistessi per essere parte di lei.
Mi sforzerò di meritare quell’intimità che tante volte, in passato,
ha mescolato il mio corpo e la mia mente, facendo di me un essere senza
nome, senza pelle, solo anima, sensazioni, luce e ombra...
Riprendo
a risalire, ora l’aria è più rarefatta e il respiro si rincorre con
affanno. Ma i muscoli delle mie gambe sono sciolti, scattanti, e i sassi
s’adeguano ai miei piedi, offrendomi un appiglio sicuro ovunque li
posi, quasi m’invitino a salire sempre più in alto, verso la
liberazione dei sensi. D’un tratto, dall’alto distinguo il
chiacchierio di alcune voci e una coppia di mezza età scende verso di
me, e mi saluta. Ammutolita, non rispondo. Avevo scordato che in
montagna la cortesia semplice non è un tesoro prezioso da conservare
con avarizia, come s’impara in città. La donna, robusta e abbronzata,
pare non risentirsene, e mi chiede, sottovoce: “Ha un binocolo? Se ne
ha uno, salga piano. Sul pendio, dopo questo sentiero, sta pascolando un
camoscio.”
E’
vero. Poco più in alto, fra le rocce e rari ciuffi d’erba selvatica,
l’occhio deforme del mio binocolo sorprende un camoscio che brulica
placido, ignaro della mia invadente curiosità. Lo contemplo per un
po’, e qualcosa di lui, il pelo setoso, gli occhi dolci e lucenti, le
guance piene, la tinta mimetica del suo vello, sbreccia la mia anima
solitaria, mi strappa al mio essere isolato e distinto. La sua bellezza
senza vanità, naturale, pura, mi commuove. E’ sciocco, lo so, ma gli
occhi mi si velano di lacrime. Mi accade spesso, quando contemplo
qualcosa di sublime, per quanto semplice, come un fiore su una roccia, o
l’ingenuità di un cucciolotto che s’avventura alla scoperta del
mondo. Amo la Natura, per aver scelto, fra le infinite variazioni, un
essere tanto meraviglioso; e amo anche Dio, se esiste, per averlo
sognato e creato, e per aver creato me e i miei occhi, capaci di
ammirarlo e comprenderlo, di renderlo parte di me. L’impurità scivola
via dalla mia anima nel sapore salato di una lacrima. E quando rialzo lo
sguardo, ancora umido di commozione, ho ormai perduto la mia identità
d’essere umano, e tutto ciò che sono si confonde nel bianco bagliore
riflesso dai Monts Rouges de Triolet e nell’aria che mi gonfia i
polmoni. La linfa dell’imponente massiccio mi brucia nelle vene, come
roccia fusa. Il mio corpo perde confini, si apre all’immenso che mi
circonda; in me pulsa un’essenza magnifica, che m’innalza al di
sopra della mia umanità, e mi eguaglia alla maestosità dei lunghi
crinali e delle vette solide, ripetendomi, con voce senza suono, che io
sono loro. Scopro la mia profonda forza - la forza della roccia, del
sole, della vita -, in questo nuovo corpo, e respingo la morte con una
risata forte. Spalanco le braccia, per gridare, ma non sento la mia
voce. Forse rimango in silenzio.
C’è
silenzio, infatti, nella tomba dei miei pensieri.
E,
finalmente libera, la mia anima rinasce nell’essenza di un’altra
anima.
FINE
Racconto
pubblicato nella raccolta "Montagne nel cuore", Keltia
Editrice, 1996 |